04 gennaio 2014

DEMOCRAZIA ED ECONOMIA OGGI

Guido Rossi

La scommessa vincente della democrazia contro la crisi



«Le ragioni dell'attuale crisi consistono nel capovolgimento del rapporto fra democrazia ed economia, frutto degli ultimi trent'anni di politiche neoliberiste dettate dall'ideologia che, secondo il suo rappresentante più rigoroso Robert Nozick, lo Stato si può giustificare solo se "minimale e limitato a far rispettare i contratti fra i privati"».
 A fare questa affermazione non è un pericoloso sovversivo su un foglio estremista, ma la pacata riflessione di un economista liberale pubblicata, in modo sorprendente, sul quotidiano della Confindustria qualche giorno fa. 
Di seguito potete leggere  l'articolo di Guido Rossi integralmente:
 


Il nuovo anno significativamente cade nel centenario della prima guerra mondiale e impone un bilancio con almeno due diverse valutazioni. La prima è quella che l'attuale crisi non pare sostanzialmente difforme, ancorché non identica, rispetto a quelle precedenti, che si son ripetute in cicli ricorrenti, sicché in qualche modo poi, sia pur nel dominio della confusione e della paura, hanno trovato una soluzione.
La seconda è che si tratti invece di una crisi del tutto nuova, e che l'attendismo delle democrazie non sia in grado di risolverla, ma si richieda invece un cambiamento radicale nel governo del mondo, soprattutto a causa della totalitaria natura globale della crisi stessa.


Le crisi economiche negli ultimi cento anni si sono accompagnate a quelle profonde delle democrazie, le quali ne sono uscite sostanzialmente vittoriose, nonostante l'ignavia e il fatalismo che le caratterizza, come già aveva riconosciuto il loro maggior teorico Alexis de Tocqueville.

Così in molti Paesi le risposte alla grande depressione del '29 consistettero nell'abolizione di uno dei poteri fondamentali della democrazia, cioè l'autorità legislativa; abolizione comune nelle autocrazie totalitarie, dal fascismo, al nazismo, al comunismo. È pur vero che a volte la divisione dei poteri è pericolosamente rinnegata, anche attraverso prevaricazione di qualcuno dei tre poteri, più spesso quello esecutivo, con repressione dei diritti fondamentali che della democrazia costituiscono l'essenza.
Basterà, per chiarire il discorso, fare riferimento al recente ponderoso studio di Ira Katznelson (Fear Itself: The New Deal and The Origin Of Our Time - New York, 2013) dal quale risulta con chiarezza che il New Deal di Roosvelt nacque in un'atmosfera di assoluta incertezza sulla capacità e il destino della democrazia liberale, tant'è che lo stesso New Deal e la creazione di un'economia dello Welfare State fu possibile con l'intervento soprattutto dei membri del Congresso sudisti, ai quali venne garantita la permanenza di un sistema legale di segregazione razziale. L'incontrovertibile risultato raggiunto con la partecipazione alla seconda guerra mondiale è presentato come salvaguardia della democrazia americana attraverso profondamente ambigue alleanze con il sud degli Stati Uniti ante diritti civili e con l'Unione Sovietica di Stalin.

Le ragioni dell'attuale crisi consistono nel capovolgimento del rapporto fra democrazia ed economia, frutto degli ultimi trent'anni di politiche neoliberiste dettate dall'ideologia che, secondo il suo rappresentante più rigoroso Robert Nozick, lo Stato si può giustificare solo se «minimale e limitato a far rispettare i contratti fra i privati». Ciò ha portato a una spinta alla deregolamentazione del capitalismo finanziario, alla fuga dello Stato dalla protezione dei diritti umani, dalla salute all'istruzione, al lavoro, alla dignità della vita e a favore dell'esaltazione delle disuguaglianze. 

Quel che può apparire strano, e che rende la presente crisi più complessa, è che le esigenze dell'economia, ridotta all'autogoverno del mercato globale, e di mancanza di una sovranità mondiale che ne imponga una regolamentazione, hanno ridotto anche la Giustizia a una fattispecie contrattuale. Deals de Justice è il titolo del recente libro di Garapon e Servan - Schreiber (2013), nel quale si chiarisce che le grandi multinazionali, qualora sospettate di violazione della legislazione anticorruzione americana e di criminalità economica, sono indotte a collaborare con il Department of Justice (DOJ) o con la Sec (Securities and Exchange Commission), per arrivare a un accordo (Deal) al fine di evitare un lungo e dispendioso giudizio. Siamo di fronte a una sorta di ossimoro, di un diritto senza giustizia, con l'attrazione nella competenza del potere esecutivo americano dell'ordinamento del commercio internazionale, dove le imprese sono tenute a svolgere costose autoinvestigazioni e a dichiarare le proprie violazioni, in contrasto con il Bill of Rights che garantisce il diritto di non incriminarsi. Può destare sorpresa che dal 1977 i dieci più importanti accordi transattivi con le autorità americane sono stati conclusi da nove multinazionali straniere e una sola americana, tanto da far credere che questo strumento di giustizia globale dei mercati serva a proteggere le imprese americane a discapito di quelle straniere e a far affluire non indifferenti somme di denaro al Tesoro americano. 


 Il Sole 24 ore  29 dicembre 2013






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