08 ottobre 2016

RENZI-ZAGREBELSKY: UN CONFRONTO ESEMPLARE PER CAPIRE LE REGOLE DELLA TV


Aldo Grasso 
 
«Sì o No», un confronto esemplare per capire le regole della tv
Troppo importante il dibattito sul referendum costituzionale tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky moderato da Enrico Mentana su La7 per non tornarci sopra. Si è parlato di incomunicabilità, c’è chi spera che la tv non convinca soltanto i convinti e c’è chi, come me, s’è preso la briga di rivedere l’incontro sapendo già il risultato (come si fa con certe partite, deprivate della loro carica emotiva). Al di là dei contenuti, al di là dei due profili completamente diversi (il politico a confronto con il tecnico) le due ore e mezza di «Sì o No» sono state esemplari, perfette per capire un po’ della retorica televisiva. Per trovare una chiave di lettura inusuale, ho preferito concentrarmi sul conduttore, osservando come a poco a poco abbia dato segni di prostrazione (una cosa impensabile per il più brillante dei nostri giornalisti). La colpa di questa lenta caduta è, spiace dirlo, principalmente del prof. Zagrebelsky. Che ha commesso alcuni errori fondamentali per la tv. Il primo è di essersi presentato di cattivo umore (forse non ha più voglia di discutere di questi temi). Ma non si può iniziare un dibattito reclamando, di fatto, le scuse dell’avversario («Rilevo inoltre che il premier ha cambiato idea su gufi, rosiconi e parrucconi: altrimenti non avrebbe perso tempo, stasera, con uno di loro…»). Se parti con il piede sbagliato è difficile rimediare. Il secondo è quello di aver voluto fare scientemente il professore, evitando gli snodi politici e trattando Renzi come uno scolaretto. Va anche bene, se però dietro l’abito accademico, dietro i tecnicismi non facesse capolino una certa aria di superiorità culturale che in tv è controproducente (infelice il riferimento a Bokassa). Il terzo è che non si può non stare al gioco del conduttore: è lui il metronomo. Guai a parlare per più di dieci minuti e poi risentirsi: «Se lei mi lascia concludere…».

Dal   Corriere della Sera, 2 ottobre 2016



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