“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
30 ottobre 2014
DIVENTA CIO' CHE SEI
Riprendo da http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/10/30/13-un-progetto-irripetibile/ questa riflessione:
UN PROGETTO IRRIPETIBILE
di Fabrizio Centofanti
Pindaro scriveva: “diventa ciò che sei, avendolo appreso”. Già allora, tra il 400 e il 500 a. C., intuiva l’unicità di ogni essere e il fatto che occorre, per raggiungere un’espressione completa di se stessi, una prassi difficile di apprendimento.
La frase lapidaria del poeta greco sintetizza un aspetto che sarebbe diventato essenziale nella psicologia analitica di Jung: il processo di individuazione, che accompagna tutto il corso della vita e richiede una crescita costante della coscienza di sé, per integrare gli elementi inconsci della personalità.
Lo psicanalista svizzero sa che il percorso è complesso e necessita di grande dedizione, dal momento che prevede passaggi dolorosi e la ferma decisione di scoprirsi nella propria individualità complessa e unica, di togliere la maschera che prima la famiglia e poi la società inducono a indossare.
Le esperienze infantili rimangono sepolte nell’inconscio, condizionano giudizi e convinzioni su noi stessi, sugli altri e sulla vita. La crescita è un percorso irto di ostacoli verso la comprensione e l’espressione delle proprie inclinazioni naturali: queste sono a base innata, e possono o meno svilupparsi, interagendo con l’ambiente; ma il mancato riconoscimento ha sempre ripercussioni negative sulla psiche del soggetto.
Il nostro essere è un fascio di limiti e di potenzialità, coscienti e inconsci. Soltanto comprendendo e vivendo fino in fondo il progetto irripetibile che siamo, per bagaglio genetico innato e per storia personale, possiamo superare i sensi di inadeguatezza e l’autostima insufficiente, così comuni oggi, cercando di vivere in pienezza il buono, il bello, il vero, nascosti sotto strati di memorie infantili (come realtà sperimentate o desideri di ciò che non si è avuto), e che attendono di svilupparsi, a beneficio nostro e di quanti ci circondano.
L' ANIMA KANTIANA DI NORBERTO BOBBIO
Nell’elogio della discordia l’anima kantiana di Bobbio
di Gustavo ZagrebelskyTUTTI i concetti generali della politica - libertà, uguaglianza, giustizia, nazione, stato, per esempio - sono usati in significati diversi, con la conseguenza di confusioni inconsapevoli e di inganni consapevoli. Gaetano Salvemini, lo storico antifascista che Bobbio include nel pantheon dei suoi “maestri nell’impegno”, ha scritto:
«La parola democrazia è adoperata per indicare dottrine e attività
diametralmente opposte a una delle istituzioni essenziali di un regime
democratico, vale a dire l’autogoverno. Così noi sentiamo [parlare] di
una cosiddetta “democrazia cristiana” che, secondo la Catholic
Enciclopedia, ha lo scopo di “confortare ed elevare le classi inferiori
escludendo espressamente ogni apparenza o implicazione di significato
politico”; questa democrazia esisteva già al tempo di Costantino, quando
il clero “dette inizio all’attività pratica della democrazia
cristiana”, istituendo ospizi per orfani, anziani, infermi e viandanti.
«I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della “reale”, “vera”, “piena”, “sostanziale”, “più onesta” democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali [siamo nel 1940], perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”».
Invito al colloquio è il titolo del primo saggio di Politica e cultura ( Einaudi), un’espressione che riassume l’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidirle, ne deve stare fuori. Per questo, una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui.
«I fascisti, i nazisti e i comunisti hanno spesso dato l’etichetta di democrazia, anzi della “reale”, “vera”, “piena”, “sostanziale”, “più onesta” democrazia ai regimi politici d’Italia, della Germania e della Russia attuali [siamo nel 1940], perché questi regimi professano anch’essi di confortare ed elevare le classi inferiori, dopo averle private di quegli stessi diritti politici senza i quali non è possibile concepire il “governo dei popoli”».
Invito al colloquio è il titolo del primo saggio di Politica e cultura ( Einaudi), un’espressione che riassume l’intera attività politico-intellettuale di Bobbio. Ma, il colloquio, affinché non si svolga in acque torbide, deve sapere qual è l’oggetto e che cosa, per non intorbidirle, ne deve stare fuori. Per questo, una definizione è necessaria, ma una definizione troppo pretenziosa non aprirebbe, bensì chiuderebbe il confronto. Ecco l’attaccamento di Bobbio alle “definizioni minime”. Sono minime le sue definizioni di socialismo, liberalismo, destra e sinistra, ad esempio. Ed è minima la definizione di democrazia; potremmo anzi dire minimissima: a) tutti devono poter partecipare, direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive; b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza. Tutto qui.
Oltre che minima, questa definizione è anche solo formale: si riferisce
al “chi” e al “come”, ma non al “che cosa”. Riguarda soltanto - come si
usa dire per analogia -' le “regole del gioco”.
In uno scambio epistolare con Pietro Ingrao sul tema della democrazia e delle riforme costituzionali che ebbe luogo tra il novembre 1985 e il gennaio 1986 (P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Ediesse), troviamo una dimostrazione di ciò a cui serve il “concetto minimo”. Serve, da una parte, a includere, e dall’altra, a escludere e, così facendo, a chiarire. I punti del contrasto riguardano quello che allora era il progetto d’Ingrao, descritto in un libro dal titolo significativo: Masse e potere (Editori Riuniti, 1977) che allora ebbe grande successo e che ora - mi pare - è dimenticato: la democrazia di massa o di base, unitaria e capace di egemonia. Ma gli argomenti chiamati in causa possono riguardare, in generale, tutte quelle che Bobbio avrebbe considerato degenerazioni della democrazia, alla stregua della sua definizione minima, come ad esempio, la “democrazia dell’applauso” di cui egli parla nel 1984, a proposito della conquista del Partito socialista da parte del suo segretario di allora), o la democrazia dell’investitura plebiscitaria e populista dei tempi più recenti.
