29 dicembre 2016

PASOLINI A LINGUAGLOSSA






Alcune classi del liceo Leonardo di Giarre (CT) hanno preso parte, nei giorni 9 e 10 dicembre 2016, al convegno “Pier Paolo Pasolini e… la profezia del Mediterraneo”,presso la  Casa San Tommaso di Linguaglossa. 

pagine di diario delle due giornate
9 dicembre 2016

Ho partecipato, con alcuni compagni di scuola ed insegnanti, al convegno “Pier Paolo Pasolini e… la profezia del Mediterraneo” presso la Casa San Tommaso di Linguaglossa. Ho trovato interessante il concetto di utopia pasoliniana  presentato dal professore Fernando Gioviale, che ha aperto il discorso con un collegamento con il “Don Chisciotte” di  Miguel de Cervantes Saavedra, uno dei più celebri scrittori spagnoli del 1600. Don Chisciotte infatti, con il contadino Sancho, aveva intrapreso un lungo viaggio per la Spagna medievale con l’obbiettivo di combattere le ingiustizie difendendo i poveri dai ricchi potenti. Il povero Don Chisciotte aveva però un sogno irrealizzabile, poiché la sua visione di una società senza ingiustizie sociali non era coerente con l'epoca. Secondo il relatore anche Pasolini, proprio come Don Chisciotte, aveva intrapreso lo stesso viaggio attraverso le sue opere, rivelando le ingiustizie e sofferenze soprattutto nelle povere borgate romane. Questa perpetua voglia di denuncia, presente anche nei vari documentari,  fa di Pasolini il maestro dell’Utopia moderna. Il poeta tenta infatti continuamente di cercare il “sacro” dove questo non c’è: nel film “Accattone” (1961), per esempio, il protagonista, personaggio di un ambiente per nulla apparentemente sacro, conosce Stella, donna ingenua e buona che introduce nel film un’atmosfera di grazia e di pace e fa maggiormente risaltare le sofferenze umane-cristiane- in un mondo ai margini della legalità. Questo mi ha fatto capire che anche dove il “sacro” non c’è, o non è evidente,  si ha sempre la possibilità di trovarlo se lo si sa individuare. Pasolini, secondo il professore Gioviale, può  per questo essere considerato il miglior cristiano ateo della contemporaneità. Nel convegno e poi in classe abbiamo ascoltato e analizzato anche la poesia “Alì dagli occhi azzurri”, scritta da Pasolini nel 1964. Nei suoi versi Pasolini riesce a descrivere quasi nei dettagli il futuro dell’Italia e dell’Europa contemporanea che oggigiorno, proprio come predetto dalla poesia, è diventata la meta dei poveri migranti che cercano rifugio da condizioni estremamente difficili. Il contenuto rende dunque la poesia una vera e propria profezia. 


Stefano Pappalardo, 5 B

Il convegno mi è stato utile per conoscere un esponente importante della cultura italiana: non avevo mai sentito parlare di Pier Paolo Pasolini e venire a conoscenza dei suoi ideali così singolari mi ha aiutato molto ad ampliare il mio percorso personale di formazione. Ho apprezzato la passione con cui i professori hanno esposto le loro idee e le loro proposte. In particolare Graziella Chiarcossi, cugina dello scrittore, mi ha colpito molto per il suo entusiasmo nel ‘raccontare Pasolini’. Non avevo mai avuto l’occasione di partecipare a convegni di alcun genere e questa occasione mi è sembrata davvero efficace per ascoltare diversi punti di vista su un argomento. Lo stesso giorno ci è stata data l’occasione di vedere uno dei film realizzati da Pasolini, ‘Accattone’. Con questa pellicola il regista ha mostrato sul grande schermo la quotidianità della classe povera di quel tempo, che viveva nelle periferie delle grandi città senza alcuna speranza per un miglioramento della propria condizione. A mio parere, con questo film Pasolini è riuscito a lasciarci la consapevolezza che un uomo senza cibo né per lo stomaco né per la mente sarà sempre costretto a camminare in un lungo e immaginario circolo dove tutto è condannato a rimanere immutato
Federica Villari, 5 B


