22 febbraio 2012

Cosa si nasconde dietro le maschere.








      Ho scoperto di recente  una insolita  poesia di Giorgio Caproni che sembra scritta da Pier Paolo Pasolini.  La poesia è tratta dalla raccolta Res Amissa, si intitola Show, e risale al 1983.
      Gli anni ottanta in Italia, ricorderanno gli storici,  sono stati gli anni del regno di Bettino Craxi.Gli anni passano, cambiano i nomi dei governanti, ma la musica è sempre la stessa, anche quando a    suonarla si chiamano i cosiddetti tecnici
 
SHOW
 
Guardateli bene in faccia.
Guardateli.
           Alla televisione,
magari, in luogo
di guardar la partita.
Son loro, i "governanti".
Le nostre "guide".
                  I "tutori"
- eletti - della nostra vita.
Guardateli.
           Ripugnanti.
Sordidi fautori
dell'"ordine", il limo
del loro animo tinge
di pus la sicumera
dei lineamenti.
               Sono
(ben messi!) i nostri
illibati Ministri.
Sono i Senatori.
                I sinistri
- i provvidi! - Sindacalisti.
"Lottano" per il bene
del Paese.
          Contro i Terroristi
e la Mafia.
           Loro,
che dentro son più tristi
dei più tristi eversori.
Arrampichini.
             Arrivisti.
In nome del Popolo (Avanti!
Sempre Avanti!), in perfetta
Unità arraffano
capitali - si fabbricano
ville.
      Investono
all'estero, mentre "auspicano"
(Dio, quanto "auspicano")
pace e giustizia.
                 Loro,
i veri seviziatori
della Giustizia in nome
(sempre, sempre in nome!)
del Dollaro e dell'Oro.
Guardateli, i grandi attori:
i guitti.
         Degni
- tutti - dei loro elettori.
Proteggono i Valori
(in Borsa!) e le Istituzioni...
Ma cosa si nasconde
dietro le invereconde
Maschere?
         Il Male
che dicono di combattere?...
Toglieteceli davanti.
Per sempre.
           Tutti quanti.
 
 Giorgio Caproni
 

21 febbraio 2012

CHE FARE ?








 
Stamattina ho  deciso di  dare spazio ad un  incisivo commento  al lungo e farraginoso  articolo,  Il sistema di potere clientelare-mafioso da Danilo Dolci ai nostri giorni, pubblicato qualche settimana fa.
Il commento, nel raccogliere criticamente  alcune provocazioni contenute nel pezzo suddetto, pone domande a cui tutti siamo tenuti a rispondere. E ringrazio di cuore l’amico, non tanto per i complimenti generosamente espressi, quanto per i problemi sollevati.

Caro Franco,
hai messo insieme lo scenario che fa da sfondo alla nostra vita di siciliani, uno scenario che non accenna a cambiare. Ed è questo il punto, perchè? Cos'è che rende insufficiente, fiacco ed acquiesciente il nostro agire politico e sociale? Un fallimento globale ci sovrasta. Hai resuscitato Sciascia, uno che sembra morto non una ma infinite volte, ucciso dalla nostra indifferenza. Eppure le cose che lui pensava e diceva, oltre quarant'anni fa, sono perfettamente attuali (il fallimento dell'Autonomia siciliana, la borghesia mafiosa che opera senza alcuna visione del domani, etc.). Lo hai accostato a Dolci e leggendo (per me per la prima volta e te ne sono grato) la categorizzazione dei politici siciliani sembra scritta per questa imminente competizione elettorale per l'elezione del sindaco di Palermo: uno scenario penoso, come non mai. Lo spreco che si accompagna al malaffare, anzi lo coadiuva, è parte di questa eutanasia collettiva, un suicidio assistito con le stesse sostanze che potrebbero salvarci se usate nel modo giusto. Penso alla mole delle risorse destinate alla formazione professionale (400 mln!) che se utilizzate al meglio potrebbero restituire, insieme al sistema scolastico, saperi e conoscenze di cui siamo assetati. Ma come fare ad invertire il ciclo? Purtroppo "storicizzare", che è l'imperativo categorico di sempre, sembra non essere sufficiente per stimolare, oltre all'analisi, una sintesi dialettica e progressiva che ci faccia uscire da questo incubo.
Grazie, mi hai davvero ridato l'occasione di riflettere su questioni che avevo accantonato per abulica assuefazione.
Fabrizio

19 febbraio 2012

Juliette Gréco





C’è una antica canzone di  Juliette Gréco che mi ha sempre aiutato a convivere serenamente con la mia naturale malinconia. S’intitola Accordeon e ne ho trovato una registrazione anche in You tube.
 Nell’ultimo dopoguerra la Gréco, pur non avendo alle spalle studi di filosofia e di letteratura, divenne  «la musa degli esistenzialisti»; Sartre, Camus, Queneau, Vian e Prevert la adottarono. E  lei si è mostrata sempre riconoscente al punto  d’affermare  che tutto ciò che è diventata, a parte la sua voce straordinaria, lo deve a loro.
Colgo l'occasione per proporre di seguito un altro video che documenta l'ambiente parigino in cui la  Greco si formò:





