27 aprile 2023

UN INEDITO GRAMSCI SARDO

 

Disegno di Stefania Morgante



UN INEDITO RITRATTO DI GRAMSCI SARDO

di Attilio Gatto


Il 27 aprile 1937 moriva a Roma Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale dopo 10 anni di carcere fascista. A noi resta l’eredità di un politico, di un intellettuale che appare ancora oggi uno dei grandi pensatori italiani, tra i più originali del Novecento.

Io m’immagino Antonio Gramsci di nuovo tra di noi, passeggiare per le sue strade di Ales, Ghilarza, Santulussurgiu, Cagliari, Torino, Roma. “Uno spettro”, fatto “della stessa sostanza dei sogni”, che percorre – con passo agile e deciso – gli scenari d’Italia e d’Europa. Davanti ai suoi occhi indagatori lo spettacolo non nuovo di una sinistra confusa, in di
coltà, che stenta a frequentare alcune invenzioni linguistiche e culturali senza età. Come l’egemonia, che invita ad avventurarsi lungo sentieri tortuosi e non ancora esplorati. Che illumina con i suoi scritti, capaci ancora di liberare idee, intuizioni, di suggerire progetti, visioni. E’ una sinistra che oggi tenta il cambio di passo per una società più giusta, in un mondo in cui rispunta la guerra come risoluzione delle controversie. Viviamo in un secolo difficile, in un piano inclinato paurosamente verso la decadenza.
Enrico Berlinguer, a Cagliari, nel 1977, ricordando Gramsci a 40 anni dalla morte, disse che lui è sempre con noi: ”Gramsci è con voi che lottate, con voi operai e contadini che lottate in ogni parte della Sardegna. Gramsci è con voi giovani, studenti intellettuali che volete la redenzione e il riscatto della Sardegna, una Italia nuova e giusta, un mondo unito, senza più guerre e oppressione.
E Gramsci parla ancora oggi a tutti gli intellettuali, a tutti i democratici, a tutte le forze di progresso che emergono e si affermano nella società italiana. L’esempio di Gramsci ci esorta tutti a combattere, a non disarmare, a costruire il nuovo.”
Volevano impedire al suo cervello di funzionare, dietro le sbarre del carcere fascista e fortunatamente non ci riuscirono. Ma, se ci fossero riusciti, Gramsci sarebbe stato comunque un protagonista del nostro Novecento. E se avesse trovato spazio in altro campo? Se sul politico geniale avesse prevalso il prodigioso critico teatrale?
Eccolo Nino, nel 1908. Ha 17 anni. Vive col fratello Gennaro e frequenta il liceo Dettori. Cagliari è una città ancora scossa dai moti contro il carovita del 1906. È culturalmente vivace, ci sono due teatri, il Civico e il Politeama Regina Margherita. E lui – cito dalla biogra
a di Giuseppe Fiori – è “studente scapigliato”, “loggionista tumultuoso”. Divertito, irriverente, incurante del giudizio dei benpensanti, di quelli che si piegano al vento del senso comune, si descrive così: ”Per la mia splendida criniera, che mi ondeggia ad ogni soo, mi hanno preso per una ragazza e si sono meravigliati che una donna facesse tanto chiasso in un teatro, perché vedevano solo la testa e una mano che faceva un sonoro pennacchio. Io non me la sono presa a male, anzi ho ringraziato dell’attenzione che mi usavano.”
Sembra il ritratto di un un poeta futurista che, dalla platea, contesta i confezionatori di drammi insinceri, di intrecci con personaggi di cartapesta. Così come a Torino, la città della scelta marxista, dalle pagine de l’Avanti! riserverà corsivi fulminanti, al vetriolo, agli autori del teatro borghese, digestivo, in cui il pubblico sonnecchiante ama rispecchiarsi. E presterà attenzione per primo alla poetica rivoluzionaria di Pirandello e dei grotteschi, quelli che rovesciano le commedie zeppe di falsa coscienza. Un linguaggio assolutamente nuovo, che s’innerva sul Secolo Breve (da Sergio Tofano a Carmelo Bene, da Petrolini a Troisi) per arrivare ad oggi, a chi ancora cerca di orientarsi su tragitti sconosciuti. Senza dimenticare Nino Gramsci, quello “studente scapigliato”, quel “loggionista tumultuoso”. Quel ragazzo come tanti, inquieto, curioso del mondo, a
amato di libri e teatro, che ancora non sapeva cosa avrebbe fatto da grande.


ATTILIO GATTO




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