Conoscevo già Pasolini poiché ne avevo sentito parlare durante un’edizione del “TG 1” in cui si affrontava il caso della sua morte misteriosa, ma indubbiamente adesso credo di sapere qualcosa in più, specialmente riguardo il suo modo di scrivere e la sua produzione cinematografica. Il momento  che mi ha maggiormente colpito è stato il breve “conflitto” a cui hanno preso parte due docenti dalle idee discordanti: ciò mi ha fatto comprendere che Pasolini può essere analizzato da più punti di vista che possono essere perfino non coincidere.
L’esposizione è stata complessivamente molto interessante anche se, a mio parere, gli alunni avrebbero potuto  essere coinvolti meglio nel corso della giornata.
Mario Nicotra, 5 B



10 dicembre 2016

Ho avuto l’opportunità di partecipare ad un convegno dedicato esclusivamente alla figura di Pasolini, al suo ricordo, a ciò che ha lasciato e ha predetto.
Un primo ma centrale momento del convegno sul quale vorrei soffermarmi è stato  l’ intervento del professore universitario di filosofia, Francesco Coniglione, il quale ha proposto al pubblico una propria reinterpretazione del binomio mito-utopia in  chiave pasoliniana, con la spiegazione dei due concetti di mito e utopia, con differenze e analogie. La parte conclusiva è stata dedicata alla necessità di costruire utopie per una serena prosecuzione della cultura occidentale, riferimento cardine per tutte le altre culture nel mondo.
Ad apertura del discorso, il professore ha anteposto una nota riflessione di Pasolini, che oggi più che mai sembra incarnare i problemi sociali e antropologici della nuova era:” l’odio per la cultura non è del capitalismo, né del fascismo, l’odio per la cultura è della sotto-cultura, la cultura si proietta nel futuro solo con la scienza o utopia, la sotto-cultura si proietta nel futuro come speranza, e da qui deriva l’infelicità, poiché la speranza è retorica, meschina, ricattatoria e ipocrita”. Proprio da questa idea pasoliniana il relatore ha potuto edificare l’accattivante intervento, arricchito da continue definizioni, con discrepanze e somiglianze, su mito e utopia. La prima nota di discordanza, la prima peculiare distinzione, ha riguardato la concezione del mito come sogno dell’immaginazione, dell’utopia come sogno della ragione, della cultura. Da questa prospettiva non si può concepire che l’utopia si fondi sulla speranza di un paradiso né tanto meno su un perfezionamento etico-morale, bensì su un incremento della scienza e della conoscenza, che permetterebbe all’uomo di fuoruscire da una condizione di ferinità per accedere alla  condizione ideale di una società perfetta. Difatti nel Rinascimento e poi nell’Illuminismo, periodi dell’esaltazione della ragione e della fiducia in essa nella convinzione che  potesse rappresentare l’unica via per giungere ad un conforto ontologico in seguito alla buia era medioevale, si configura il culto della ragione, nasce la convinzione che l’uomo possa costruirsi da sè grazie alle sue capacità razionali, possa essere il fabbro del suo destino (homo faber fortunae suae). Il concetto di utopia si presenta così come frutto della ragione umana: la scienza si assume prepotentemente, con le proprie forze, il potere di edificare una società perfetta. Un ulteriore ed ultimo aspetto analizzato ha riguardato la relazione fra tempo e mito/utopia: nel mito tradizionale non esiste l’idea di progresso, perché il tempo è circolare, a-cronologico, a-temporale. Nell’utopia il progresso esiste in quanto vi è una linea del tempo cronologicamente lineare, che ha un inizio e una fine, in cui i passi, che procedono dall’inizio alla fine, sono tutti passi d’incremento.
A conclusione delle proprie argomentazioni il professore ha chiuso con un interrogativo assai preoccupante: “Oggi si scrivono utopie?” La risposta ha ovviamente esito negativo. “Piuttosto oggi si formano distopie e si fonda una società di incubi. Perché oggi l’uomo non è capace di costruire utopie positive? Oggi non costruiamo più utopie positive perché non crediamo nelle capacità dell’uomo di determinare se stesso”.
Giovanni Cavallaro,5 I





