04 marzo 2021

INTORNO ALLA POESIA DI LOUISE GLUCK

 

Edouard Vysekal, Una figura nell'ombra


Appunti su L’iris selvatico e Averno di Louise Glück

di Francesca Matteoni

Ho incontrato per la prima volta le poesie di Louise Glück nell’antologia Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006) curata da Elisa Biagini.  In seguito, grazie a piccoli editori, sono apparsi in italiano due libri: L’Iris selvatico (Giano, 2003); e Averno (Libreria ed Editrice Dante & Descartes, 2019). Entrambi ci arrivano  nella traduzione di Massimo Bacigalupo. Quando nell’autunno del 2020 vince il Nobel, il Saggiatore decide di riproporre i due libri già pubblicati e acquista i diritti per le altre sue opere.

Lo scritto che segue si compone di appunti sulle due opere disponibili in italiano, entrambe percorse dalle forze opposte di estraniamento e riconciliazione. Continuamente i protagonisti delle poesie sono estraniati da qualcosa di promesso o sfiorato in un’età indefinibile; continuamente viene tentata la riconciliazione fra l’ora e l’eterno, la terra e la mente, l’amore e la completezza. Ma anche queste categorie sono illusioni, che Louise Glück rivela mettendole in scena. La sua parola si affila senza compiacimento, colloquiale e assertiva.

Ne L’Iris selvatico, ci troviamo in un giardino, che è sia il giardino dove la poetessa, il marito e il figlio coltivano fiori e piante, sia una copia del Giardino da cui l’umanità è stata esiliata secondo il libro della Genesi.  Parlano i fiori, che sembrano capaci di scrutare nel tempo remoto e futuro. Da dove viene questo dono profetico, la loro parola fredda come acqua da una pietra?
Ci risponde la poesia di apertura:

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolta nella terra scura.
(“L’iris selvatico”)

Il bulbo è l’oscurità della terra, dove il ciclo vitale convive con il presentimento della fine, lo incarna, portandolo alla luce. I fiori sbocciano in bellezza perché la morte li sorveglia da vicino; la loro ignoranza è una sapienza più duratura di quella dell’umano che li coltiva o li estirpa, come un dio ordinante nel microcosmo. Così in “Viole” incontriamo l’anima in pochi versi chiari e lapidari:

in tutta la tua grandezza non sapendo
nulla della natura dell’anima,
che è di non morire mai: povero dio triste,
o non ne hai mai una
o non ne perdi mai una.

Mentre in “Zizzania” attraverso il tema del capro espiatorio si espongono le illusioni di potenza. La prospettiva della pianta rovescia quella del giardiniere che cerca di preservare quanto ama, stabilendo regole di sopravvivenza: meri capricci, guardati dal basso, dal silenzio dell’erba che ritrova sempre la via per tornare.

Non era fatta
per durare sempre nel mondo reale.
Ma perché ammetterlo quando puoi continuare
a fare come sempre fai,
dolerti e incolpare,
sempre le due cose insieme.

Non mi serve la tua lode
per sopravvivere. Ero qui prima,
prima che tu fossi qui, prima
che tu abbia mai piantato un giardino

La dignità fiori tuttavia non si oppone al linguaggio umano. Al contrario compie un’azione di pulizia, libera da pregiudizi e armature costruite negli anni, per restituire agli esseri umani un posto nel giardino. Come i fiori interrogano l’uomo e la donna che se ne prendono cura, così i due redivivi Adamo ed Eva, si rivolgono al giardiniere-dio, che li ha cacciati dal Giardino primordiale. All’alba e alla sera, nelle poesie che si ripetono in serie sotto i titoli di “Mattutino” e “Vespro”, si svolge il dialogo con il creatore, oscillando fra la preghiera e la sfida aperta. Al divino e alla pretesa del controllo risponde un cieco desiderio di essere al mondo, più che di ricevere, infine, giustizia.

Volevate nascere
Vi ho lasciato nascere
(“Fine dell’Inverno”).

Quel desiderio che spinge a cercare amore dove non si trova che precarietà.

Mattutino

Padre irraggiungibile, quando all’inizio fummo
esiliati dal cielo, creasti
una replica, un luogo in un certo senso
diverso dal cielo, essendo
pensato per dare una lezione: altrimenti
uguale  ̶  la bellezza da entrambe le parti, bellezza
senza alternativa  ̶  Solo che
non sapevamo quale fosse la lezione. Lasciati soli,
ci esaurimmo a vicenda. Seguirono
anni di oscurità; facemmo a turno
a lavorare il giardino, le prime lacrime
ci riempivano gli occhi quando la terra
si appannò di petali, qui
rosso scuro, là color carne  ̶
Non pensavamo mai a te
che stavamo imparando a venerare.
Sapevamo solo che non era natura umana amare
solo ciò che restituisce amore.

