21 marzo 2021

DANILO DOLCI E BERNARDO MATTARELLA

 


Ecco uno degli affreschi di Ettore De Conciliis che decoravano l' Auditorium del Centro Studi di Trappeto, che Danilo amava chiamare “Borgo di Dio”. L'affresco, risalente agli ultimi anni sessanta del secolo scorso, era intitolato “Sistema Clientelare Mafioso e non violenza”, e, come si può notare da questa stessa foto scattata qualche anno fa, oggi è quasi del tutto rovinato dall'umidità e dalla strafottenza dei nuovi gestori del Centro. (fv)


CONTRO I PAGLIACCI CHE RICORDANO IN MODO PARZIALE DANILO DOLCI ripropongo un mio articolo pubblicato dieci anni fa sul periodico "CIELI NUOVI TERRA NUOVA":

BERNARDO MATTARELLA E DANILO DOLCI
Non credo che basti ricordare la condanna, nei tre gradi di giudizio, ricevuta da Danilo Dolci nel corso dei processi subiti a seguito della querela, con ampia facoltà di prova, presentata dall’allora Ministro Bernardo Mattarella, per beatificare quest’ ultimo e demolire il primo.
Purtroppo si continuano a confondere verità giudiziarie e verità tout court.
Beninteso non si tratta di considerare verità assolute o rivelate tutte le affermazioni contenute nei numerosi testi pubblicati dal Dolci né di mitizzarne la figura non priva, come quella di tutti, di ombre e limiti.
Personalmente ho conosciuto Danilo in anni in cui la sua attenzione era rivolta principalmente ai problemi educativi; ma non ho dimenticato che dobbiamo a lui una delle letture più intelligenti del fenomeno mafioso che io conosca. Rimango peraltro convinto che Cosa nostra, nonostante la sua indubbia capacità di mimetizzarsi ed adattarsi al nuovo, conservi
caratteri strutturali, immutati nel tempo, ben colti fin nei primi anni 60 dal Dolci.
" CHI GIOCA SOLO " è il titolo dell'opera, pubblicata da Einaudi nel 1966,
che raccoglie la maggiore documentazione, raccolta da Danilo e dai suoi più stretti
collaboratori, sulle radici profonde della mafia nella Sicilia occidentale.
Come " Banditi a Partinico" è un libro-inchiesta, frutto di anni di lavoro e di "autoanalisi popolare": il modo in cui Danilo amava denominare il suo metodo di lavoro che scaturiva, soprattutto, da quel singolare talento che possedeva di saper ascoltare e dare voce a tutte le persone che incontrava. dall
La stessa casa editrice nel 1967 pubblica la II edizione del libro che, nei mesi successivi, tradotto nelle principali lingue del mondo, registra uno straordinario successo. Ciononostante, dopo qualche anno, l'opera scompare dalla circolazione e, ignorata anche da studiosi seri, viene presto dimenticata. Eppure in essa, per la prima volta, viene introdotto il concetto di “sistema clientelare-mafioso” e lo stesso Autore ebbe a dichiarare che l’avrebbe considerato un libro sbagliato se non avesse contribuito a cambiare la situazione esistente.
La rilettura del libro per me è stata di grande utilità e mi ha aiutato a capire
anche recenti fatti di cronaca. Particolarmente istruttiva la ricostruzione di un processo
e di una sconfitta: il processo per diffamazione che Danilo subì, con relativa condanna, per
avere denunciato potenti uomini politici del tempo ( Bernardo Mattarella, Calogero Volpe
ed altri) di collusione con la mafia.
Per mostrare quanto chiare fossero le idee di Dolci su Cosa nostra ed anche per
dare ad ogni lettore la possibilità di farsi un'idea personale sull'attualità o meno di
questa analisi, voglio citare un brano della Premessa, scritta dal nostro stesso Autore,
nella prima edizione del "CHI GIOCA SOLO":
" I non pochi uomini politici compromessi con la mafia in Sicilia si potrebbero distinguere
" in quattro categorie:
" Una prima, dei politici spregiudicati che, soprattutto in tempo di elezioni, hanno rapidi
" incontri, riunioni in cui non badano tanto per il sottile come raccogliere voti e con chi
" hanno a che fare: "se tu mi aiuti, io ti aiuto".
" Una seconda, dei politici che sfruttano sistematicamente, freddamente, il gruppo chiuso mafioso," imbastendo eventualmente tutti i possibili doppi giochi a seconda dei tempi e dei luoghi:
" sfruttati a loro volta sistematicamente dalla mafia.