Il termine utopia venne coniato da Tommaso Moro per battezzare un'immaginaria isola dotata di una società ideale, della quale descrisse il sistema politico nella sua opera "Utopia", pubblicata nel 1516.
Le utopie nascono quando si sta affermando, dopo il Rinascimento, l'età della ragione, e quando sono oramai in crisi tradizione mitica e millenarismo.
La funzione del mito è la reintegrazione di uno stato perduto e la sua conciliazione col presente, un ritorno alle origini. Nel medioevo al mito si accostava il millenarismo, ossia un movimento che il prof. Coniglione ha definito "la realizzazione del paradiso in terra , una condizione di pacificazione e rigenerazione dell'umanità che si riallacciasse all'origine". 
Ben diversa invece era la funzione dell'utopia dal Rinascimento in poi, la quale non si fondava sulla ricerca del paradiso o sul perfezionamento etico morale, ma sulla scienza e la conoscenza. L'uomo doveva dominare la natura e per poterla dominare deve prima conoscerla e comprenderla. L'utopista, grazie ad una applicazione razionale della conoscenza, può sanare i suoi mali ed accedere alle condizioni naturali di una società migliore. Gli utopisti mirano ad uno sviluppo illimitato della scienza, intesa ovviamente come conoscenza.
La funzione dell'utopia dunque si distacca dalla funzione di reintegrazione di uno stato perduto tipica del mito, proponendoci un modello ideale di società che possa servirci da orientamento.

Personalmente ho molto apprezzato l'intervento del professor Coniglione che ci ha esposto in modo chiaro il tema dell'utopia e le sue differenze da mito e millenarismo. 
Andrea Nicolosi, 5 I



Un giorno al femminile di Mahmoud Darwish.



Un altro giorno verrà, un giorno al femminile
di chiare metafore, un giorno completo
diamantino, solare, di festa nuziale,
affabile, d’ombra leggera. Nessuno avrà
desiderio di suicidarsi o morire.
E tutto, fuori del passato, sarà vero naturale
il seguito dei suoi attributi primi.
Come se il tempo riposasse in vacanza.


“Prolungami il tempo della tua splendida grazia.
Esponiti al sole dei tuoi seni di seta,
e attendi l’arrivo della lieta novella. Dopo,
cresceremo. Abbiamo un tempo ulteriore per crescere
dopo questo giorno.”


Un altro giorno verrà, un giorno al femminile,
di lirici segni, e frasi d’augurio
del colore dei lapislazzuli.
Tutto sarà femmineo fuori
del passato. L’acqua scorrerà dalle mammelle delle pietre.
Non vi sarà polvere, né aridità, né perdita.
La colomba al pomeriggio dormirà in un carro armato
abbandonato se non avrà trovato un piccolo nido
nel letto degli amanti.


Mahmoud Darwish

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE: A MARINEO MANCA L'ACQUA! 1 e 2

Un' autobotte privata per le vie del paese vende l'acqua


       In queste pagine ci siamo occupati più volte di un annoso problema che affligge Marineo, come tanti altri paesi siciliani. La Sicilia è un' isola ricchissima d'acqua. Ma, ancora oggi, l'acqua non arriva in molte case dell'isola. Leonardo Sciascia e Danilo Dolci hanno scritto pagine indimenticabili al riguardo. E, alcune di queste, le potete trovare anche in questo blog.
      Ma, generalmente, in passato la carenza d'acqua si registrava durante i lunghi  mesi estivi. Un Natale senz'acqua non si era mai visto in Sicilia. Eppure quest'anno, nel giorno di Natale, in molte case di Marineo e Bolognetta l'acqua potabile non è arrivata.
       Da quì la protesta di tanti che non hanno mai protestato in vita loro. fv