Si prenda la “massa”. Bobbio chiede «che cosa si possa intendere mai per democrazia di massa di diverso da quel che s’intende per democrazia fondata sul suffragio universale»; che cosa si dica di più e di meglio «rispetto a quel che s’intende quando si parla di un sistema politico in cui tutti i cittadini maggiorenni hanno il diritto di voto »? Se non s’intende nulla di diverso, la democrazia di massa è perfettamente compatibile, anzi è la definizione formale della democrazia nella quale i cittadini possono riunirsi e associarsi per svolgere attività politica.
In uno scambio epistolare con Pietro Ingrao sul tema della democrazia e delle riforme costituzionali che ebbe luogo tra il novembre 1985 e il gennaio 1986 (P. Ingrao, Crisi e riforma del Parlamento, Ediesse), troviamo una dimostrazione di ciò a cui serve il “concetto minimo”. Serve, da una parte, a includere, e dall’altra, a escludere e, così facendo, a chiarire. I punti del contrasto riguardano quello che allora era il progetto d’Ingrao, descritto in un libro dal titolo significativo: Masse e potere (Editori Riuniti, 1977) che allora ebbe grande successo e che ora - mi pare - è dimenticato: la democrazia di massa o di base, unitaria e capace di egemonia. Ma gli argomenti chiamati in causa possono riguardare, in generale, tutte quelle che Bobbio avrebbe considerato degenerazioni della democrazia, alla stregua della sua definizione minima, come ad esempio, la “democrazia dell’applauso” di cui egli parla nel 1984, a proposito della conquista del Partito socialista da parte del suo segretario di allora), o la democrazia dell’investitura plebiscitaria e populista dei tempi più recenti.
Si prenda la “massa”. Bobbio chiede «che cosa si possa intendere mai per democrazia di massa di diverso da quel che s’intende per democrazia fondata sul suffragio universale»; che cosa si dica di più e di meglio «rispetto a quel che s’intende quando si parla di un sistema politico in cui tutti i cittadini maggiorenni hanno il diritto di voto »? Se non s’intende nulla di diverso, la democrazia di massa è perfettamente compatibile, anzi è la definizione formale della democrazia nella quale i cittadini possono riunirsi e associarsi per svolgere attività politica.
Ma non è tutto. Introdurre le masse al posto dei cittadini non lascia
capire esattamente di che cosa si stia parlando e nella zona grigia
dell’incertezza entrano atteggiamenti emotivi che difficilmente diremmo
democratici. Ingrao usa espressioni come «irruzione delle masse nello
Stato», «un fiume tumultuoso che rompe gli argini e spazza e travolge
ciò che trova nel suo corso», all’azione diretta della folla. Massa può
alludere a un corpo collettivo amorfo e indifferenziato, mentre il
soggetto principe di un regime democratico è il singolo individuo. «In
democrazia non ci possono essere masse: ci sono o individui, oppure
associazioni volontarie di individui, come i sindacati e i partiti». In
ogni caso, in democrazia gli individui pensano e vogliono a partire
dalla propria autonomia morale. Sanno affrancarsi dalla “psicologia
della massa” sulla quale si appoggiano e si sono appoggiati tutti i
demagoghi d’ogni tempo e luogo.
E l’unità? Che senso ha l’appello all’unità che il Partito comunista di quegli anni insistentemente faceva proprio: compromesso storico, alternativa democratica, oggi Pd o, addirittura, Partito della Nazione? La democrazia è un regime d’insieme e «non può essere chiamato democratico [si può aggiungere: nazionale] in una delle sue parti se non costo di creare una notevole confusione. Se una di queste parti viene chiamata “democratica” [o nazionale] è segno che la si considera una parte che tende a identificarsi col tutto». L’unità sconfina nella unicità. La democrazia richiede “distinzioni”, cioè pluralismo. «Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario». La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: «La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: “L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia”».
E l’egemonia? Qui Bobbio confessa che si tratta d’un concetto che gli è “meno familiare”, ma ciò non gli impedisce di porre una domanda analoga a quella posta a proposito della “massa”: «Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse in che cosa consista l’egemonia in un sistema democratico se non nella capacità di ottenere il maggior numero di voti […] Se qualcuno mi sa dire che cosa significhi in democrazia, entro il sistema di certe regole del gioco, conquistare l’egemonia, oltre al conquistare il consenso degli elettori, lo prego di farsi avanti».
Insomma: egemonia, massa, unità non appartengono al sistema concettuale del pensiero liberal-democratico e appartengono invece alla tradizione del pensiero marxista. Tutto si tiene in una concezione della democrazia che contraddice l’universo politico che, in fin dei conti, era anche quello di Ingrao del Partito comunista.
E l’unità? Che senso ha l’appello all’unità che il Partito comunista di quegli anni insistentemente faceva proprio: compromesso storico, alternativa democratica, oggi Pd o, addirittura, Partito della Nazione? La democrazia è un regime d’insieme e «non può essere chiamato democratico [si può aggiungere: nazionale] in una delle sue parti se non costo di creare una notevole confusione. Se una di queste parti viene chiamata “democratica” [o nazionale] è segno che la si considera una parte che tende a identificarsi col tutto». L’unità sconfina nella unicità. La democrazia richiede “distinzioni”, cioè pluralismo. «Senza pluralismo non è possibile alcuna forma di governo democratico e nessun governo democratico può permettersi di ridurre, limitare, comprimere il pluralismo senza trasformarsi nel suo contrario». La sintesi è espressa da Bobbio in termini assai forti, perfino scandalosi: «La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna (per distinguerla dalla democrazia degli antichi). Resta sempre a fondamento del pensiero liberale e democratico moderno il famoso detto di Kant: “L’uomo vuole la concordia, ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia”».
