21 agosto 2014

PER LA STORIA DEL BLUES



Blues highway. Nella polverosa Clarksdale, dove i neri valevano meno dei muli, sulle tracce di Muddy Waters e Robert Johnson. Seconda tappa del viaggio sonoro proposto da IL MANIFESTO:
Giuliano Malatesta

I demoni del Mississippi
Alla fine degli anni Novanta Clark­sdale, pol­ve­rosa cit­ta­dina appar­te­nente alla con­tea di Coa­homa, in Mis­sis­sippi, una delle più povere di tutti gli Stati Uniti dove oltre il 35% dei resi­denti vive in stato di povertà, era tri­ste­mente nota più per il numero di musi­ci­sti che fug­gi­vano che non per quelli che sce­glie­vano di vivere in que­sta terra di poco meno di 20 mila anime.
I tempi d’oro intorno agli anni Trenta del XX Secolo, quando i negozi di down­town ave­vano un giro di affari pari a 13 milioni di dol­lari l’anno e la città era con­si­de­rata la capi­tale del cotone, gra­zie alla sua posi­zione stra­te­gica lungo l’asse fer­ro­via­ria Memphis-New Orleans, erano sva­niti da tempo, da quando la mec­ca­niz­za­zione del lavoro nelle pian­ta­gioni aveva dato l’avvio all’esodo verso le città del Nord.
Vacanze all’inferno
«Ben­ve­nuto all’inferno» fu la prima cosa che si sentì dire una volta arri­vato in città, Roger Stolle, un ragazzo ori­gi­na­rio dell’Ohio che 11 anni prima aveva lasciato St Louis e le cer­tezze da pub­bli­ci­ta­rio per inse­guire il suo sogno: quello di tra­sfe­rirsi nel Delta del Mis­sis­sippi, dove erano vis­suti o ave­vano suo­nato i suoi idoli musi­cali, da Muddy Waters a Robert John­son, da Char­ley Pat­ton a Son House. «Per sette anni que­sto è stato l’unico posto dove sono andato in vacanza — mi rac­conta durante una pausa di un con­certo che si tiene a mez­zo­giorno davanti alla Ham­bone Gal­lery e che fa parte di uno dei tanti street music festi­val della zona — fino a quando ho capito che era giunto il momento di dare una svolta alla mia vita».
Stolle oggi ha 46 anni e da 11 dirige Cat Head, un empo­rio di dischi e più in gene­rale di sou­thern cul­ture, ma sarebbe ridut­tivo farlo pas­sare come un sem­plice com­mer­ciante di cd e libri dedi­cati al blues, nono­stante il suo splen­dido nego­zio sia con­si­de­rato come uno dei 15 record store migliori d’America. Da que­ste parti, infatti, tutti rico­no­scono al ragazzo del Mid­west il merito di aver con­tri­buito in maniera deter­mi­nante alla rina­scita musi­cale e cul­tu­rale di Clark­sdale. Roger ha messo in piedi un festi­val dedi­cato al blues, una ras­se­gna di cinema, Clark­sdale Film festi­val, che si svolge a fine gen­naio, e altri 3 mini festi­val blues com­ple­ta­mente gra­tuiti che si ten­gono ogni anno di fronte al suo nego­zio. Ridando fidu­cia a un’intera comunità.
«Quando sono arri­vato qui pen­savo che a down­town ci fosse il copri­fuoco, pas­seg­giavi di pome­rig­gio e rischiavi di non incon­trare anima viva. Oggi molte cose sono cam­biate e Clark­sdale è l’unico posto nel Delta dove puoi ascol­tare musica blues live sette giorni alla settimana».
Nes­suno sto­rico potrà mai indi­carvi con cer­tezza un luogo o una data di nascita del blues, in una terra dove mistero, verità e leg­genda si fon­dono in un unico grande rac­conto popo­lare. Ma se si è alla ricerca di un luogo, anche sim­bo­lico, dove la musica del dia­volo ha svolto un ruolo fon­da­men­tale, allora non esi­ste posto migliore dove recarsi dell’area intorno a Clark­sdale. Fu qui che Muddy Waters, sco­perto per caso dal cac­cia­tore di bal­late più famoso d’America, Alan Lomax, un meti­co­loso stu­dioso di musica popo­lare con­si­de­rato tra i pio­nieri dell’etnomusicologia moderna, com­prò nel 1943 un biglietto di sola andata dell’Illinois Cen­tral Rail­road: desti­na­zione Chi­cago, in cerca di for­tuna.
E fu sem­pre da que­ste parti, più pre­ci­sa­mente a Tut­wi­ler, 20 chi­lo­me­tri più a Sud, che nei primi del Nove­cento WC Handy, un musi­ci­sta dell’Alabama che stava avendo un discreto suc­cesso gui­dando un’orchestra nera da ballo di ben venti ele­menti, udì per caso, di notte, in attesa di un treno che non arri­vava mai, un «nero vestito di stracci» che suo­nava la chi­tarra uti­liz­zando un col­tello per impri­mere alle corde un suono lamen­toso. Can­tava una melo­dia appa­ren­te­mente incom­pren­si­bile di una strofa, ripe­tuta più volte: «I’m goin where the Sou­thern cross the dog», che par­lava di un luogo dove si incro­ciano due linee fer­ro­via­rie (la Mis­sis­sippi Val­ley, sopran­no­mi­nata appunto «te yel­low dog», con fer­ro­via Southern).