 P.S.: Amici ben informati mi comunicano che la situazione a Marineo è talmente confusa che  non si riesce a capire bene cosa abbia determinato l'interruzione dell'erogazione dell'acqua potabile da parte dell'AMAP. Un problema di temporanea siccità comporterebbe una razionalizzazione delle risorse idriche disponibili con erogazione programmata anche ogni 4 giorni, ma resa nota pubblicamente;  ma in questi giorni a Marineo sembra regnare solo confusione e anarchia:  un giorno si parla di pompe non funzionanti, un giorno di condotte obsolete, un giorno di siccità, un giorno addirittura di imperizia da parte dei nuovi tecnici subentrati alla precedente gestione. Pertanto sembra che nessuno sappia con certezza quando l'acqua viene erogata. Il Sindaco del Comune nell'occasione risulta, ancora una volta, latitante!

Mentre scriviamo apprendiamo dal sito internet dell'AMAP quanto segue:



AMAP Coordinamento Area Provinciale – Struttura Gestione Reti Provinciali

TURNAZIONE EROGAZIONE IDRICA EMERGENZIALE ALLE UTENZE DELLA CITTA’ DI MARINEO

A CAUSA DELLA LIMITATA DISPONIBILITÀ’ DI RISORSE IDRICHE APPROVIGIONABILI  DALLE SORGENTI SI COMUNICA CHE DAL GIORNO 2 GENNAIO 2017 LA DISTRIBUZIONE IDRICA ALLEE UTEZE DEL COMUNE DI MARINEO AVVERRÀ’ SECONDO IL SEGUENTE PROGRAMMA DI EROGAZIONE:

LUNEDI’/GIOVEDI’/DOMENICA
DURATA EROGAZIONE 2 ORE ZONE SERVITE: QUARTIERE VARIANTE PARTE ALTA, QUARTIERE CALVARIO, COMPRESO ZONE PIANO – CORSO DEI MILLE PARTE ALTA – VIA AGRIGENTO – VIA SIRACUSA E VIA VITTORIO EMANUELE

MARTEDI’/VENERDI
DURATA EROGAZIONE 2 ORE ZONE SERVITE: QUARTIERE COZZO, COMPRESO ZONE CORSO DEI MILLE PARTE BASSA – VIA S.ANTONIO – VIA CORLEONE – VIA LICASTRI

MERCOLEDI’/SABATO
DURATA EROGAZIONE 2 ORE ZONE  SERVITE  QUARTIERE SERRA (BALATA), QUARTIERE SAN MICHELE, QUARTIERE CONVENTO, QUARTIERE CROCIFISSO
COMPRESO ZONE VIA PACINI – VIA FASCI SICILIANI – VIA SERRA CAVALLARO – VIA ROMEO   – VIA MONTEGRAPPA

MERCOLEDÌ
DURATA EROGAZIONE 4 ORE  ZONE  SERVITE:   CONTRADA LUISA

SABATO
DURATA EROGAZIONE 4 ORE  ZONE  SERVITE:  CONTRADA CATENA E CONTRADA ROCCA BIANCA

LA SUDDETTA PROGRAMMAZIONE POTRÀ’ SUBIRE MODIFICHE IN RELAZIONE ALLE RISERVE IDRICHE ACCUMULATE NEI SERBATOI GORGACCIO E ROCCA E/O AD INTERRUZIONI DEGLI IMPIANTI DI POMPAGGIO STRETTO E RISALAIMI.


 Intanto, da oggi e fino al 31 dicembre 2016, a seguito di ordinanza di protezione civile, la distribuzione straodinaria dell’acqua, limitatamente per uso igienico – sanitario, sarà garantita a mezzo autobotte.