E l’egemonia? Qui Bobbio confessa che si tratta d’un concetto che gli è “meno familiare”, ma ciò non gli impedisce di porre una domanda analoga a quella posta a proposito della “massa”: «Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse in che cosa consista l’egemonia in un sistema democratico se non nella capacità di ottenere il maggior numero di voti […] Se qualcuno mi sa dire che cosa significhi in democrazia, entro il sistema di certe regole del gioco, conquistare l’egemonia, oltre al conquistare il consenso degli elettori, lo prego di farsi avanti».
Insomma: egemonia, massa, unità non appartengono al sistema concettuale del pensiero liberal-democratico e appartengono invece alla tradizione del pensiero marxista. Tutto si tiene in una concezione della democrazia che contraddice l’universo politico che, in fin dei conti, era anche quello di Ingrao del Partito comunista.
La forza elementare delle argomentazioni di Bobbio porta, alla fine, a
una certa convergenza. Dice Ingrao e certo Bobbio avrebbe concordato
(cito dalla lettera che conclude lo scambio): «”Democrazia minima”: dici
tu. Ma anche quel livello minimo (eguaglianza formale nella libertà di
voto) può realizzarsi senza chiamare in causa tutta una serie di
condizioni, che riguardano libertà di voto, modalità di voto, contenuti
del voto, conseguenze del voto, attuazione del voto? L’atto è quello. Ma
il quadro - sociale, politico, statuale - entro cui esso si svolge è
decisivo, perché esso possa essere non dico esaustivo (?), ma
significante. Per “minima” che sia la democrazia, quel voto ha bisogno
di un prima e di un poi che gli diano verità. Altrimenti la forma
dell’uguaglianza rivela il suo limite, la sua debolezza di contenuto».
Questo dice Ingrao. Ma, chi potrebbe dissentire? Chiunque s’ispiri a una
concezione liberale della democrazia — Bobbio in primis — non potrebbe
non essere d’accordo.
Non è questa la sede per distribuire le ragioni e torti, anche se a me pare, sommessamente, che sia stato Bobbio a condurre Ingrao sulla sua strada, e non viceversa. In ogni caso, la definizione minima del primo si è dimostrata feconda di dialogo con il secondo.
Non è questa la sede per distribuire le ragioni e torti, anche se a me pare, sommessamente, che sia stato Bobbio a condurre Ingrao sulla sua strada, e non viceversa. In ogni caso, la definizione minima del primo si è dimostrata feconda di dialogo con il secondo.
Da LA REPUBBLICA del 29 ottobre 2014
LA GUERRA DI J. ECHENOZ
Echenoz e la guerra
di Isabella Mattazzi
Aby Warburg definisce la Prima guerra mondiale la Urkatastrophe, la Catastrofe originaria.
Per lui, la trasformazione dell’assetto politico europeo che tra il
1914 e il 1918 costerà la vita a più di 9 milioni di soldati sui campi
di battaglia, è l’evento radicale per eccellenza. La sospensione del
tempo della Storia e il ritorno dell’uomo alla violenza muta delle
origini. A Warburg, la guerra porterà in dote tre anni di ricovero in
clinica psichiatrica (ma anche, a ben guardare, la creazione di Mnemosyne).
Ad altri – Apollinaire, Céline, Paulhan, Cendrars… – la coscienza di un
cambio di paradigma, la necessità di un nuovo linguaggio, di una nuova
parola per narrare l’innominabile.
Come si fa a “dire” la guerra? Con che
voce si può raccontare quella perdita totale del senso in cui Freud
vedrà, non a caso, la spoliazione da parte dell’uomo di ogni traccia di
civilizzazione?
Se ogni mutamento dell’esperienza
richiede un cambiamento di metodo, ogni mutamento di esperienza richiede
anche e necessariamente un cambio di linguaggio. Chi ritornerà vivo
dalle trincee – che sia scrittore, giornalista, poeta poco importa – non
potrà, da quel momento in poi, che trasformare la propria voce. Che si
tratti di Ho ucciso di Cendrars, scritto con una lingua a
scoppio come uno sparo, o della sconvolgente prosa visionaria di Céline,
la guerra terminata (davanti alla Storia), ma nello stesso tempo
interminabile (davanti alla Memoria) richiederà sempre un intervento
linguistico, domanderà sempre una riflessione sulla parola ancora prima
che sulla narrazione degli eventi stessi.
Uscito in Francia nel 2012 e pubblicato oggi da Adelphi ’14
di Jean Echenoz (traduzione di Giorgio Pinotti, pp.110, 14 euro) è una
vera e propria opera di virtuosismo linguistico. Che Echenoz non sia uno
scrittore monocorde è cosa nota. Al Pianoforte, Le biondone, Il mio editore
– per citare alcuni tra i sui titoli tradotti in Italia – sono
altrettante prove di messa in voce, altrettante variazioni, metamorfosi
di una parola sempre diversa, sempre in mutazione, sfuggente alla
fissità di un unico stile.