La conversazione si dipana dai fiori all’umano a dio e di nuovo rimanda ai fiori, detentori di un segreto manifesto, mentre il divino viene spinto in un margine estraneo: esiste, ma non ha davvero a che vedere con noi. Esiste, ma non possiede le risposte alle nostre inquietudini.

Dubito
Tu abbia un cuore, nel senso che intendiamo
Noi.
(“Vespro”)

Così il giardino è testimone dell’incontro fra l’uomo e la donna, evento che li avvicina nella reciproca tensione affettiva, mentre li corrompe nel destino.

persino qui, persino all’inizio dell’amore,
la sua mano lasciando la faccia di lui si compone
un’immagine di separazione
e pensano
che sono liberi di ignorare
questa tristezza.
(“Il giardino”)

L’unità è consapevolezza di una continua separazione, di una ricerca frammentata in molte vite, dimenticanze, incomprensioni, illusioni di purezza e compimento. Eppure i fiori sollevano la testa, risplendono, se amiamo, ci consegniamo come bulbi l’una all’oscurità dell’altro. Il cerchio è chiuso.

Zitto, amore. Non mi importa
quante estati vivo per ritornare:
in quest’unica estate siamo entrati nell’eternità.
Ho sentito le tue due mani
Seppellirmi per sprigionare il suo splendore.
(“I gigli bianchi”)

Dal giardino ci spostiamo nella provincia di Napoli, presso le rive del lago vulcanico Averno, uno degli accessi al mondo infero, secondo la tradizione greco-romana. Averno significa assenza di uccelli. Si dice che essi non potessero abitare questo luogo a causa di esalazioni tossiche. Ma gli uccelli della poesia d’apertura, “Migrazioni notturne”, sono soprattutto l’anima che fugge altrove, si distacca dal corpo e dalla terra, diventa inconoscibile, quando la morte sopraggiunge. L’anima che scende nell’oltretomba  appartiene sia a una qualsiasi donna (o uomo), sia a Persefone (la fanciulla, la figlia, l’errante), rapita dal dio dell’inferno. Nelle poesie del libro Averno la narrazione mitica si mescola alle vicende quotidiane della protagonista: una donna che ricorda la ragazza che è stata, da cui è stata estraniata, ben prima che dal tempo, dall’anima.  Quell’anima che compie atti irreparabili, seguendo il divino nel fondo, perché si innamora – o viene rapita, fa lo stesso. O ancora, tradotto in termini più pratici, ha vissuto, accettando che quel vivere sia una violenza inflitta all’infanzia, al corpo che non sa niente di sé, alla mente che immagina. E immaginando entra nelle sfide, nei fallimenti, nella perdita, nella morte. Al principio dell’autunno Persefone abbandona la madre. Nel poemetto ottobrino si legge:

La violenza mi ha cambiato.
Il mio corpo è diventato freddo come i campi spogli;
ora c’è solo la mia mente, cauta e guardinga,
con la sensazione di essere messa alla prova.
(“Ottobre”)

Affacciarsi sul lago che è specchio e porta, corrisponde al passaggio dal risiedere in un posto sicuro al vagare di luogo in luogo, di persona in persona, perdendo a piccoli brani un’interezza che non c’è mai stata.

è la terra
«casa» per Persefone? Lei è a casa, plausibilmente,
nel letto del dio? È
a casa in nessun luogo?
E poco più avanti:

Dicono
Che c’è una spaccatura nell’anima umana
che non fu costruita per appartenere
interamente alla vita
(“Persefone l’errante”)

A chi appartiene l’anima? Si potrebbe rispondere alla soglia, dove le esistenze del mondo non si attardano mai troppo a lungo, trascorrono  in un colpo di vento.

Il mondo
è nel flusso, quindi
illeggibile, i venti che girano,
le placche terrestri che girano e scorrono invisibilmente –
(“Prisma”)

E perché non è possibile mantenere o raggiungere l’interezza? Si ricorderà che Persefone è dibattuta fra l’amore del dio e l’amore materno: dalla madre ha avuto tutto, dal dio è stata privata di tutto. Ma questa privazione significa l’esserne amata e scoprire di poter amare, accettando di avere identità instabili, essere materia sognante, in movimento.