28 dicembre 2016

M. HERNANDEZ, Tra pena e pena vado sorridendo

M. Hernandez legge una sua poesia in piazza



     Tra i tanti danni generati dalla guerra civile spagnola e tra le numerose vittime del colpo di stato franchista un posto di rilievo occupano  Federico Garcia Lorca e Miguel Hernandez. In questo blog abbiamo dedicato diversi pezzi a questi due grandi poeti. Oggi torniamo a parlare di Miguel Hernandez (1910-1942) che, durante la guerra civile, combatte da volontario per difendere la repubblica. Finita la guerra, morirà di stenti e di tisi, a soli 32 anni, nelle carceri di Franco.
 


Tengo estos huesos hechos a las penas
y a las cavilaciones estas sienes:
pena que vas, cavilación que vienes
como el mar de la playa a las arenas.

Como el mar de la playa a las arenas,
voy en este naufragio de vaivenes,
por una noche oscura de sartenes
redondas, pobres, tristes y morenas.

Nadie me salvará de este naufragio
si no es tu amor, la tabla que procuro,
si no es tu voz, el norte que pretendo.

Eludiendo por eso el mal presagio
de que ni en ti siquiera habré seguro,
voy entre pena y pena sonriendo.


Ho queste ossa per le pene
e per cavillare queste tempie,
pena che va e cavillo che viene
come il mare dalla riva alle arene.

Come il mare dalla riva alle arene
io nel naufragio degli andirivieni
vago per notte oscura di padelle
rotonde, poverelle, tristi e brune.

Niente mi salverà da quel naufragio
tranne il tuo amore, zattera che appresto,
tranne la  voce tua, nord a cui tendo.

Così eludendo il cattivo presagio
da cui neanche in te starei al sicuro,
tra pena e pena vado sorridendo.

Miguel Hernandez





Tra i tanti danni generati dalla guerra civile spagnola e tra le numerose vittime del colpo di stato franchista un posto di rilievo occupano  Federico Garcia Lorca e Miguel Hernandez. In questo blog abbiamo già dedicato diversi pezzi a questi due grandi poeti. Oggi torniamo a parlare di Miguel Hernandez (1910-1942) che, durante la guerra civile combatte da volontario per difendere la repubblica. Finita la guerra, morirà di stenti e di tisi, a soli 32 anni, nelle carceri di Franco.

GIACOMO BALLA, IL FUTURISTA GENTILE



Una mostra a Alba, alla Fondazione Ferrero, dedicata a Giacomo balla, mette in scena le linee di forza di una poetica «mista»: le scomposizioni di colore non derivano da ricerche scientifiche, secondo i dettami di primo Novecento, ma da una sensibilità squisitamente pittorica.

Giuseppe Frangi

L'idea ancora estetica del futurista gentile

Le mostre alla Fondazione Ferrero di Alba hanno sempre qualcosa di sorprendentemente (e piacevolmente) inconsueto. Qualcosa che mette in evidenza un senso civile del fare cultura proprio di altre stagioni piuttosto lontane della nostra storia. L’ingresso è gratuito; all’inizio del percorso i visitatori sono invitati nell’auditorium, dove viene proposto loro un video ben fatto e molto utile per capire la mostra che di lì a poco vedranno; l’allestimento è sobriamente essenziale; la guardiania è affidata a pensionati molto compresi nel ruolo. La selezione delle opere, infine, obbedisce a criteri di qualità senza perdere però mai di vista la funzione formativa e divulgativa di una mostra, destinata a un pubblico largo. Un’impostazione che è stata accuratamente rispettata anche in occasione dell’ appuntamento con il Balla futurista e prefuturista, curato da Ester Coen (FuturBalla, sino al 27 febbraio, catalogo Skira).