Mai come in questo caso, però, la scelta
di una voce ha coinciso con un’operazione di senso. Mai come in questo
caso, lo stile ha determinato per Echenoz la scommessa del libro. Il
numero 14 del titolo, lo si saprà fin dalle prime righe del testo,
rappresenta una data. Per la precisione il primo agosto 1914, giorno in
cui le campane di tutta la Francia annunciano a distesa l’entrata della
nazione nel primo conflitto mondiale. Ad ascoltare le campane, sdraiato
su un prato tra le colline della Vandea, Anthime, giovane di ventitré
anni, senza particolari pretese nella vita. Sarà il suo sguardo, per la
maggior parte del testo, a seguire la guerra. Una guerra che, dicevano,
non sarebbe durata più della metà di un mese e che si trasformerà invece
per lui in 500 giorni di trincee, di morti, di marce forzate, disertori
fucilati, paura e sangue. Per 500 giorni lo sguardo di Anthime si
poserà sul mondo e ne raccoglierà i frammenti. Per 500 giorni il suo
occhio sarà l’occhio di Echenoz. O meglio, la sua voce, il suo stile.
Uno stile volutamente démodé (grazie anche alla resa perfetta della
traduzione), volutamente fuori registro, all’inizio quasi fastidioso nel
suo soffermarsi lezioso su ogni particolare, sulla stoffa dei vestiti,
le diverse tipologie di calzature, gli arredi, le varietà di piante. Uno
stile sempre impeccabile, senza mai una macchia, senza mai uno strappo
improvviso all’interno della pagina. Uno stile del tutto anaffettivo. O
meglio, distaccato, come preso a registrare gli eventi senza una minima
partecipazione emotiva, senza dolore o rabbia, come se l’occhio di chi
guarda fosse l’occhio mite e inespressivo della Vittima. Di colui che
accoglie l’inaccettabile senza un lamento. Di chi si adatta perché è da
sempre abituato a far parte della massa dei silenziosi, degli agnelli
che si fanno condurre al macello senza domandare, senza neppure pensare.
Presto, infatti, alla descrizione minuziosa di coccarde e fiori gettati
a terra, di cappelli di paglia, scarpe e gonne di pannolenci si
sostituirà l’elenco dei pezzi di cervello saltati fuori dagli elmetti
esplosi, dei cappotti militari zuppi di pioggia e diventati
insopportabilmente pesanti, dei topi intenti a divorare le stringhe
degli scarponi. Presto, la vita di Anthime si trasformerà nell’incubo
più cupo che nessuno si sarebbe mai potuto permettere di sognare.
Per Michel de Certeau la letteratura di
guerra è sempre la narrazione dell’alterità. Il nemico che la guerra
mette in scena è «l’Altro» per definizione. Un Altro assoluto, i cui
gesti segnano il limite esatto del nostro confine identitario. Solo che
qui l’Altro non c’è. Il nemico non è quasi mai visto, mai nominato, mai
descritto (unici sporadici segni: la sagoma a zanzara di un biposto
Aviatik in avvicinamento, il suo fucile in dotazione, qualche granata).
Il vero incubo è la trincea stessa. Sono le facce stralunate dei morti,
il fango che ricopre qualsiasi cosa, i pidocchi, i pezzi di carne –
orecchie, piedi, gambe – sparsi a terra. Su tutto questo, sulla Catastrofe originaria
dei morti e dei topi, l’occhio mite di Anthime. Il suo sguardo sempre
neutro. Lo stile sempre precisissimo, demodé, distaccato di Echenoz.
Dalla prima pagina all’ultima. Perché ’14 è il trionfo delle
vittime. Di chi accetta tutto, anche l’inammissibile, e lo attraversa,
nominandolo appunto, senza contrastarlo, senza mai volerlo dominare.
Anthime alla fine sarà uno dei pochissimi della sua divisione a far
ritorno in Vandea. Suo fratello Charles, il favorito, più alto, più
volitivo, il preferito da Blanche amata da entrambi, Charles che non si
arrende alla realtà ma vuole modificarla, inquadrandola nelle lenti del
suo apparecchio fotografico per farne cosa propria, Charles il vincitore
morirà quasi subito. Come moriranno presto Bossis, Arcenel, il capitano
Vayssière. Vite minuscole seppellite sotto il fango insieme a milioni
di altri corpi anonimi (’14 rappresenta, in questo, un cambio
di passo e un ritorno alla pura forma romanzesca per Echenoz dopo la
suite dei suoi ultimi suoi tre romanzi – Ravel, Correre e Lampi
– dedicati alle vite di Maurice Ravel, Emil Zàtopek e Niklas Tesla).
Solo Anthime, con un braccio staccato di netto da una scheggia di
granata, potrà tornare a casa come invalido di guerra. Un braccio
lasciato a terra in cambio della fine dell’incubo. Un pezzo di carne (e
la capacità persa per sempre di allacciarsi le scarpe) in cambio della
vita.
Il braccio tagliato, il destro, la parte
volitiva nell’equilibrio di potere che il nostro corpo riserva alla
simmetria dei gesti, rimarrà solo come fantasma, come arto mancante,
possibilità inespressa. Esattamente come Charles, la parte volitiva
della coppia di fratelli, rimarrà come ricordo di un qualcosa che
avrebbe potuto essere e non è stato. Alla fine il mite Anthime ne
prenderà il posto di vicedirettore in fabbrica e il posto nel letto di
Blanche. Sempre senza alcuna reazione emotiva, né di fronte al dolore né
di fronte alla gioia. Sempre accompagnato da una voce neutra, démodée,
impeccabile. Fino alla fine del racconto. Fino alla fine della guerra.
“Nel bel mezzo della notte Anthime si è diretto nell’oscurità verso il
letto di Blanche anche lei sveglia. Si è sdraiato accanto a lei e l’ha
circondata con il suo unico braccio, poi l’ha penetrata prima di
inseminarla. E l’autunno seguente, proprio mentre si svolgeva la
battaglia di Mons che è stata l’ultima, è nato un maschietto cui è stato
dato il nome di Charles”.