Ma non erano tanto le parole a sor­pren­dere, rive­lerà in seguito Handy nella sua auto­bio­gra­fia, pub­bli­cata nel 1941 e inti­to­lata con arro­ganza «The Father of the Blues. Quanto quella sua pre­di­spo­si­zione quasi natu­rale a riem­pire gli spazi lasciati liberi dalla voce con suoni della chi­tarra così biz­zarri da sem­brar rivo­lu­zio­nari. Handy, che mai prima di allora aveva ascol­tato un suono simile, ne rimase affascinato.
Il blues rurale del Mis­sis­sippi stava len­ta­mente pren­dendo forma. Si trat­tava di una musica, influen­zata dai canti degli schiavi afri­cani, fatta da e per neri, spesso pove­ris­simi, che in larga parte non erano in grado di leg­gere e di scri­vere e che non erano con­si­de­rati suf­fi­cien­te­mente rispet­ta­bili nean­che per lavo­rare come ser­vitù nelle case dei padroni bian­chi. Veniva suo­nata come rispo­sta o anti­doto con­tro la dispe­ra­zione, sen­ti­men­tale, eco­no­mica e sociale, nelle pian­ta­gioni di cotone o lungo l’argine del Delta, dove i neri vale­vano meno dei muli che con­du­ce­vano: «Ammazza un negro ne prendi un altro; ammazza un mulo devi com­prarne un altro» era un sim­pa­tico detto che andava per la mag­giore all’epoca.
Il Delta del Mis­sis­sippi è pieno di sto­rie legate al blues e alle sue leg­gende, gran parte delle quali affi­date alla sola tra­di­zio­nale orale. Ma per quasi un secolo si è col­pe­vol­mente igno­rato que­sto patri­mo­nio cul­tu­rale e solo negli ultimi anni la rotta è stata inver­tita, com­plice un nuovo turi­smo inter­na­zio­nale che sem­pre più spesso si avven­tura oltre oceano per andare alla sco­perta dei luo­ghi di ori­gine della musica ame­ri­cana. «Anni fa a pro­muo­vere il blues c’erano solo appas­sio­nati e ama­tori, con pochis­simi fondi e senza un pro­getto reale, men­tre negli ultimi tempi è aumen­tato l’interesse delle agen­zie gover­na­tive e di gran parte della busi­ness comu­nity», mi spiega Scott Bar­retta, sto­rico del blues ed edi­tor del Living blues maga­zin. «Ma l’aspetto più inte­res­sante — aggiunge — è che lo Stato è stato coin­volto nello sforzo di ride­fi­nire il Mis­sis­sippi, inve­stendo e pro­muo­vendo la black cul­ture. Una sorta di rivo­lu­zione, se guar­diamo alla nostra sto­ria, e qual­cosa di asso­lu­ta­mente inim­ma­gi­na­bile solo trenta anni fa».