Com’è giusto che sia, la prima opera che ci accoglie è un autoritratto datato 1894. Balla aveva 23 anni, ed era alla vigilia del suo trasferimento definitivo da Torino a Roma, capitale in grande fermento. Ha uno sguardo un po’ sfidante, più per posa che per natura: ci avverte che la sua autocoscienza artistica è fatto compiuto. I primi quindici anni di attività sono all’insegna di un verismo pieno di sentimento per un’umanità dolente e scartata. La tavolozza buia si accende di tanto in tanto, quasi per delle fiammate, a contatto con l’insegnamento divisionista. Nel 1910, quando già da un anno è scoppiata la bomba futurista, Balla dipinge un quadro molto intenso e poetico, intriso di neri morbidi e di luce soffusa. Il titolo dice tanto di lui: Affetti.

È l’allievo Boccioni a squadernargli la novità, che Balla accetta con «meraviglioso» slancio. Ecco come lo racconta Boccioni stesso, in una lettera all’altro allievo Gino Severini: «Ci ammira e condivide le nostre idee in tutto, è però ancora troppo fotografico ed episodico ma ha 42 anni, ha una volontà quasi vergine e intatta e lo spettacolo della sua coraggiosa evoluzione ha commosso me e Marinetti come di un eroismo di cui difficilmente si vedono esempi». Parole che disegnano alla perfezione il profilo di Balla, e di cui non è difficile trovare puntuali riscontri nel percorso della mostra.

Il 1912 è l’anno chiave. Una permanenza in Germania apre Balla alle esperienze dell’astrazione, nella forma di scomposizioni di colore che però, come chiarisce Ester Coen nel catalogo, non derivano da ricerche scientifiche, che pur avevano suggestionato tanti artisti, ma sono esito di «una ricerca squisitamente pittorica di accostamenti che simulano i timbri cromatici osservati in natura». Da Düsseldorf Balla torna con un piccolo quadro sorprendente e molto meditato: una veduta del Reno dalla finestra di casa, affondata in una luce biancastra. Quadro di uno sperimentalismo delicato, in cui l’audacia è temperata da un spirito di osservazione sempre attento e rispettoso.

Nel 1912 entrano in gioco la luce e il movimento, due capisaldi della mens futurista. Ma Balla, per quanto entusiasta e categorico nei suoi proclami, quando si mette davanti al cavalletto torna sempre a essere fedele a se stesso. Il suo così si palesa come un futurismo scevro da furori, un futurismo gentile. In quell’opera caposaldo, arrivata da Buffalo, che è Dinamismo di un cane al guinzaglio (1912), più che l’oltranzismo da ricerca di avanguardia, prevale il senso del ritmo, la delicatezza musicale della composizione.
L’eccitazione per il nuovo è addolcita da un istinto che lo porta sempre a far prevalere il dato di natura. Neanche nella bellissima sala in cui il tema della velocità la fa da padrone e dove più si avverte la vicinanza, o la pressione, di Boccioni, Balla viene meno a se stesso. Non c’è ansia nei suoi dinamismi, regolati da armonie cromatiche e da un immancabile senso di equilibrio. Non si avverte la tensione visionaria del Boccioni a cui il rettangolo della tela davvero non è più sufficiente e che sembra in procinto di andare definitivamente oltre la tradizione.

Invece, come scrive Ester Coen, «Balla è ancora pienamente immerso in un’idea estetica, in una morale legata al concetto di rappresentazione». Più che un’opzione culturale sembra proprio una questione di ordine psicologico. Così, nonostante le colorite intemperanze dei messaggi veicolati attraverso le sue cartoline creative (presenti in mostra), alla fine Balla trova il vero se stesso su lidi ben più pacifici. Questo spiega perché la Linea di velocità dell’aereo (da guerra, ndr) Caproni, pastello del 1915, si trovi ad attraversare vortici di un azzurro sereno, senza il minimo accenno bellicista. Eppure era il 1915…

Già due anni prima, in pieno tourbillon futurista, Balla aveva dipinto un quadro dominato da azzurri intensi che disegnano linee addolcite; un quadro dal titolo emblematico: Velocità astratta-L’auto è passata. Il sottotitolo potrebbe essere: è passata e l’abbiamo scampata. Torniamo all’amata pittura.


