28 ottobre 2016

M. RECALCATI, Sogni di vita animale


Diversi psicotici, in un delirio di trasformazioni, immaginano di diventare un gatto o una belva feroce È una forma di riscatto da prescrizioni mortificanti, realizzata aspirando a un’esistenza priva dei sensi di colpa, di inadeguatezza e di vergogna visti come specifici della dimensione patetica di un essere umano.

Massimo Recalcati

Per sentirci liberi sogniamo una vita animale

L’antropocentrismo dell’Occidente ha situato l’animale come un essere vivente inferiore a disposizione dell’uomo. Oggi questa superiorità di una specie (quella umana) su di un’altra (quella animale) viene denominata “specismo”. Nello stesso termine “animale” si accomunano, non a caso, esseri viventi assai diversi tra loro — un gambero non è un cane; un gatto non è un rinoceronte — accomunati dal solo statuto di inferiorità rispetto alla specie umana. La vita dell’animale resta un tabù inaccessibile per quella umana: mentre la vita animale è vita piena, regolata dalla forza infallibile dell’istinto, quella umana appare come una vita ferita, limitata dalle leggi della Cultura, separata irreversibilmente dalla Natura.

Diversamente da quello che l’ideologia “specista” ritiene, la vita umana è afflitta da una menomazione più che da un primato. La vita animale è vita senza vergogna, disinibita, priva di Legge e di senso di colpa. Quella umana è invece vita vincolata, sottomessa, assoggettata alle regole sociali, alienata nel linguaggio, dominata dal senso di colpa e dalla vergogna. Per liberarsi da queste costrizioni inevitabili che la Civiltà impone, perversi e psicotici — in modo diversi — hanno immaginato un ritorno regressivo alla vita animale come forma di vita non ancora corrotta dalla Legge. La vita animale incarna l’ideale di una vita senza costrizioni e pienamente libera.
Un mio paziente psicotico, per esempio, in un delirio di trasformazione, sentiva di essere un puma. Talvolta anche in seduta rifiutava di sedersi per muoversi a quattro zampe emettendo versi gutturali.La sua vita era stata dominata da un padre pedagogo, chiaramente sadico, che gli aveva imposto diete ferree e esercizi ginnici e cognitivi di ogni specie, obbligandolo a fare il bagno indossando le mutande. La mortificazione impostagli dalla follia educativa del padre viene riscattata attraverso il delirio di incarnare la vita di un animale che rifiuta ogni forma di limite.

È anche il caso di Dennis Avner, meglio noto come l’uomo-gatto, suicidatosi recentemente all’età di 54 anni. Il suo corpo era tatuato da capo a piedi. Si era sottoposto a innumerevoli interventi chirurgici per farsi impiantare artigli, baffi e denti. Lenti a contatto verdi e infiltrazioni di cortisone nel volto dovevano rendere la sua immagine più simile a quella di un gatto o di una tigre. Diventò un personaggio disperato, ma molto apprezzato dai media americani (sic!).

Il gatto, la tigre, il puma sono incarnazioni di una vita che si vorrebbe svincolata dal senso di colpa, dai sentimenti di vergogna e di inadeguatezza che costituiscono la dimensione umanamente patetica della nostra vita. L’animale sembra assomigliare a una sorta di Dio che non necessita di nulla se non della pienezza di una vita che obbedisce alla sola legge dell’istinto. L’animale esprime la forza di una vita piena di vita, mentre la nostra vita è sempre mancante di vita.
La posizione di Freud è complessa. Per un verso egli si oppone alla tradizione antropocentrica che da Aristotele, passando da Cartesio, giunge sino ad Hegel e ad Heidegger e che, in modi differenti, ha considerato l’animale come una vita priva di anima o di mondo, come un puro ingranaggio istintuale. Freud intende abbattere la frontiera ideologica dello specismo restando invece fedele alla lezione di Darwin: la vita umana non ha origini celesti ma scaturisce da una evoluzione della vita animale. Questa tesi spodesta ogni pretesa narcisistica di stabilire una differenza sostanziale tra vita umana e vita animale.

Nondimeno è lo stesso Freud che, pur ricordandoci il fondo animale della vita umana, definisce il processo di umanizzazione della vita come effetto di una violenza simbolica imposta dal programma della Civiltà. L’azione della Legge genera infatti il trauma del peccato e della colpa che non esistono nel mondo animale. In questo egli si ricollega alla tradizione del pensiero dialettico, da Hegel a Kojève: l’umanizzazione della vita suppone il sacrificio simbolico dell’animale.

Diversamente da quello che l’uomo-puma o l’uomo-gatto perseguono nel loro delirio, alla vita umana è preclusa l’infallibilità dell’istinto. L’uomo è un animale ferito, malato di linguaggio, esiliato dalla natura, morente. Solo gli uomini godono nel torturare o nel torturarsi. Solo gli uomini possono porre il Male come una meta pulsionale. Nel mondo animale non esiste né sadismo, né masochismo.

Ma è proprio perché la vita umana ha perduto l’immediatezza in cui vive la vita animale che può interrogare il mistero della vita. Un’altra profonda differenza tra il mondo animale e quello umano è che nell’animale né la vita né la morte possono assumere la dimensione del mistero.

L’animale, come un Dio ineffabile, non manca di nulla, coincide con la propria vita, è, diceva Leopardi, nell’assoluto presente della vita e della morte. Diversamente l’uomo abita l’apertura del mondo interrogandone il senso. Il suo essere non coincide mai con se stesso. Prega, scrive, genera arte, filosofia e scienza, guerra e distruzione perché non può venire a capo di quel mistero che invece per l’animale non esige alcuna ricerca.

Non è un caso che il punto di massima prossimità tra l’uomo e l’animale sia legato alla sofferenza. L’animale sofferente che si rivela inerme e malato è più umano dell’animale che si mostra nella sua assoluta presenza. Assomiglia alla nostra mancanza, la ricorda come fondo comune che nessuna prepotenza antropocentrica può cancellare.


La Repubblica – 23 ottobre 2016





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