05 agosto 2014

AMICI RITROVATI...


Questa mattina sono felice di pubblicare due brevi pezzi di due carissimi amici.
 Il primo è il racconto di Raul Molina Sanchez, un giovane docente di lingua spagnola, appena tornato da Istanbul dove ha insegnato per alcuni anni la sua bella lingua. 
La nota successiva è opera di Nicolò Messina, fraterno amico conosciuto nel 1975 al Borgo di Danilo Dolci. Da allora, malgrado il suo peregrinare per il mondo, non ci siamo mai persi di vista e ogni anno ci  ritroviamo insieme nel suo paese natale: Marsala.
 Nicolò è diventato anche un collaboratore di questo blog e devo a lui la traduzione del racconto di Raul.
f.v.





Il bagaglio

Raúl Molina Sánchez


Questa è una storia triste, o dovrebbe esserlo, perché di un commiato si tratta. Il ritorno a casa, mille volte desiderato e altrettante rimandato, sembra ora imporsi irrimediabilmente. In realtà, è una ritirata e, come tutte le ritirate, spennellata di frustrazione e fallimento. Il loro olezzo esala dal fondo. Invano li riveste un imprescindibile ottimismo. Qualche paesaggio, qualche insegnamento, due o tre anime, costituiscono questo rivestimento dolciastro: le frustrazioni e i fallimenti sono banali, correnti, e perciò non è necessario dissezionarli.

Le scatole sono già chiuse e, mentre l’ultima valigia si va riempendo, uno si chiede che cosa farsene, di tutte quelle risate e canzoni che tu hai lasciato su per i muri. Sarà meglio lasciarle lì, perché ce le ritrovi il prossimo inquilino e senta così quel benessere inspiegabile che certe case emanano sin dal primo momento. Sarà meglio riserbare gli ultimi buchi vuoti della valigia per la miseria di Van[1], le storie inumane di Soma[2], le aspirazioni di libertà di quei giovani il cui valore ridicolizza, per contrasto, questo mio essere codardo.

Sarà meglio, una volta messici, togliere un paio di pullover e quei miei sciocchi occhiali da sole, e al loro posto far largo alla vitalità di quella donna calpestata che, pur tuttavia, si alza cantando e si corica ballando, con un sorriso che però non ci azzecca a celare la frustrazione, né il fallimento.

Sarà meglio portarsi via tutto questo e tirarlo fuori subito, non appena arrivati a casa, e indossarlo immediatamente, prima che la nuova stagione di Zara la spunti a farti accantonare questo bagaglio così prezioso, così fragile, così effimero.
 

Istanbul, 15 giugno 2014



[1] La città di Van, sita nella Turchia orientale, fu scossa nel 2011 da un terremoto di 7,2 gradi Richter. Alcuni dei sinistrati vivono ancora in pessime condizioni.
[2] L’incidente nella miniera di Soma del 2014 evidenziò il trattamento subumano cui erano sottomessi i lavoratori.

Fuente:



Raúl Molina Sánchez è docente di Ispanistica all’Università del Bosforo di Istanbul (Boğaziçi Üniversitesi). Amministra il blog Dando un tumbo y otro tumbo… (A sbalzi e capitomboli), da cui è stata tratta - e dove si può leggere in originale - questa narrazione breve. Tempo addietro il blog del CESIM ne ha ospitata un’altra: La battaglia contro il sonno.


Non sarà difficile immaginare per queste righe sentite e leggiadre un sottotitolo ammiccante: Istanbul mon amour. Non è soltanto un rifare il verso al famoso titolo di Alain Resnais / Marguerite Duras: Hiroshima mon amour (1959). In ogni commiato, difatti, è sempre insita una dichiarazione d’amore più o meno inespressa. Parliamo di commiati da posti in cui – nei nostri stessi paesi o in giro per il mondo – ci è capitato di studiare, lavorare, vivere. Non certo da turisti. E capitato stavolta per scelta, non per la casualità dell’appartenenza a un posto, a una cultura, dovuta solo alla mera nascita (chi ha mai potuto scegliere dove nascere?).

Un benvenuto all’amico Raúl tra gli zingari della gran diaspora contemporanea, in cui i commiati sono tali solo in apparenza, si incatenano uno dietro l’altro, e non sono che continui ritorni a itache irraggiungibili. Così – almeno per me –da quasi quarant’anni. Che i suoi, nostri occhi moltiplicati possano servire al dialogo tra culture che è la sola arma inerme in grado di sconfiggere conflitti sanguinosi, incancreniti, e i fin troppi pregiudizi tanto escludenti, scoraggianti, pericolosi, quanto insulsi e inventati di sana pianta. Perché continuare ad arroccarcisi?

[Nicolò Messina]


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