Il manifesto – 18 dicembre 2016

G. GIORELLO, GENIUS LOCI


Ognuno di noi ha la sua divinità tutelare. Anche le città hanno la loro. Ma occore fare attenzione, può essere anche malvagia.

Giulio Giorello

Genius loci

Nel mito antico il genio è la divinità tutelare dell’esistenza di ogni individuo. Per un poeta rinascimentale come Luigi Pulci era «lo Iddio che nasce insieme con l’uomo»: una sorta di talento che contrassegna gli individui eccezionali, destinati a cambiare il mondo in cui vivono. Negli ultimi secoli si è insistito sul suo aspetto creativo: il genio si dispiega producendo nuove cose, mettendo a fuoco diversi percorsi possibili, costituendo un dono che viene offerto alla comunità. Sembra una forza potentemente interiore dell’individuo, che, però, è destinata a emergere nelle relazioni esteriori.

Ha scritto Eric Weiner che dobbiamo «incominciare a pensare alla creatività non come a una dote genetica» (come voleva il positivismo ottocentesco) ma come a «qualcosa che si conquista, lavorando sodo ma, anche, coltivando attentamente le circostanze favorevoli». Non è «un lusso privato», bensì «un bene pubblico». La creatività «non si verifica qui dentro o là fuori, ma nello spazio intermedio: rapporto che si svolge all’incrocio tra persona e luogo».

Weiner, che «la Lettura» aveva intervistato il 31 gennaio, ha dedicato un poderoso volume alla Geografia del genio , vera e propria ricerca dei luoghi più creativi del mondo dall’antica Atene alla Silicon Valley. Lui stesso lo definisce un viaggio «donchisciottesco». Ora il volume compare in versione italiana presso Bompiani, e i lettori avranno così modo di seguire le peregrinazioni di Weiner nei dettagli della sua «geografia del genius loci », che altro non è che «il luogo dove abita il genio».

L’autore dispiega una gamma di casi storici in cui la genialità ha trovato il posto più adatto ove fiorire: dall’Atene di Pericle alla Silicon Valley, passando per le città imperiali dell’antica Cina, per la Firenze dei Medici che univa denaro e cultura, o per la fumosa Edimburgo con i suoi inquieti club, per non dire della caotica Calcutta o della grande Vienna tra Ottocento e Novecento. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Non c’è forse un genius loci , poniamo, anche, nella Roma classica o nella Venezia di Marco Polo o, magari, nella Dublino di Joyce? Si impone sempre il carattere pubblico del genio: che ne faremmo di una meravigliosa collezione di teoremi matematici che non escono dal cassetto di un pur grandissimo scienziato o delle partiture musicali di un artista non meno intelligente, che però nessuno ha mai preso in considerazione?

Il pubblico a cui il genio si rivolge non è puramente passivo: viene stimolato e indotto a pensare a nuovi modi di vedere o di sentire con cui collabora con impegno. Ma proprio per questo «i luoghi del genio appaiono fragili. È molto più facile distruggerli che crearli. La civiltà perde in novità ed entusiasmo, e compare l’arroganza. Atene e Firenze non hanno conosciuto anche una decadenza, tanto più impressionante quanto erano stati potenti i risultati prima conseguiti? Il punto è che — e qui mi sembra che l’analisi di Weiner sia piuttosto convincente — perché si formasse quell’impalpabile connessione tra le varie figure geniali che hanno segnato un luogo e un’epoca, era necessaria una «società aperta», cioè quella che i moralisti chiamerebbero troppo permissiva proprio per la sua capacità di dare spazio a concezioni nuove e stimolanti, anche a costo di mettere a repentaglio alcuni dei suoi stessi presupposti.

