15 marzo 2021

PROSEGUIRE IL PENSIERO MERIDIANO DI FRANCO CASSANO



RICORDO DI FRANCO CASSANO:                      PROSEGUIRE  IL PENSIERO MERIDIANO

 di Stefano Modeo

 Articolo ripreso da http://www.leparoleelecose.it/?p=40962


«È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere,

ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie»

Corrado Alvaro

 

Se si vuole ricominciare a pensare il sud sono necessarie alcune operazioni preliminari. In primo luogo occorre smettere di vedere le sue patologie solo come la conseguenza di un difetto di modernità. Bisogna rovesciare l’ottica e iniziare a pensare che probabilmente nel Sud d’Italia la modernità non è estranea alle patologie di cui ancora oggi molti credono che essa sia la cura. Per iniziare a pensare il sud è in altri termini necessario prendere in considerazione anche l’ipotesi che normalmente si scarta a priori: la modernizzazione del sud è una modernizzazione imperfetta o insufficiente o non è piuttosto l’unica modernizzazione possibile, la modernizzazione reale?

 

[…] Pensare il sud vuol dire allora che il sud è il soggetto del pensiero: esso non deve essere studiato, analizzato e giudicato da un pensiero esterno, ma deve riacquistare la forza per pensarsi da sé, per riconquistare con decisione la propria autonomia. [Franco Cassano, Il pensiero Meridiano, Laterza, 1996, p. 5]

 

 

Recentemente ci ha lasciato Franco Cassano, sociologo e saggista nato ad Ancona, professore dell’Università di Bari e autore – tra le sue opere più note – de Il pensiero meridiano (Laterza 1996). La citazione di cui sopra è l’incipit dell’introduzione a questo libro, un’opera celebre, tradotta in più lingue, che fu capace di rimettere al centro del dibattito culturale e politico il Sud, in un periodo – quello degli anni ‘90 – in cui l’Europa aveva da poco conosciuto il crollo del Muro e la fine dell’Urss e l’Italia aveva già visto cadere il primo governo Berlusconi sostenuto dalla Lega nord di Umberto Bossi.

Il sud nella visione di Cassano non è un ‘’non ancora nord’’, un luogo che necessita di ricevere potenti iniezioni di modernità per recuperare un ipotetico scarto. Il sud è molte cose, sicuramente una terra con tanti problemi, ma soprattutto un punto da cui osservare il mondo. Da questa prospettiva nasce il pensiero meridiano, il quale si costruisce attraverso una duplice azione: quella della scissione e della mediazione. Da un lato infatti, vi è urgente il bisogno di un gesto di rottura, di rivendicazione dell’autonomia del sud, il rifiuto di una narrazione dominante che viene dall’esterno; dall’altro vi è un’apertura verso il mondo, il desiderio della pluralità e dell’accoglienza, della contaminazione. L’espressione “pensiero meridiano” è ripresa da Albert Camus, il quale la evoca nel suo libro L’uomo in rivolta, facendo riferimento ad un modo di pensare degli antichi greci, ovvero quello di porre al centro della propria riflessione il rapporto originario e profondo tra uomo e natura.

Questa duplice azione infatti – secondo Cassano – si realizza storicamente e geograficamente nel Mediterraneo. Il mare posto in mezzo alle terre è capace di invogliare Ulisse a partire ma allo stesso tempo anche di fargli avvertire la nostalgia, il desiderio del ritorno, della fedeltà a un luogo. Il Mediterraneo è un mare che a differenza di chi salpa per l’oceano non crea uno sradicamento nel viaggiatore. Per questo si è attraversati da una scissione, la quale costringe a vivere costantemente su una linea di confine. Non è così ad esempio per chi vive nell’Europa centrale e in particolar modo per la Germania, in cui si vive al centro di un’identità, circondati da persone molto simili, ancorati alla terra, non spinti all’andirivieni, allo scambio del mare. Chi vive sul confine, sulla costa, è costretto a confrontarsi con l’altro, ad assumere un’apertura. Impedire questa possibilità, questo slancio esterno, significa abdicare alla paura, rinchiudersi e delimitarsi:

 

Sul confine, sul limite ognuno di noi termina e viene determinato, acquista la sua forma, accetta il suo essere limitato da qualcosa d’altro che ovviamente è anch’esso limitato da noi. Il termine de-termina e il con-fine de-finisce. Questa reciprocità del finire, questo terminarsi addosso è inevitabile e incurabile. Il sospetto che il limite sia ingiusto o che tale venga ritenuto dall’altro è inseparabile da questo delimitarsi a vicenda, da questo nostro finire dove l’altro comincia. La sua forma più alta e organizzata è la paranoia di ogni confine leggibile sulla faccia delle guardie di frontiera, nella loro paura armata di mitra. Da ogni fortino si spia un deserto di tartari e l’angoscia diventa ordinaria. È come se l’ipocondria fosse l’unica forma in cui si dà la salute. Quando ispezioniamo continuamente i confini (anche quelli nostri, quelli interni) siamo come le talpe di Kafka, non riusciamo più a distinguere i sibili esterni da quelli prodotti dal nostro cervello e dalla nostra tensione. È per questo che sui confini circolano molti fantasmi e le manovre del nemico si confondono nella nebbia con le manovre della mente e della paura. [ivi, p. 52]

 

 

Proprio in questa argomentazione in cui Cassano parla di frontiera sembra, a mio avviso, darsi la mano con un altro libro più recente ed importantissimo, capace di cogliere quella linea immaginaria, una ferita concreta, che separa il Nord del mondo dal Sud, ovvero La frontiera (Feltrinelli 2015) di Alessandro Leogrande:

 

 

Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere dall’altra.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il confine principale tra il mondo di qua e il mondo di là cade proprio tra le onde di quello che, fin dall’antichità, è stato chiamato Mare di mezzo.[La frontiera, cit., p. 40]

 

Slegare il Mediterraneo dunque significa restituirlo alla sua pluralità di corpi e di pensiero, liberarlo dalle delimitazioni diventa un punto di forza rispetto alla ‘’deculturazione’’. Con questo termine Cassano si rifà, nel saggio, a Serge Latouche secondo il quale, nel momento in cui si accetta come unico modello di pensiero quello modernista e come modello di sviluppo quello capitalista, i paesi esclusi da queste categorie finiranno per assumere su di sé la propria differenza come un limite da superare solo e soltanto in quest’ottica, rinunciando dunque alla propria cultura (de-culturazione) pur di partecipare al gioco del mercato globale. Secondo il sociologo, i ‘’paesi aggrediti’’ di conseguenza si dividono in due categorie, citando un’intuizione di Arnold J.Toynbee: da una parte gli ‘’erodiani’’, ovvero quelli che cercano di imitare i modelli vincenti (vedi i paesi emergenti); e dall’altra gli ‘’Zeloti’’ ovvero coloro che, temendo di essere sconfitti dalla prova d’imitazione si chiudono in un’identità arcaica (ad esempio i paesi islamici). In questo senso dunque, la principale conseguenza di quest’aggressione è la produzione di una forma di sradicamento.

Infatti, i paesi occidentali posseggono e costruiscono costantemente una propria leadership solo in relazione all’insufficienza e all’inferiorità produttiva degli altri. Questo accade, su diversa scala anche per il Sud, un luogo culturalmente banalizzato da strategie di marketing, reso sempre più esotico e turistificato, ‘’oggetto’’ di fruizione e di massimo profitto e sfruttamento.

Il perno del pensiero meridiano è dunque la lotta alla capacità di pensarsi per riacquistare un’autonomia, ma per far questo è necessario recuperare una tradizione che è stata rinnegata come una colpa o peggio ancora mercificata. Non è un caso infatti che il libro si concluda con un saggio su Pier Paolo Pasolini e proprio sui temi del ritorno al sacro di fronte alla mutazione antropologica prodotta dalla società dei consumi. Se pure Cassano non fa riferimento al rapporto poetico e politico di Pasolini con la civiltà contadina, ci viene naturale pensare a questo elemento come esempio tra i fondamentali di un discorso di perdita e sradicamento culturale.

Non è per niente assurdo infatti comprendere come quel mondo, in seguito al boom economico, con il mutamento antropologico, abbia trasformato i soggetti di quella schiavitù ma non la posizione di subalternità disumanizzante dei ceti più poveri, tipiche della proprietà e del profitto del sistema capitalistico. Quella nuova epoca che Pasolini dopo essere stato nel Sud Italia, chiamò la Nuova Preistoria, in cui ricchezza non avrebbe significato automaticamente emancipazione sociale e culturale bensì l’avvento di una nuova forma di barbarie. Basti pensare al caporalato dei nostri giorni, alle migliaia di braccianti stranieri impiegati nella raccolta dei pomodori, sottopagati o peggio non pagati affatto, soggetti per i quali la condizione di ricattabilità giuridica ed esistenziale è strutturata proprio in ragione anche delle caratteristiche del diritto e dell’ordinamento giuridico previsto ad esempio per gli stranieri.

 

 

La crescita di un’economia criminale diffusa e capillare rappresenta la via più sicura e veloce attraverso la quale, vista l’impossibilità di percorrerne altre, una parte dei sud del mondo riesce ad entrare nell’economia internazionale. Di un siffatto ingresso nel mercato mondiale le mafie, questo ibrido perverso di modernità e tradizione, costituiscono le classi dirigenti naturali. L’avvelenamento della tradizione e il suo recupero in una forma corrotta e predatrice sono il prezzo pagato dalle società più fragili alla sopravvivenza nelle nuove condizioni. [Il pensiero meridiano, p. 69]

 

Riannodare i fili con la tradizione è dunque di vitale importanza per far fronte anche a una liquefazione delle narrazioni meridionali, le carte sono state sparpagliate troppe volte e le comunità frammentate, divise, deportate, sradicandole dai propri luoghi attraverso decisioni prese altrove, calate dall’alto. Ma soprattutto infine, riannodare i fili e proseguire un pensiero meridiano, sulla scia dell’eredità lasciataci da Franco Cassano, è essenziale per poter riconoscere e far fronte alle nuove barbarie.

 

Il sud ha rinnegato la propria tradizione e la ha assunta come una colpa salvo poi a reincontrarla sformata e prostituita di fronte all’immane raccolta di merci. Esso oggi si specchia in queste maschere scoprendosi solo come vizio, ma prima o poi dovrà ritrovare il profilo alto e austero di sé, dovrà cercare un radicamento nuovo ma non esterno alla propria storia. E qui tradizione non vuol dire restaurazione, sogno nostalgico di gerarchie indiscutibili e quindi doppiamente oscene, ma democrazia della misura, libertà che si tiene per mano con la dignità. È per preparare quel momento, per evitare che esso arrivi solo dopo costi altissimi che è necessario parlare sin da oggi del pensiero meridiano. [Il pensiero meridiano, p. 98]

 

Bibliografia e sitografia:

 

– Il pensiero meridiano, Franco Cassano (Laterza 2005)

 

– La frontiera, Alessandro Leogrande (Feltrinelli 2015)

 

– Il pensiero meridiano oggi: Intervista e dialoghi con Franco Cassano, (https://escholarship.org/content/qt2qf1598v/qt2qf1598v.pdf)

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