 



Migranze




Giulio Angioni, nella poesia che segue, ci ricorda che la storia del genere umano è stata sempre una storia di migrazioni:

A passo d’uomo, in sella, in jet,
caravelle, barconi lampedusi,
Concordia da crociera, quello umano,
come ogni mondo di viventi,
forse che non è un mondo di migranti
in cerca di contatti più coscienti?
Ecco, l’ominazione,
questo farsi dell’uomo
nel tempo sulla terra
(ce lo dicono i resti del suo fare)
è cosa di milioni d’anni.
In tanto tempo e spazio
i gruppi umani con le loro vite
(corpi, beni, regole e senso),
se mai son altro, sono il risultato
d’incontro fra diversi mondi umani,
con la spada o l’ulivo,
le nozze liete o lo stupro cruento.
Il farsi dell’umanità
e poi la storia umana conosciuta
si vedono mutare per contatto,
per logiche meticce,
dai grandi imperi del passato
al moderno dominio coloniale,
a questa globalizzazione attuale.
La varia mescolanza
che molto spesso segue alla migranza
e la sincretica aderenza
son norma di millenni sterminati
di modi dell’umana convivenza.
Sicché tornano a casa scoraggiati
quelli che vanno a caccia di eccezioni,
conservazioni inalterate
di popoli isolati nella selva,
come il mitico Tarzan delle scimmie.
Infatti guarda questo Mare Nostro
che ieri come oggi mischia genti
quanto le Americhe e le Indie
prima e dopo Colombo, Magellano,
il Gran Mogul e il grande Tamerlano:
la piccola masnada sulla forca,
il grande masnadiero imperatore.
Guarda come oggigiorno tutto il mondo
si riproduce vario in ogni luogo,
anche nel mio paese contadino,
che non sa più che fichi d’India,
patate e pomodori sono americani.
E vedi come i siciliani
si gloriano del loro meticciato
sicano punico greco romano
bizantino arabo normanno e così via;
mentre in Sardegna scalda meglio i cuori
rifiutare l’impasto ed esaltare
una continuità resistenziale
contro i contatti esterni acculturanti
che sempre sono stati forti e tanti,
da quando i primi uomini africani,
milioni di anni fa, salvi dal mare,
hanno raggiunto spiagge e altipiani,
giare, montagne e campidani.
Migranza e meticciato panumani,
ciò ch’è accaduto dacché uomo è uomo,
se ci chiedono urgenza di attenzione
è perché oggi questo vale
in tempi stretti e modi inusitati
per il flusso globale
di uomini, di tecniche, di merci
in rapida mobilità mondiale
e di sensi comuni telematici.
L’intensificazione fa problema
più che la novità. Ma per capirla
si sappia che si scopre l’acqua calda,
che adesso certo scotta, tanto
da non potere più lavarsene le mani.
Se fosse troppo dire
che il mondo è sempre stato dei bastardi,
germanici o cinesi,
sia siculi che sardi,
si sa che i frutti puri,
se mai ci sono stati, quelli,
i frutti puri e belli,
o che tali si credono, se insistono,
presto o tardi impazziscono.
Giulio Angioni sul Manifesto Sardo del 15 febbraio 2012

18 febbraio 2012

Chagall a Madrid


Una grande festa dei colori e della poesia, mucche rosse sospese nel cielo, animali strani, spose bicefale, angeli multicolori a testa in giù: approda a Madrid il mondo onirico di Marc Chagall il maestro russo-francese morto a 98 anni nel 1985.
Per l’esposizione sono arrivate a Madrid 165 opere, oltre alle 4 già di proprietà del Thyssen, giunte dai principali musei del mondo - il MoMA, il Pompidou di Parigi, il Guggenheim di New York, la Tate di Londra, lo Stedelijk di Amsterdam, o uscite, alcune per la prima volta, da collezioni private in Francia, Svizzera o Israele, e della famiglia Chagall. La mostra  si è aperta il 14 febbraio 2012, ed è divisa a metà fra il Thyssen Bornemisza, sul Paseo del Prado, e la Fondazione Caja Madrid, accanto a Puerta del Sol.
Fra le opere esposte le piu’ celebri del “poeta con ali da pittore”, come lo definì Henry Miller: “Il Violinista”, creato in Russia dal giovane Chagall nel 1912, “Alla Russia, agli asini e agli altri” del 1911, prestato dal Pompidou, “La sposa dai due volti”, dipinta a Parigi nel 1927, “Solitudine” del 1933, “Il soldato beve” del 1911, del Guggenheim, “La caduta dell’angelo” del 1923, “Il circo di Teriade” del 1957. Oltre alle tele, completano la retrospettiva sculture, ceramiche, incisioni, vetrate, disegni, espressioni delle numerose faccette dell’arte del poliedrico maestro precursore del surrealismo.