Weiner ha ancora ragione a sottolineare che quel tipo di incrocio che è il genius loci è «come tutti gli incroci, pericoloso e spietato». Forse, il nostro geografo della genialità avrebbe potuto sottolineare di più questo carattere ambiguo e sospettoso del genius loci . È difficile non ricordare l’amara fine di Socrate ad Atene o, se è per quello, anche quella di Gesù in Palestina. Firenze ha cacciato molti dei suoi artisti inducendoli a una migrazione pressoché forzata. Il «fiorentino Galileo Galilei» (che così era definito politicamente: il nostro Carlo Emilio Gadda amava chiamarlo «il maligno pisano», in onore della riottosa città in cui aveva avuto i natali) doveva venir costretto all’abiura a Roma nel 1633 «per aver osato pensare in astronomia diversamente da come volevano i suoi censori domenicani e francescani», per dirla con le parole del poeta John Milton, suo appassionato ammiratore. I poeti a un tempo struggenti e raffinati dell’antica Cina dovevano troppo spesso venir umiliati da una burocrazia invadente e oppressiva.

La stessa Edimburgo ove, come diceva Charles Darwin, uno poteva studiare geologia, biologia e medicina con maggior libertà che in qualsiasi scuola d’Inghilterra, rischiava di considerare i propri «illuministi» come troppo «pericolosi». Quanto a Vienna nel periodo che va dal successo musicale di Mozart alla «grande città» del primo Novecento, che accoglie Freud e che assiste alla sensualità della pittura di Gustav Klimt e alla severità della geometria architettonica di Adolf Loos, che vede fiorire la nuova filosofia di Ludwig Wittgenstein, non conteneva i germi di una perniciosa dissoluzione?
C’è una storia di cui Weiner non tratta e che, tuttavia, è importante raccontare, perché costituisce una specie di doppio, forse ancor più tragico e impressionante, del processo e morte di Socrate. In uno dei tanti caffè di Vienna avevano cominciato a riunirsi fisici, matematici, logici ed economisti, insofferenti del sapere tradizionale e decisi a un rinnovamento della filosofia alla luce delle grandi novità scientifiche che avevano cominciato a segnare il trapasso dall’Ottocento al Novecento. Nel 1922 in città era arrivato Moritz Schlick e grazie soprattutto al suo impegno doveva nascere il Circolo di Vienna, dedicato alla costituzione di un’autentica concezione scientifica del mondo.
I membri si incontravano ogni giovedì sera al pianterreno dell’università, dove erano collocati tradizionalmente gli Istituti di matematica e di fisica. Fu negli inquieti anni Trenta che capitò l’evento che doveva drammaticamente segnare la storia del Circolo. Schlick aveva esaminato e bocciato uno studente nazista, tale Johann Nelböck, autore di una tesi di etica; e nel 1936 mentre saliva la scalinata dell’università il docente veniva ucciso con un colpo d’arma da fuoco da quel pessimo studente. Il quale fu sì condannato alla pena capitale, ma si fece solo un breve periodo di prigione perché fu rilasciato quando Hitler occupò Vienna nel 1938. L’assassino fece richiesta di completa assoluzione nel 1941: non aveva forse compiuto un’opera meritoria eliminando «un professore ebreo»?

Nelböck non aveva le idee chiare nemmeno qui. Schlick non era affatto ebreo, bensì discendente della nobiltà prussiana. Al suo uccisore toccò un posto nel reparto geologico dell’amministrazione degli oli minerali dell’economia di guerra, dove «pacificamente» lavorò fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Morì nel 1954. Anche Hitler, dopotutto, era austriaco. Il che mostra non solo la faccia paradossale e inquietante di quel genius loci che era Vienna, ma soprattutto quanto il genio (nella fattispecie filosofico) possa venir stroncato dalla malvagità che irrompe sulla scena della storia.


Il corriere della sera/La lettura – 30 ottobre 2016