07 agosto 2014

I CRANI DI LOMBROSO


Il cranio di Lombroso


Un paio di mesi fa, Beppe Grillo ha auspicato sul suo blog la dissoluzione dello stato nazionale in più macroregioni “recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie”. A molti è sembrata poco più di una boutade, ma leggendo gli oltre duemila commenti al post è possibile comprendere come Grillo abbia colpito, consapevolmente, laddove sapeva di poter essere ascoltato.
Oggi al Sud una brace cova sotto la cenere, in maniera del tutto speculare al leghismo più acceso e alle scriteriate avventure del separatismo veneto. È il revanscismo neoborbonico.
Basta fare un giro in rete. Una miriade di siti (da reteduesicilie.blogspot.com a neoborbonici.it, da eleaml.org a molti altri) ripropone con forza un’altra verità: i Mille erano una banda di criminali al soldo dei Savoia, la liberazione del Sud è stata una brutale annessione e soprattutto – come si legge su “eleam” – è ormai da ritenersi “incompatibile la permanenza nell’attuale stato dei territori dell’ex-Regno delle Due Sicilie, in quanto lo Stato Italiano è sorto su un imbroglio e gli interessi fra le due Italie confliggono e non sono conciliabili”.
In condizioni normali, tale storiografia-fa-da-te rimarrebbe confinata nelle cantine del web. Tuttavia oggi si propaga nel vuoto e acquista consensi, perché incontra davanti a sé due porte spalancate. La prima è costituita dal silenzio che avvolge la “questione meridionale” nei palazzi della politica, proprio nel momento in cui tutte le regioni del Sud (come rilevano i rapporti Censis, Svimez, Istat) sono state piegate dalla crisi e risucchiate in un gorgo di deindustrializzazione, altissima disoccupazione femminile e giovanile, ritorno di forme massicce di emigrazione.
La seconda è la fine del meridionalismo storico, quello progressista, illuminista, cosmopolita, antiautoritario, che proveniva da Villari e Zanotti-Bianco, Gramsci e Salvemini, Dorso e Rossi-Doria, e che via via – negli ultimi decenni del Novecento – è stato sostituito da una sorta di “professionismo del Mezzogiorno”. È stato quest’ultimo a gestire la mediazione e lo scambio tra centro e periferia, tra Stato ed enti locali, per poi essere travolto nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Nell’ultimo ventennio, agonizzante il meridionalismo, è trionfato il sudismo: una nuova galassia di idee e rivendicazioni, che non rimane confinata sul web, a giudicare dallo spazio dato alle sue tesi e alle sue vicende su molte testate locali.
Un libro uscito di recente illustra molto bene i meccanismi di questa torsione: Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso, edito da Salerno editrice e scritto da un’antropologa calabrese, Maria Teresa Milicia.
Il “cranio conteso” è quello di Giuseppe Villella, nato a Monta Santa Lucia in provincia di Catanzaro e morto in carcere a Pavia negli anni sessanta dell’Ottocento. Anni dopo la morte, Cesare Lombroso si accorse che il cranio di Villella presentava una accentuata fossetta laterale e, affinando le sue tesi sull’atavismo, stabilì una relazione tra questa e la propensione a delinquere, enunciando la teoria del “delinquente nato”. Si convinse così di aver fatto una eccezionale scoperta, e diede il via alla controversa stagione dell’Antropologia criminale.
Nel Novecento l’atavismo è stato smontato pezzo su pezzo, e il cranio di Villella è rimasto un reperto tra i tanti reperti lombrosiani, dimenticati dalla stessa scienza italiana. Ma nel 2009, quando viene inaugurato il nuovo allestimento del museo “Cesare Lombroso” a Torino, esplode un’insolita protesta sul web.
La galassia neoborbonica pretende la chiusura del museo intitolato a una sorta di Mengele nostrano e soprattutto la restituzione del cranio del “patriota” Villella che tanto aveva lottato, a loro dire, contro gli invasori del Nord. Viene istituito un “Comitato No Lombroso” che alla fine ottiene, a seguito di una ordinanza del Tribunale di Lamezia Terme, il diritto di tumulare i resti di Villella nel suo paese natale.
Sul loro sito si legge: “il medico Lombroso non esitò a scorticare cadaveri, mozzare e sezionare teste, effettuare i più incredibili e crudeli interventi su uomini ritenuti criminali per le misure di parti del cranio e del corpo”. Da una parte un neoborbonico molto attivo come Duccio Mallamaci vede nel museo in onore dell’“ebreo” Lombroso un complotto organizzato “dal massimo vertice illuminato massonico ebraico, sionista, razzista…” contro i meridionali. Dall’altra la storiografia-fai-da-te sudista rinnova l’equiparazione piemontesi-nazisti.
Il testo più noto di questi anni (Terroni di Pino Aprile, un bestseller da oltre duecentomila copie vendute) ha un incipit che non dà adito al minimo dubbio: “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per tanti anni.” Poche righe dopo continua: “Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia.” Quali sono le fonti che sorreggono tali affermazioni? Non ne è indicata neanche una. Intanto il virus revanscista e sudista si allarga.