Come uno scudiero che vuole
servire un grande guerriero, l’anima
voleva parteggiare per il corpo.

Si volse contro il buio,
contro le forme di morte
che riconosceva.

Da dove viene la voce
che dice supponiamo che la guerra
sia male, che dice

supponiamo che il corpo ci abbia fatto questo,
abbia creato in noi la paura dell’amore  ­­̶
(“Lago vulcanico”)

Forse l’amore che ci scuote è un passo più spedito verso la dissoluzione, un passo che supera soglie invernali, e nel farlo provoca fratture

Il tempo passava, trasformando tutto in ghiaccio.
Sotto il ghiaccio, il futuro si agitava.
Se ci cadevi dentro eri morto.
(“Paesaggio”)

Il ghiaccio del lago si restringe a “intuizione raggelante” che in “Un mito di innocenza”, fa comprendere alla fanciulla Persefone il prezzo dell’amare: sentirsi incompleti e invasi dall’altro. Da quel momento non si può che seguire quel compagno temuto e desiderato, senza per questo acquisire saggezza. Al contrario l’innocenza è lo strano risultato dell’ignoranza, dell’immaginazione e della fede.

La ragazza che scompare dal lago
non ritornerà mai. Ritornerà una donna,
cercando la ragazza che era.

Si ferma presso il lago dicendo, di tanto in tanto,
sono stata rapita, ma suona
sbagliato per lei, niente come ciò che sentiva.
Poi dice, non sono stata rapita.
Poi dice, mi sono offerta, volevo
fuggire dal mio corpo. Anche, a volte,
l’ho voluto. Ma l’ignoranza
non può volere la conoscenza. L’ignoranza
vuole qualcosa di immaginato, che crede esista.

L’ignoranza è anche speranza che questa fede sia condivisa quale reciproca devozione. In una delle poesie più belle del libro, la Glück presenta le ragioni del dio, cioè dell’amore, travestito da morte. Fa risuonare magnificamente il sentimento in una verità che infrange ogni promessa felice.

Una luce soffusa si alza sopra la distesa del prato,
dietro il letto. Egli la prende tra le braccia.
Vorrebbe dire ti amo, niente può farti del male

ma pensa
questa è una bugia, quindi alla fine dice
sei morta, niente può farti del male
che gli sembra un inizio più promettente, più vero.
(“Un mito di devozione”)

Sappiamo dal mito che Persefone deve andare all’inferno per permettere il ciclo delle stagioni, interrompere l’inganno dell’eternità con la vita. Sappiamo anche che non decide: il fato e gli dei decidono per lei. La madre e l’amante si dividono una ragazza che scomparirà senza riuscire a crescere. O il suo crescere sarà un moltiplicarsi di sensi di colpa, inadeguatezza, un vago disagio per aver tradito qualcuno o qualcosa che la amava. Ma chi, di preciso? La casa infantile? La casa nuziale? Chi l’ha nutrita? Chi l’ha desiderata? E Persefone cosa desidera?
Forse desidera soltanto che gli uccelli volati via tornino, non come anime, come finzione, messa in scena mitica, ma come loro stessi. Desidera uno sguardo disincantato. Desidera che il volo non sia una fuga, ma una sospensione nel cielo. Una tregua.

Tordo

La neve cominciò a cadere, sulla superficie di tutta la terra.
Questo non può essere vero. Eppure sembrava vero,
cadeva sempre più fitta su tutto ciò che potevo vedere.
I pini divennero vitrei dal ghiaccio.

Questo è il luogo di cui ti ho detto,
dove ero solita andare di notte per vedere i merli dalle ali rosse,
che qui chiamano tordi,
barlume rosso della vita che scompare –

Ma per me – penso che il mio senso di colpa significhi
che non ho vissuto tanto bene.

Qualcuno come me non evade. Penso che per un po’ dormi,
poi scendi nel terrore della vita che verrà
solo che

l’anima assume qualche forma diversa,
più o meno cosciente di prima,
più o meno avida.

Dopo molte vite, forse qualcosa cambia.
Penso che alla fine quello che vuoi
sarai in grado di vederlo –

Allora non hai più bisogno
di morire e ritornare ancora.

Guardare per breve momento la grazia delle vite che non sono simbolo di nulla, che non incolpano di nulla né chiedono ragione. Prima di dimenticare, ancora, sulla terra fiorita o nel gelo dell’altromondo. Ricominciare il conflitto. Errare.


Articolo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2021/03/05/appunti-su-liris-selvatico-e-averno-di-louise-gluck/

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