31 maggio 2019

LEONARDO SCIASCIA, Attenti al Duce





ATTENTI AL DUCE!
di Leonardo Sciascia



Ho del fascismo ricordi molto vivi, e che anzi si fanno più nitidi ed articolati nell’avvento della vecchiaia, per quella sorta di presbiopia che la memoria viene acquistando. Si annebbiano e presto si cancellano i fatti vicini, gli incontri, le letture; e imprevedibilmente si dispongono a fuoco, come nel mirino di una macchina fotografica o nelle lenti di un binocolo, le cose lontane e che credevamo perdute. A volte, ripeto, imprevedibilmente, sollecitate da vaghe percezioni, da inavvertiti richiami; a volte per più scoperte, evidenti sollecitazioni.
Questa ricerca sugli attentati a Mussolini – attentati più vagheggiati che progettati e vagheggiati anche da parte della polizia fascista – condotta sul superstite carteggio dell’Ovra, è in tal senso ricca di sollecitazioni: a ritrovare nella memoria tutti quei fatti, personaggi, discorsi, riti, feste e luoghi comuni che s’appartengono alla dimensione comica del fascismo. Di questa dimensione non si è voluto o saputo sufficientemente tener conto. Non si è saputo o saputo sufficientemente ridere: che sarebbe stato salutare. Il solo che ci ha provato, in letteratura e per trasposizione nel cinema, è stato Vitaliano Brancati: ma, appunto, isolatamente e senza apprezzabili effetti nella società italiana. Si è preferito dare del fascismo una rappresentazione piuttosto tetra, quasi strettamente informata a una diagnosi stalinista. E non che tetraggine e tragedia nel fascismo non ci fossero; ma almeno ugualmente catartica, se non più, sarebbe stata una rappresentazione del versante comico. Il ridicolo uccide: e ci ostiniamo a credere uccida anche in Italia, nonostante le contrarie apparenze.
Non ricordo se in quella specie di enciclopedia del fascismo comico che si può cavare dall’opera di Brancati la voce “attentati” vi abbia parte. E’ certo una voce importante: e come in quelli che ebbero un minimo di progettazione e di cui gli italiani furono informati si scopre il volto bieco e feroce della dittatura fascista, in questi soltanto vagheggiati che Rizzo ha saputo, direi con vena brancatiana, spigolare, se ne scopre il volto farsesco, irresistibilmente comico. E nel comico trova coinvolgimento anche un certo antifascismo, specialmente degli esuli. Non tutti avevano l’intelligenza, la lucida comprensione del corso effettuale delle cose, che aveva un Salvemini: da capire, insomma, che l’attentato – peraltro difficilmente attuabile – serviva alla polizia fascista, al fascismo, al mito mussoliniano come lubrificante e corroborante.
All’apice dei sogni dell’antifascismo era la morte di Mussolini. Ragionevolmente, considerando che in Italia in fascismo per pochi è stato ideologia, sistema, dottrina e per i più, specialmente negli anni del quasi totale consenso, mussolinismo. Morto Mussolini, il fascismo sarebbe crollato: da ciò il sorgere, negli oppositori interni, del mito dell’ulcera di cui si diceva Mussolini fosse affetto. Negli anni in cui veniva scemando il consenso, la notizia che Mussolini avesse un’ulcera , e abbastanza grave, prese proporzioni tali che la sola parola – ulcera – era come un segnale, come un’intesa tra coloro che lo volevano morto. Gli oppositori interni, più avvertiti e guardinghi nei riguardi dell’efficienza e capillarità della polizia politica, vagheggiavano l’ulcera, avevano il culto dell’ulcera – “galoppante” si aggiungeva: e si era presi da quel galoppo come nel finale di un film western – così come gli esuli vagheggiavano l’attentato. Ricordo lo sconforto di un antifascista del mio paese che, tra la meraviglia di coloro che come antifascista lo conoscevano, nell’estate del ’37 andò alla stazione ferroviaria a vedere Mussolini passare. Ci andò per controllare a che punto fosse arrivata l’ulcera nel suo galoppare: ma Mussolini gli apparve così in buona salute, abbronzato, alacre da perdere ogni speranza riguardo all’ulcera. “Ma quale ulcera!”, confidò agli amici, “Quello campa cent’anni!.
Al vagheggiamento dell’attentato da parte degli esuli corrispondeva, come abbiamo detto, il vagheggiamento da parte della polizia. Bastava un nulla – un sentito dire a Parigi – perché l’ipotesi dell’attentato prendesse corpo, muovesse una sproporzionata attività. In certi casi, è da credere si trattasse di pura invenzione da parte degli informatori: che non potevano meglio giustificare i compensi che ricevevano. Erano, gli informatori, per lo più gente di poco affare, senza alcuna intelligenza delle cose: al punto che uno di loro si meraviglia nel sentire, in ambienti di antifascisti, che c’è intenzione di colpire, oltre che Mussolini e il re, anche il ministro della Giustizia: “So di sicuro, per quanto non ne comprenda la ragione, che tra essi c’è l’on. Rocco”. Non ne capiva la ragione: che è una ragione con la quale, a tanti anni dalla caduta del fascismo, ci troviamo a fare i conti. E direi che per questo particolare, per questo non capire, l’informatore trova un accento di verità che non si trova in molti dei rapporti antologizzati da Rizzo, tra i quali spicca – come di un Conrad di seconda mano, forse anche perché ha la Polonia come scena – quello che s’intitola al “sicario mistico”.
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Prefazione di Leonardo Sciascia al libro di Vincenzo Rizzo Attenti al Duce, Vallecchi editore, 1981

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