Va in que­sta dire­zione il pro­getto «Mis­sis­sippi blues trail», una sorta di sen­tiero fai-da-te che tocca i più impor­tanti siti legati alla sto­ria del blues. Luo­ghi appa­ren­te­mente ano­nimi come cimi­teri, strade, incroci fer­ro­viari o sem­plici barac­che, ora con­tras­se­gnati da appo­siti mar­kersdi colore blu, che tenuti insieme da un filo invi­si­bile for­mano una sorta di imma­gi­ni­fico museo a cielo aperto dove recarsi in silen­zioso pel­le­gri­nag­gio a ren­dere omag­gio al Dio del Blues. Il primo car­tello del pro­getto è stato posato sul ter­reno nel 2006 a Holly Ridge, presso la tomba di Char­ley Pat­ton, che per quasi 3 decenni, sep­pur non con­se­cu­tivi viste le sue ripe­tute fughe, visse alla Doc­kery Plan­ta­tion ed è con­si­de­rato il più impor­tante tra i musi­ci­sti blues della prima gene­ra­zione.
Da allora ne sono seguiti circa 200, gra­zie ad un inve­sti­mento, finan­ziato con fondi sta­tali e fede­rali, di circa 2,5 milioni di dol­lari. «Vole­vamo cele­brare la cul­tura che pro­viene dal nostro ter­ri­to­rio e al tempo stesso valo­riz­zarla dal punto di vista turi­stico», rac­conta Mal­con White, il diret­tore del Dipar­ti­mento del Turi­smo del Mis­sis­sippi, orgo­glioso del fatto che oggi il turi­smo cul­tu­rale sia in forte espan­sione e che quello musi­cale «rap­pre­senti il set­tore di mag­giore crescita».
Povertà e caffè hipster
Certo, Clark­sdale resta una città povera. Nel cen­tro cit­ta­dino sono visi­bili case fati­scenti e vetrine spran­gate, ma con­tem­po­ra­nea­mente sono spun­tati nuovi musei, gal­le­rie e caffè che non sfi­gu­re­reb­bero nel quar­tieri hip­ster di San Fran­ci­sco. Anche Mor­gan Free­man, l’attore ame­ri­cano nativo del Mis­sis­sippi, ha deciso di inve­stire pro­prio qui a Clark­sdale, par­te­ci­pando all’apertura del Ground Zero Blues Club, un locale dall’atmosfera volu­ta­mente tra­san­data che fa il verso ai vec­chi juke joint di una volta, le improv­vi­sate strut­ture che nei primi decenni del Nove­cento fun­ge­vano da ritrovo serale per gran parte degli afroa­me­ri­cani e al cui interno tutto, o quasi, era lecito: bal­lare, tro­vare la giu­sta com­pa­gnia, bere alcool clan­de­stino, su tutti il for­tis­simo whi­sky di mais, e gio­carsi d’azzardo quei pochi spic­cioli gua­da­gnati con sudore e fatica sui campi.

