02 gennaio 2016

AL CINEMA LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKU


Ciliegi in fiore tra palazzoni grigi e odore di frittelle. Forse non tutto è perso nella grande città se si è ancora capaci di trovare nell'altro (e nelle piccole cose) il rimedio alla propria solitudine. Un film poetico e commovente. Da vedere.

Stefania Ulivi

I dorayaki e le ricette della signora Toku

«Il segreto dei dorayaki? Che ogni cosa, come ogni persona, ha bisogno delle altre. Nessuno può vivere da solo». Quei piccoli pancake ripieni di salsa dolce di azuki, resi popolari in occidente dal manga Doraemon, la regista giapponese Naomi Kawase li conosce molto bene. A fare la differenza è la riuscita del ripieno. Che non è esattamente una marmellata, né una crema, né una vellutata. Bastano una parola di due lettere, an, per definirla. Un’alchimia frutto di conoscenze antiche e molta, molta pazienza.

Toku, l’anziana e un po’ misteriosa protagonista del film che la regista ha tratto dal romanzo di Durian Sekagawa, (An in originale, da noi Cinema lo ha distribuito con il titolo Le ricette della signora Toku) la vuole condividere e insegnare a Sentaro, il gestore del piccolo locale che utilizza barattoloni di asettico anindustriale. «Dobbiamo accoglierli con cura» dice Toku. «I clienti?» domanda l’uomo. «No. I fagioli» spiega lei che dietro al candore nasconde un segreto drammatico. 

«È stato questo l’aspetto che mi ha conquistato del libro: la capacità di descrivere ciò che è invisibile all’occhio». Come i sapori. «Sono anche quelli più difficili da rendere sullo schermo ma è anche ciò che credo mi riesca meglio con il mio cinema» spiega Kawase che per il film ha chiesto ai suoi due interpreti — la deliziosa Kirin Kiki, la donna che sussurrava ai fagioli («Dobbiamo ascoltare le storie che raccontano») e Magatoshi Nagase — di passare molto tempo a imparare a cucinare alla perfezione i dorayaki. «Sì, ho voluto che vivessero e lavorassero nel negozio di dorayaki e alla fine la gente che non sapeva che fosse per un film pensava fosse vero e entrava a comprarli».

Quarantasei anni, habituée del festival di Cannes dove ha vinto la Camera d’oro nel 1997 e il Grand Prix speciale della Giuria nel 2007, fondatrice del Nara International Film Festival con l’obbiettivo di aiutare i giovani filmmakers, Kawase è maestra nel trasformare in cinema le piccole cose quotidiane, renderle uniche. «Prendo ispirazione da quello che mi circonda, le idee mi vengono camminando per strada». Fondamentale, racconta, è il rispetto per il passato. «I ricordi sono insostituibili: i film possono catturarli. Proprio come accade con la cucina».

Il cibo, racconta, è un’estensione della natura. In perfetta sintonia con i concetti cari alla cultura giapponese di armonia e gratitudine. «La mia estensione preferita. Adoro mangiare. Il cibo ci rende felici e ci riempie la mente di meraviglia. Non credo che nessuno possa sentirsi arrabbiato mentre mangia qualcosa di delizioso».

Attraverso il cibo e la sua lavorazione, sostiene Kawase, impariamo a conoscerci. Anche senza parlare. «Niente è più importante della fiducia: bisogna passare tempo insieme per capire cosa c’è nella testa dell’altro». Vale anche, insegna la signora Toku, per gli azuki.

E per i ciliegi, simbolo della cultura giapponese, che popolano il film. «Rappresentano la vita e la morte, il ciclo della vita. Noi conosciamo il significato di fine e inizio, amiamo i ciliegi perché sono effimeri». Potenza di un dorayaki.


http://cucina.corriere.it/notizie/15_dicembre_22/i-dorayaki-ricette-signora-toku_f11b9424-a8e6-11e5-8cb6-cc689478293e.shtml

Nessun commento:

Posta un commento