Questo articolo , uscito su «Alias», è stato ripreso da http://www.leparoleelecose.it/?p=16570
LE MOLTE VITE DI URSULA TODD
Dal sito http://gruppodilettura.wordpress.com/ riprendo con piacere le brevi riflessioni di un’anonima lettrice su un libro che le è rimasto dentro:
Kate Atkinson, “Le molte vite di Ursula Todd”
Ma forse non è così, forse il dottore arriva, taglia il cordone ed Ursula entra nella sua nuova vita.
Le ipotesi che tutti noi ci facciamo su cosa sarebbe successo “se”, su cosa sarebbe successo “se non”, per Ursula sono una realtà; le sono concesse molteplici versioni della stessa vita, lo stesso fatto può portare a gravi conseguenze o non essere neppure avvertito.
Nell’affascinante romanzo della scrittrice inglese Kate Atkinson, Vita dopo vita, la sua protagonista vive esistenze parallele, vite alternative, e l’autrice gioca con lei e con gli altri personaggi , controllandoli, gestendoli, uccidendoli, resuscitandoli. Tutto ruota comunque attorno ad Ursula che purtroppo non sarà in grado di approfittare di queste straordinarie opportunità di modificare la sua esistenza. Non si renderà conto di ciò che le succede. Vivrà tutto questo come un déjà-vu, come qualcosa che incombe su lei, a volte come un terrore inspiegabile o come un avvertimento. Intuisce, per esempio, che la sua cara tata Bridget andrà incontro a un pericolo se andrà a Londra a festeggiare la vittoria e, senza saperne il perché, sente di doverla fermare e la spinge giù dalle scale provocandole una frattura. In un’altra versione Bridget andrà a Londra, si ammalerà di spagnola e morirà dopo aver contagiato Ursula ed un fratellino che moriranno.
L’esistenza di Ursula si snoderà durante le due guerre, vivrà in Germania, o forse vivrà a Londra, conoscerà Eva Braun e tenterà di uccidere Hitler intuendone la pericolosità, incontrerà il suo futuro marito che si rivelerà un fallito crudele che la ucciderà o forse incontrerà lo stesso uomo ma lo sfuggirà. La sua vita continuerà così a slittare avanti ed indietro senza che lei la possa minimamente gestire.
Un romanzo decisamente coinvolgente in cui ci potremo porre delle domande tutti: ma è questa la nostra unica, vera vita? Ma quante volte ci sono stati accordati, come ad Ursula, squarci da cui intravvedere il futuro? Che sono quei déjà-vu di luoghi già visti, di situazioni già vissute? Perché a volte sappiamo prevedere qualcosa che puntualmente avverrà?
La piccola Ursula verrà portata da un analista verso i dieci anni, quando anche la sua famiglia si renderà conto delle sue strane percezioni e dei suoi inspiegabili terrori. L’analista le chiederà di fare un disegno e la bambina, del tutto inconsciamente, disegnerà il classico serpente che si morde la coda, il simbolo della circolarità dell’universo, dove non esiste né passato né futuro, ma solo il presente.
E la domanda essenziale è questa, e se non esistesse niente al di fuori della mente?
Pubblicato su http://gruppodilettura.wordpress.com/
/ da luigi gavazzi
29 ottobre 2014
IL GOVERNO CHIEDA SCUSA AI LAVORATORI E AI DISOCCUPATI!
Il segretario generale della Fiom chiede le scuse a Matteo Renzi: "Il governo deve rispondere, siamo noi che paghiamo le tasse e che lavoriamo. La presidenza del Consiglio dica una parola invece di fare slogan del cazzo! Devono chiedere scusa, perché paghiamo le tasse anche per loro. Devono sapere che questo Paese esiste grazie alla gente che lavora". L'invettiva diventa via via sempre più pesante: "Hanno rotto le palle con la Leopolda, basta slogan! Dobbiamo pagare noi che paghiamo le tasse? Che diano ordine di colpire chi devono colpire, siamo in un Paese di ladri ed evasori e vengono a picchiare noi?". Quando il giornalista chiede: "Renzi si è fatto sentire?", Landini risponde polemico: "Non si è fatto sentire nessuno, non siamo mica la Leopolda".
SEGUI LA DIRETTA
E mo non è che ve potete inventà i bleckkeblokke
manco gli studenti scapestrati o i sovversivi dei centri sociali
mo gli estremisti e violenti siete voi.
Quelli che escono dalla Leopolda incravattati
e si infastidiscono dell'esistenza degli operai.
manco gli studenti scapestrati o i sovversivi dei centri sociali
mo gli estremisti e violenti siete voi.
Quelli che escono dalla Leopolda incravattati
e si infastidiscono dell'esistenza degli operai.
STEFANO LUZI
GRAMSCI SUONAVA ANCHE JAZZ?
“Un caffè con contorno di Jazz”
Speciale Tutto Gramsci. Di recente la rivista Il Cagliaritano
ha pubblicato un numero monografico (n. 2/2014) interamente dedicato a
Gramsci. Uno speciale dall’accattivante titolo “Un caffè con contorno di
Jazz”. Allegato alla rivista c’è un cd musicale, Gramsci in concert,
che contiene il concerto di Sant’Anna Arresi del 31 agosto del 2008
eseguito nell’ambito della ventitreesima edizione del festival Ai confini tra Sardegna e jazz.
Qui le note del trombone di Giancarlo Schiaffini e del contrabasso di
Adriano Orrù accompagnano e si alternano con le voci di Giorgio Baratta e
Clara Murtas. Le registrazioni sono state realizzate da Paolo Zucca e
Pierpaolo Meloni, il mixaggio del suono è di Tommaso Coccia, mentre le
foto che accompagnano il disco sono di Luciano Rossetti.