16 febbraio 2012

IN GOLD WE TRUST ...







Come potete vedere dall’immagine, sui dollari americani si trova scritto in bella evidenza:    IN GOD WE TRUST . Il motto, tradotto in italiano, significa: CREDIAMO IN DIO. Va, tra l’altro, ricordato che  Theodore Roosevelt era contrario all'uso del motto sulle monete perché riteneva sacrilego mettere il nome di Dio in qualcosa così ordinario come le monete.
Tanti, prima di me,  hanno ironicamente osservato che  GOD sta per GOLD, dal momento che  l’unico   Dio venerato dagli uomini d’oggi  sembra essere l’oro.
Il tema è ben sviluppato oggi dal filosofo Giorgio Agamben in un articolo pubblicato dal giornale La Repubblica col titolo   Se la feroce religione del denaro divora il futuro:




Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, ” fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze. Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci – sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l´organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini.
Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente.

GIORGIO AGAMBEN, su La Repubblica del 16.2.2012


15 febbraio 2012

Siamo tutti greci!





Ripropongo  il documento pubblicato qualche ora fa dal sito: http://www.democraziakmzero.org

SE ANDATE all’indirizzo internet http://realdemocracygr.wordpress.com/2012/02/15/saturday-18-international-solidarity/ troverete un appello in molte lingue europee, dal romeno allo spagnolo, fino all’italiano: si propone che sabato 18 divenga una giornata internazionale di solidarietà con il popolo greco. Che si manifesti davanti alle ambasciate di Grecia in tutta Europa.

Questo è il testo dell’appello in italiano: “Il 10 Febbraio in Grecia un governo non eletto ha adottato un nuovo pacchetto di misure di austerity, mostruoso e distruttivo, che è stato votato il 12 febbraio dal parlamento. Con questo nuovo piano il salario minimo viene abbassato del 22 per cento, i contratti collettivi vengono abrogati, sono previsti 15.000 licenziamenti nel settore pubblico, mentre altri 150.000 posti di lavoro verranno distrutti per mezzo di un non rinnovo del contratto. Il popolo greco si ribella a questa politica di terrore sociale. Le manifestazioni di protesta si moltiplicano come anche gli scioperi generali, nonostante la repressione violenta delle forze dell’ordine. I Greci hanno bisonno di solidarietà internazionale. Dobbiamo rispondere a questo appello! Siamo tutti Greci! Il movimento si scontra con una dittatura europea e internazionale, quella del mercato finanziario e della troika (Ue, Banca europea, Fondo monetario internazionale). I governi europei sono complici di questa dittatura e stanno imponendo anche ad altri paesi politiche che seguono questa via. La Grecia quindi per loro, non è che un esperimento prima di un espansione generale di questa politica. Riprendiamo le nostre vite nelle nostre mani”.
In Italia, sembra che al questione non commuova gran che: effetto del terrore, di parole come quelle del presidente Napolitano: “Noi non siamo come la Grecia”.
In giro per l’Europa, invece, ci si sta mobilitando. Già qualche sera fa, centinaia di Indignados si sono radunati davanti all’ambasciata greca di Atene, come si può vedere nel video su Youtube.
A Berlino, già martedì, diversi gruppi – Attac e gli Occupy, vari gruppi di sinistra – hanno organizzato proteste. Davanti all’ambasciata greca, alla sede delal Berlinale, il film festival della capitale tedesca,. Una letetra di solidarietà con i greci è su www.occupygrankfurt.de. Nella città sede della Banca centrale europea, una coalizione di movimenti chiamata No Troika (Ue, Bce e Fmi) ha programmato altre manifestazioni (www.notroika.linksnavigator.de/node/12>)
A Londra, The Guardian ha pubblicato una lettera di appoggio al popolo greco firmata tra gli altri dai dirigenti dei maggiori sindacati britannici. “Quello che accade in Grecia – vi si legge tra l’altro – lo vedremo domani in Portogallo e in Irlanda il giorno dopo. In Gran Bretagna la coalizione al governo sta perseguendo misure simili, che costringeranno i lavoratori a lavorare più a lungo per pensioni più piccole, e smantelleranno il servizio sanitario nazionale e altri servizi pubblici”. E conclude: “Mikis Theodorakis, il famoso musicista greco, e Manolis Glezos, veterano della resistenza contro i nazisti, hanno fatto un appello perché in Europa si difenda il popolo greco. Noi abbiamo deciso di raccogliere questo appello”.
E in Italia?