" Una terza, di mafiosi veri e propri che riescono ad essere eletti, talvolta anche ad
" alte responsabilità: per fortuna non sono i più numerosi.
" Una quarta, di giovani che, partiti in polemica col sistema, hanno accettato di rimanere
" condizionati, per poter riuscire.
" Quale locale contesto ha reso possibile per più di vent'anni - si ricordi che queste
parole sono state scritte nel 1966 - lo sfruttamento della mafia (e, per un certo tempo, anche
" del banditismo) a fini elettorali?
La mafia ha così potuto nell'ultimo dopoguerra partecipare al governo dell'Italia dal
livello comunale, provinciale,regionale ai più alti livelli." (op.cit. pag.9)
Poco più avanti Danilo Dolci osserva: "A chi vede Palermo e la provincia circostante,
non occorre molto per verificare che la grande maggioranza della popolazione è scontenta, molto
spesso gravemente scontenta, amara, a lutto. "Perchè, - accade di pensare a chi osserva - questa
maggioranza di scontenti non riesce a diventare maggioranza di diversa azione, nuova spinta,
nuova maggioranza politica?"
La risposta a questa fondamentale domanda Danilo la trova, oltre che nella incoerenza ed
inadeguatezza dei principali partiti di opposizione, nell'omertà istituzionale che egli descrive
con parole che riecheggiano quelle del secolo precedente di Napoleone Colajanni:
" finchè i rappresentanti dello Stato cercano ad ogni costo di coprire generali, questori,ministri,sottosegretari più o meno inseriti nella struttura mafioso-clientelare; finchè si vuol far risultare ad ogni costo che sono i mafiosi a circuire il loro politico e non si critica il
reciproco appoggio (...), lo sfruttamento reciproco; finchè non si fa chiaro fin dove arriva
nel comportamento di certi 'politici' la loro responsabilità personale, e fin dove la corresponsabilità
governativa; finchè ci capita di incontrare persone ad altissimo livello di responsabilità -
ministri,sottosegretari, magistrati - le quali in privato ammettono di sapere che certi loro
colleghi sono uomini della mafia (cioè appartenenti ad essa o ad essa disponibili), ma non osano
assumere posizioni aperte; finchè funzionari e parlamentari continueranno a pretendere dalla
povera gente indifesa quel coraggio che essi stessi, sebbene protetti dal proprio mandato, non
hanno; (...)finchè ogni gruppo, ogni partito che si dice democratico, non osa sciogliere i suoi
vincoli mafioso-clientelari; finchè la maggioranza delle persone si comporta come se questi problemi non li riguardassero affatto; finchè, ad ogni livello di responsabilità,non si sarà disposti
a rischiare per la verità, osando opporsi in modo organizzato all'ingiustizia e alla violenza organizzata ovunque essa sia -: il corpo sociale non potrà che rimanere sostanzialmente fermo, infetto ".
Palermo 2010, Francesco Virga


3 commenti:

  1. Santo Lombino: La censura di Paolo Mieli a "Passato e presente" su Raitre ha cancellato i nomi degli imputati nel processo Dolci-Mattarella -Volpe... Che vergogna!

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  2. Questa che mi pongo e vi pongo è soltanto una domanda: le virtù dei figli possono in qualche modo, se non cancellare, almeno mettere in ombra le colpe dei padri ? Ricordando che PierSanti Mattarella è stato ucciso dalla mafia e all'attuale presidente della Repubblica si riconoscono onestà e virtù "costituzionali" ,non credo possa giovare molto agli italiani e alla lotta contro la mafia ricordare che Bernardo, padre di Pier Santi e di Sergio, era un politico colluso con la mafia. In un Paese, che non è il nostro dove regnano sospetti e di insinuazioni, probabilmente la notazione potrebbe aumentare e non diminuire l'ammirazione per i figli.

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    1. La domanda che poni mi sembra legittima, caro Rosario. Non è nostra intenzione, comunque, alimentare sospetti e insinuazioni. A noi preme solo rispettare la verità storica. Per il resto è evidente che la responsabilità, in ogni campo, è personale. E i figli non sono tenuti a rispondere delle responsabilità dei padri.

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