Il libro di Maria Teresa Milicia parte proprio di qui: dal desiderio di scrivere la biografia del “cranio conteso”, facendo ricerca storica senza pregiudizi o paraocchi. Si scopre così che l’intera vicenda è piena di sfumature. Innanzitutto Milicia indaga sulla biografia di Villella, cosa che nessun neoborbonico finora si era preoccupato di fare, girovagando fra gli archivi del comune e della parrocchia del paese. E apprende che non era affatto un brigante né tanto meno un guerrigliero legittimista (come vuole la vulgata sudista), ma un povero ladruncolo, per i casi della vita finito a scontare una condanna in un penitenziario del Nord, dove si spense.
Intorno al cranio dell’ignaro Villella sembra essere esplosa una feroce battaglia tra due manipolazioni. Da una parte quella operata dallo stesso Lombroso, intenzionato – a partire proprio da quel cranio e da quel corpo, su cui peraltro non aveva condotto alcuna autopsia – a stabilire una relazione tra malformazioni congenite e delinquenza. Dall’altra la creazione, a un secolo e mezzo di distanza, di una biografia inventata, quella del brigante rivoltoso. È una guerra di specchi, condotta tra ieri e oggi, che rivela molto di quanto avviene nelle pieghe dell’Italia contemporanea.
Tuttavia la stessa figura di Lombroso, scrive Milicia, è molto più sfaccettata. Innanzitutto perché le sue discutibili tesi, evidentemente reazionarie, non avevano un diritto collegamento con il razzismo antimeridionale. Lombroso non scrisse mai della propensione a delinquere dei calabresi in quanto tali, cosa che invece fece degli “zingari” (le cui vicissitudini però non interessano i neoborbonici). In secondo luogo, perché proprio in Calabria Lombroso era stato come giovane medico nel 1862, al seguito dell’esercito sabaudo, e aveva scritto un resoconto (In Calabria, fatto ristampare nel 1980 dal meridionalista Pasquino Crupi), in cui non c’era alcun riferimento alle future tesi dell’atavismo. Anzi, ben lungi da ogni forma di stigmatizzazione etnica, il giovane Lombroso scriveva chiaramente che all’origine delle drammatiche condizioni igieniche-sanitarie delle masse impoverite c’era innanzitutto la rigida, oscena, feudale divisione in classi della società.
Sull’altro versante, la “santificazione” del cranio (e soprattutto dell’uomo a cui era appartenuto) da parte della galassia neoborbonica rivela qualcosa di molto più ampio. Innanzitutto il bisogno di riscrivere la propria storia, specie in angoli della provincia meridionale poveri di eroi locali. Come aveva già notato Carlo Levi a suo tempo, la storia del brigantaggio racchiude gli unici eventi percepiti come storia propria da parte dell’universo contadino. Oggi è come se, mentre il Sud viene dimenticato, i figli dei figli di quell’universo scomparso si aggrappino alle poche tracce rimaste. Non è solo un prodotto della storiografia-fai-da-te: sono molti i raduni in cui si rievocano gli eventi salienti della “guerra al brigantaggio”. Basta consultare Youtube.
Bisogna di storia e di comunità a parte, il punto saliente dell’intera faccenda è però un altro. Il meridionalismo che nasce con l’Unità d’Italia ha sempre chiesto più Risorgimento democratico, non la sua sconfessione; più rivoluzione, non certo il ritorno dell’Ancien Régime; più unità, non la sua dissoluzione. Se oggi viene accantonato e sostituito da questa paccottiglia, forse è il segno che qualcosa è andato storto. In tal modo, le responsabilità dei mali del Sud vengono individuate solo e soltanto al di fuori del Sud, allontanando dalle lenti della critica le colpe delle classi dirigenti locali, il ruolo dei cacicchi  e della “borghesia lazzarona”, e vagheggiando un passato mitico che non è mai esistito.
Negli stessi anni in cui il cranio di Villella diveniva un reperto scientifico, Vincenzo Padula, un prete garibaldino che a lungo aveva patito la repressione borbonica, organizzò a Cosenza un piccolo settimanale di cui era l’unico redattore, “Il Bruzio”. I suoi straordinari articoli, che Pasolini indicò come raro esempio di realismo poetico, sono stati raccolti in Persone in Calabria (Rubettino 2006).
Padula scrisse a lungo di briganti e brigantaggio. Pur sapendo che il fenomeno nasceva dagli sconquassi della società meridionale, dalle convulsioni del processo di unificazione, dalla coscrizione obbligatoria e dalla proclamazione dello stato d’assedio, non confuse mai il piano sociale della questione con quello politico. Il Sud sotto i Borboni era stato un inferno. E quando i briganti non erano poveri disperati o semplici criminali che vessavano gli stessi meridionali, quando cioè mettevano insieme le loro idee e le manifestavano al mondo non chiedevano altro che il ritorno di Francesco II e del mondo immobile di prima. E allora, si chiedeva Padula: “I briganti fan guerra ai contadini: chi dunque li protegge? I briganti intendono a promuovere una reazione: chi ne tiene le fila?”

Articolo pubblicato giovedì, 7 agosto 2014, su  · http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-cranio-di-lombroso/
Il  pezzo è uscito anche su Pagina 99.

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