Ma che c’entra Gramsci con il jazz? Non
sarà forse che la bulimia gramsciana scoppiata a livello globale negli
ultimi anni stia impastando in un unico calderone tutto ciò che pare e
piace? No, non è così. Fu proprio Antonio Gramsci in una Lettera
alla cognata Tania Schuch, datata 27 febbraio 1928,
a coniare l’espressione «un caffè con contorno di jazz». E lo fece in un
contesto molto interessante per chi ha cuore i meccanismi che muovono
le rivoluzioni culturali e artistiche, quale è stato il jazz per tutto
ventesimo secolo e oltre. In questa lettera Gramsci riferisce a Tania il
tenore di una piccola discussione carceraria con un tale, un
evangelista o un metodista, che aveva una paura matta che i piccoli
commercianti extracomunitari (cinesi) facessero un innesto dell’idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo. Per rincuorarlo, Gramsci gli fa notare che il buddismo non è un’idolatria
e che la sua influenza sulla civiltà occidentale ha radici molto più
profonde di quanto potesse sembrare. La vita di Budda – gli
spiega Gramsci – circolò in Europa fin dal medioevo come la vita di un martire cristiano, santificato dalla Chiesa.
Il vero pericolo per l’Europa è il jazz. Gramsci era convinto che il pericolo per la mentalità
europea di allora, permeata com’era di ideologia coloniale e
imperialista, fosse piuttosto rappresentato dalla musica dei neri. Il
jazz – si legge nella lettera indirizzata a Tania – ha conquistato lo strato colto della popolazione europea, creando intorno ad esso un vero fanatismo. Trattandosi di una musica che si sviluppava intorno alla ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno attorno ai loro feticci danzando, che cioè si esprimeva nel linguaggio più universale, il jazz era per Gramsci destinato ad avere risultati ideologici.
Il povero evangelista – racconta Gramsci – alla fine si convinse che
mentre temeva di diventare un asiatico, senza accorgersene stava
diventando un negro e che il processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio, tanto da non potere più rinunziare al caffè con contorno di jazz.
Cinquanta pagine fitte fitte.
Nella rivista troviamo scritti di Enrico Berlinguer, Giuseppe Podda,
Sergio Atzeni, Teresina Gramsci, Giovanni Lai, Claudia Zucca e Giorgio
Baratta. Si tratta di scritti già pubblicati in passato dalla stessa
rivista, la maggior parte in occasione del quarantesimo anniversario
della morte di Antonio Gramsci, nel 1977. Claudia Zucca ha assemblato,
curato e abilmente tradotto in inglese tutto il materiale. Il risultato
è accattivante. Soprattutto offre un’importante occasione di riflessione
sulla politica, quella attuale e quella del secolo appena trascorso.
«Il comunismo italiano non era il comunismo sovietico» si legge
nell’incipit della prefazione curata dalla stessa Claudia Zucca.
Spiccano alcune perle. Di grande interesse gli articoli della raccolta che testimoniano l’inaugurazione del Piano d’uso collettivo
che lo scultore Gio Pomodoro dedicava a Gramsci per il quarantennale
della sua morte. Era il primo maggio del 1977, l’inaugurazione avvenne
ad Ales qualche giorno dopo la visita di Berlinguer. Parlarono in
quell’occasione Maria Fenu, sindaco di Ales, Pietrino Soddu, Presidente
della Giunta regionale sarda. Parlò infine Pietro Ingrao, Presidente
della camera dei deputati, che più di tutti seppe cogliere l’essenza
profonda di quell’opera artistica. Così risuonarono le sue parole:
«l’artista non ha detto: ecco la mia opera. Ha capito la storia, i
bisogni e le tradizioni di questo paese. E, dentro questo paese con gli
scalpellini, i giovani, il Comune e con altri artisti, ha collocato la
sua opera, ch’è bella, ma più bello è il processo intellettuale che gli
ha dato vita e la farà vivere come lotta, come conquista della coscienza
della gente. Queste cose ci sono chiare perché c’è stato Gramsci:
questa grande forza creativa che, anche nelle sue lettere tragiche, non
chiedeva mai di essere compianto. Quando Gramsci morì sembrava un uomo
irrimediabilmente sconfitto. Oggi risultano condannati dai fatti e dalla
storia i suoi carcerieri».
La testimonianza di Teresina.
Non meno appassionata e ricca di acute osservazioni è la testimonianza
di Teresina, l’amata sorella di Gramsci, raccolta da Giuseppe Podda
(pagina 22 della rivista). Veniamo a sapere che Nino cantava alla sarda. Aveva una voce nasale, potente. E raccontava tante storie, anche un po’ spinte, di frati e di preti.
Gli articoli di Sergio Atzeni ed Enrico Berlinguer. Nell’articolo intitolato E se tornasse Radames?
Sergio Atzeni ci parla dell’importanza della musica per Gramsci
all’interno del tema più generale della cultura, degli intellettuali e
della conquista dell’egemonia. Per l’intellettuale sardo – ricorda a
questo proposito Sergio Atzeni – l’opera lirica è l’unica forma d’arte che ha unito il popolo italiano. Enrico
Berlinguer rende invece un tributo al pensiero gramsciano,
analizzandolo sotto plurimi aspetti. Con lucida costruttività mette in
risalto l’unicità dell’apporto gramsciano al pensiero comunista
mondiale.