«Se gesti­sci un nego­zio di blues nel Delta qui a Clark­sdale ci sono un paio di domande a cui sarai costretto a rispon­dere ogni set­ti­mana — mi aveva con­fi­dato Roger Stolle — la prima, facile, è dove si può tro­vare della buona musica dal vivo. La seconda, più tosta, è dove si trova il male­detto cro­cic­chio». Ovvero il cele­bre e fan­to­ma­tico incro­cio dove Robert John­son, il più famoso e influente blue­sman della sto­ria del Mis­sis­sippi, ven­dette l’anima al dia­volo.
Una sto­ria che a Clar­k­dale è vec­chia quanto il blues. A metà degli anni Trenta un aspi­rante musi­ci­sta, gio­vane, un po’ goffo e non par­ti­co­lar­mente dotato, spa­ri­sce per un anno o poco meno nel Delta del Mis­sis­sippi, senza lasciare tracce. Fino a quando un giorno, allo scoc­car della mez­za­notte, riap­pare a un deso­lato incro­cio, dove incon­trerà un miste­rioso uomo nero gli for­nirà abi­lità e vir­tuo­si­smi chi­tar­ri­stici inar­ri­va­bili per un comune mor­tale. Così rac­conta l’incontro il gior­na­li­sta musi­cale Peter Gural­nich in Sear­ching for Robert John­son: «Un giorno, era lui stesso a rac­con­tarlo, si era recato a mez­za­notte al cen­tro di un cro­ce­via e lì si era messo a suo­nare in attesa di un pos­si­bile evento. Ed era arri­vato un uomo tutto nero che gli aveva preso la chi­tarra, l’aveva accor­data, aveva suo­nato un motivo sco­no­sciuto e poi gli aveva resti­tuito lo stru­mento. Non si erano scam­biati una parola».
La leg­genda dell’incrocio e del patto con il dia­volo è quasi cer­ta­mente falsa ma la sto­ria, che trova le sue radici ultime nel misti­ci­smo afri­cano e nella magia nera, si è via via dif­fusa con il pas­sare degli anni, raf­for­zan­dosi a par­tire dagli anni Ses­santa quando Robert John­son acquisì fama e noto­rietà inter­na­zio­nale gra­zie a un gio­vane chi­tar­ri­sta lon­di­nese, Eric Clap­ton. Ci ha pen­sato poi Hol­ly­wood, come spesso accade quando si tratta di maneg­giare la verità a pro­prio pia­ci­mento, a dif­fon­dere la leg­genda, con il mode­sto film Mis­sis­sippi Adven­ture, diretto da Wal­ter Hill, che si apre pro­prio con la scena del crocicchio.
Ma a pre­scin­dere dai misteri legati all’incrocio, immor­ta­lato da 3 chi­tarre elet­tri­che illu­mi­nate appese a un palo che sem­brano non aspet­tare altro che una foto ricordo, Robert John­son resta una figura cen­trale per com­pren­dere la sto­ria del blues e la sua influenza musi­cale, nono­stante le sole 29 inci­sioni realizzate.
«Per me Robert John­son è il più impor­tante musi­ci­sta blues mai vis­suto — ha detto Eric Clap­ton — La sua musica rimane il pianto più stra­ziante che penso si possa riscon­trare nella voce umana». Se a que­sto aggiun­giamo che John­son ha rap­pre­sen­tato alla per­fe­zione l’archetipo dell’artista male­detto, pove­ris­simo, vaga­bondo, dedito a whi­sky e donne, allora il cer­chio si chiude. Non ci sono molte cer­tezze legate alla sua vita, per­fino la sua data di nascita, nel 1911, è in dub­bio, e le sue pre­sunte 3 lapidi dis­se­mi­nate lungo il Delta non fanno altro che ali­men­tarne il mito. L’unica cosa certa è che morì gio­va­nis­simo il 16 ago­sto del 1938 (lo stesso giorno di Elvis), dopo 2 giorni di ago­nia, «abba­iando come un cane».
Qui la verità si ferma e ini­ziano le sto­rie, la più nota delle quali rac­conta che fu avve­le­nato da un marito geloso che per ven­di­carsi mise della stric­nina in una bot­ti­glia di whi­sky. Ma sono in molti a pen­sare che, alla fine, comun­que sia andata la fac­cenda, il dia­volo sia sem­pli­ce­mente tor­nato a chie­dere il conto.

2 — continua

Il manifesto – 3 agosto 2014

Nessun commento:

Posta un commento