29 giugno 2020

LA SCUOLA, GRAMSCI E IL BAMBINO BUTTATO VIA








La scuola, Gramsci e il bambino buttato via.
Gianpaolo Francesconi

La scuola è uno spazio di scambio, di condivisione e di trasmissione di conoscenze, ma anche di affetti, di esperienze. La scuola è un luogo di umanità che si incontra.
Stamani abbiamo rivisto i banchi, le sedie, le lavagne: sembra inutile dover ribadire che la scuola è questa. Non ne esiste una diversa. Il resto è un surrogato, è solo emergenza.
La scuola è, tuttavia, sofferente. E' sofferente da troppo tempo. La scuola soffre di scarsa autostima, di una buona dose di indifferenza politica e di quasi nessuna credibilità sociale. Il dibattito di questi mesi sulla mancata riapertura è stato significativo. Un dibattito in cui la scuola è tornata ad essere oggetto di discussione, ma soltanto come ricaduta sociale di un disagio. La scuola come ammortizzatore sociale.
La scuola dovrebbe essere invece l'asse portante di una società, il cuore pulsante di ogni possibile progetto sul presente e sul futuro. La scuola crea la società e ne è creata, secondo un interscambio serrato e inevitabile. Irriducibile.
E allora bisogna tornare a rileggere questa riflessione di Antonio Gramsci del 1934. E bisogna pensare che già Gramsci, in quel momento, avvertiva le crepe di un sistema formativo che stava rinunciando alla sua più robusta tradizione. Che stava rinunciando a creare cittadini “critici”.
E' certo necessario tenere presenti tutti i cambiamenti che da allora hanno segnato la società italiana: di un paese che da contadino è diventato industriale, che ha avuto la necessità di rispondere alle esigenze di un'istruzione di massa, che ha poi, via via, rinunciato a distinguere e a selezionare.
Nel frattempo, tuttavia, abbiamo smesso di riconoscere la scuola come un luogo strategico e nevralgico, “abbiamo buttato via il bambino con l'acqua sporca“.
La pagina di Gramsci merita di essere riletta e meditata proprio per la sua straordinaria modernità, per la sua inattesa attualità.

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