Le immagini. Le
cinquanta pagine della rivista sono correlate da un apparato fotografico
di eccellenza, rigorosamente in bianco e nero. Si riconosce un giovane
Pinuccio Sciola mentre ascolta attentamente il poeta Antonio Sini che
parla con Enrico Berlinguer del Piano d’Uso collettivo.
Il valore della raccolta. Il
corpus di scritti raccolti da Claudia Zucca offre un’importante
testimonianza della vitalità e produttività del pensiero di Gramsci. Le
parole di chiusura della sua prefazione lo riassumono con grande
efficacia: «la filosofia gramsciana è per le masse, comprensibile ad
esse, possibile da mettere in pratica. Questo emerge in modo lampante
dalle celebrazioni per i 40 anni della sua morte e dalla attività
popolare che ne è scaturita. Il popolo sardo era in piazza unito da
un’idea che lo rendeva protagonista proprio in accordo con la filosofia
della praxis».
Articolo pubblicato oggi su http://unaltrasestu.com/2014/10/29/un-caffe-con-contorno-di-jazz/
CAMUSSO E RENZi NON HANNO CAPITO CHE C'E' POCO DA RIDERE!
Riprendiamo da Internazionale un articolo di Christian Raimo pubblicato mercoledì, 29 ottobre 2014 , anche su http://www.minimaetmoralia.it/
Renzi vs Camusso: due brutte narrazioni che hanno bisogno l’una dell’altra
Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.
Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava: “Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio.”
Il tono quindi, col podio, dovrebbe essere più adulto, e subito Renzi ci tiene a sottolineare che è vero, sì, bisogna prendersi sul serio; ma bisogna, chiosa, non smettere di divertirsi. Si fa sempre un po’ per scherzare, eh. Quindi imposta subito alla prima persona plurale, ripete: “Noi siamo qui, noi siamo qui, noi siamo qui”, come una sorta di grido maori, e poi entra nel discorso nominando “uno dei nostri che ha detto”, o definendo che “noi siamo quelli che”: il premier è uno della platea, quello che ha davanti è il suo popolo, questo noi è una comunità molto inclusiva, a cui si può aderire (“le porte del Pd sono aperte”) per osmosi emotiva prima che complicità ideale – la regola d’ingresso è più o meno l’ottimismo – se i nemici, come specificherà più volte, sono quelli che non ci credono, i disfattisti, i gufi. Se ci credi – non importa bene in cosa – sei uno della Leopolda.
Questa è di fatto l’unica mozione identitaria, ottimismo vs pessimismo, in un discorso che rivendica esplicitamente un’ideologia (“fare un discorso meno scherzoso del solito, ma più di contenuto, ma più di cornice ideologica, culturale, ideale”); l’unica mozione, insieme a quella simile che divide i nuovi dai vecchi. In definitiva non esiste altra distinzione.
L’appello chiave che invece Renzi ripete in apertura e in chiusura è un’espressione che sembra di tipo religioso/psicologico – non più la rottamazione, ma “sfatare i tabù” – e che in realtà è usata ormai solo in ambito sportivo (tipo: “Vincere in casa contro l’Inter è sfatare il tabù…”): l’afflato motivazionale è quello che coniuga la figura del sacerdote e quella del coach. La Leopolda è un rito d’iniziazione, ed è un ritiro precampionato – gli elementi che Baden-Powell era riuscito a mettere insieme per dare vita a quello strano ibrido comunitario che sono i boy scout.
Dopo i primi sei minuti utili a ribadire la liturgia, Renzi utilizza i restanti tre quarti d’ora per non dire sostanzialmente nulla. Ma la forza retorica con cui costruisce i discorsi è percussiva perché finisce con l’essere perennemente tautologica o evocativa. La quantità di frasi ovvie e l’enfasi profusa per avvalorare queste ovvietà nei suoi 53 minuti è incredibile: il paese va cambiato perché è il nostro compito, se siamo al governo non è per scaldare la seggiola, la politica estera è una cosa seria…
Renzi spesso, nei discorsi, nei libri, proclama cose semplici e lo fa proiettandosi verso una complessità che però non arriva mai. Ossia: butta lì come intercalare un “ora dico per semplificare”, “adesso la metto giù facile, ma poi…”. Ma questo poi, fateci caso, non esiste. Non c’è complessità nel mondo renziano, o meglio: è sempre presente ma solo in quanto evocata.
La sintesi critica della situazione politica globale la dà dal minuto 5.55:
“Noi pensiamo che il mondo interconnesso sia un gran casino. Che il
mondo interconnesso che è un gran casino non sia un problema per
l’Italia ma una grande opportunità per l’Italia. Che l’Italia possa
avere un futuro se ha il coraggio di cambiare se stessa. E per cambiare
se stessa, occorre sfatare alcuni tabù, liberarsi di alcune paure… È
tutto collegato questo ragionamento, l’analisi internazionale, il ruolo
della comunicazione informatica e comunicativa che c’è stato, la
possibilità per la politica di fare il suo mestiere, e quindi lo spazio
che l’Italia ha nel mondo, in Europa e a casa propria per provare a fare
le sue cose…”
Che vuol dire? Il livello di analisi, qui come altrove, è quello di
un tema scolastico di uno che la butta in vacca. Una concezione fumosa
della storia, della geopolitica: una supercazzola. È tutto collegato
è un’altra espressione chiave: nella prospettiva renziana è sempre
tutto collegato. Ossia i collegamenti non sono mai cogenti, polari, ma
onnifunzionanti. Questo accade perché la sua logica non è argomentativa
ma associativa. Simula una elaborazione o spesso una sintesi, come nelle
frasi precedenti, ma non la attua mai. Spaccia un’accozzaglia,
un’incapacità di districare la complessità, per un’analisi fatta e
compiuta.
Non è un caso allora che il primo nemico chiamato in causa – in definitiva sarà l’unico che darà un nome ai gufi – sono gli intellettuali. “I professori, gli specialisti, i tecnici”: la loro colpa è quella di aver previsto la fine della Storia con la caduta del muro di Berlino. Il riferimento probabilmente è a Fukuyama. Mentre la Storia, dice Renzi, non è finita, facendo sue delle critiche che diciamo hanno anche queste almeno vent’anni ovviamente, ma che lui smercia per nuove.
C’è qualcuno che ancora pensa che il muro di Berlino sia la fine della Storia? Niente sottigliezze: “i professori, gli specialisti, i tecnici”, “il ceto intellettuale” sono matusalemme nostalgici, lo spauracchio di Renzi. Una figurina simile ai “comunisti” di Berlusconi, una caricatura utile.
Nel momento più cabarettistico del suo discorso, Renzi dice:
Non è un caso allora che il primo nemico chiamato in causa – in definitiva sarà l’unico che darà un nome ai gufi – sono gli intellettuali. “I professori, gli specialisti, i tecnici”: la loro colpa è quella di aver previsto la fine della Storia con la caduta del muro di Berlino. Il riferimento probabilmente è a Fukuyama. Mentre la Storia, dice Renzi, non è finita, facendo sue delle critiche che diciamo hanno anche queste almeno vent’anni ovviamente, ma che lui smercia per nuove.
C’è qualcuno che ancora pensa che il muro di Berlino sia la fine della Storia? Niente sottigliezze: “i professori, gli specialisti, i tecnici”, “il ceto intellettuale” sono matusalemme nostalgici, lo spauracchio di Renzi. Una figurina simile ai “comunisti” di Berlusconi, una caricatura utile.
Nel momento più cabarettistico del suo discorso, Renzi dice:
“Avete presente cari colleghi sindaci e consiglieri comunali, cosa
accade quando si apre un cantiere? C’è l’immancabile meeting e
convention del pensionato, si reca al cantiere, si mette all’esterno del
cantiere, inizia a guardare il cantiere e scuote la testa… N’ce la fan mica a finirlo… Guarda come lavoran piano…
È l’atteggiamento tipico di una parte del ceto intellettuale dominante
che adesso sarà molto offeso dal riferimento che ho fatto… Ai pensionati
del cantiere… Ah ah… Io vorrei scusarmi con loro… con i pensionati del
cantiere… Ah ah… Vorrei scusarmi con loro perché non se lo meritano
quest’accostamento, ma è così.”
Chi è questo ceto intellettuale dominante sbeffeggiato? Chi sono
questi professori contro cui si scaglia Renzi? Sono coloro che forse non
sarebbero indulgenti rispetto a un tale livello di approssimazione
concettuale? Sono quelli che non sanno scherzare?Del resto su molte questioni specifiche Renzi è approssimativo, semplificante, grezzo. Quando parla del conflitto russo-ucraino, cita il problema dell’autonomia energetica e tira fuori, facendola sua, la sparata del presidente dell’Eni De Scalzi, per cui un giacimento di gas in Mozambico potrebbe darci combustibile per i prossimi trent’anni. Per i nostri figli. Come? Che importa? L’Eni ha stanziato 50 miliardi per le trivellazioni, poi se si farà un gasdotto (di diecimila chilometri?), se questo gas sarà venduto alla Cina, chi lo sa, intanto l’abbiamo buttata là.
Oppure quando parla dell’articolo 18, lancia en passant una frecciata che la sinistra non votò per l’approvazione nel 1970. In verità il Pci si astenne perché voleva tesaurizzare i risultati delle battaglie degli operai dell’autunno caldo, e lo Statuto voluto dai socialisti, ideato da Brodolini e messo a punto da Giugni sembrava troppo compromissorio. Quindi? Renzi non contestualizza, insinua che i comunisti nostalgici cambiano idea tanto per, e taglia fuori i socialisti dalla storia della sinistra italiana. La storia di quel voto la ricostruisce per esempio Alessandro Marzo Magno qui.
Oppure ancora quando Renzi nomina il suo beneamato vecchio sindaco Giorgio La Pira come nume tutelare della politica estera, citando la sua famosa frase “Il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni”, dimentica che La Pira aveva sì messo al centro della politica estera il Mediterraneo, ma l’aveva fatto spendendosi in prima persona sulla questione palestinese, tema su cui il governo Renzi, da Mogherini in giù, è stato – per usare un eufemismo – particolarmente laconico (qui, per avere un’idea, uno dei rari, tardi, e vaghi interventi dell’ex ministro degli esteri; ah, sì, perché nel frattempo – un po’ di mesi, ormai – non ce n’è un altro). Inoltre La Pira sposava una linea aggressivamente anticolonialista, una prospettiva terzomondista a cui Renzi non pare proprio accennare.
Ma queste, si direbbe, sono quisquile storiche, da intellettuali. E per Renzi gli intellettuali sono pensionati brontoloni. La cosa bizzarra è che dopo aver tirato merda sugli intellettuali, dopo pochi minuti, Renzi si lancia in un peana ad esaltare i professori della scuola: “Fare il professore dev’essere un sogno da realizzare per la carriera di un giovane ragazzo. Dobbiamo tornare a dare potere, spazio, dignità e orgoglio al ruolo degli insegnanti. Dire che fare il professore non è la cosa che fanno gli sfigati. (…) Perché saranno gli insegnanti a salvare l’Italia, non i ragionieri. Con tutto il rispetto per chi fa il ragioniere”. E quindi? Uno potrebbe domandare: gli studiosi, i professori sono il male o il bene, il demonio e il messia? Gli insegnanti non rappresentano il ceto intellettuale?
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