06 luglio 2014

LE STRAGI DEL LUGLIO 1960 E I DEPISTAGGI DEL GOVERNO TAMBRONI

Palmiro Togliatti e Nilde Iotti visitano i feriti di Reggio Emilia
                                Palmiro Togliatti e Nilde Iotti visitano i feriti di Reggio Emilia

Erminia Borzì
                                                                                      
LE STRAGI DEL LUGLIO 1960
I fatti. Vergogne italiane

Il 1960 fu un anno importante per l’Italia imprenditoriale (boom economico), ma anche l’inizio della crisi politica e sociale del nostro paese. Agli operai, infatti, non era consentito rivendicare i propri diritti attraverso uno Statuto dei Lavoratori. Dal 1955 al 1960 si susseguirono cinque governi, che destabilizzano l’Italia anziché darle equilibrio e forza. Alla disfatta del secondo governo Segni, il Presidente della Repubblica Gronchi nominò Ferdinando Tambroni, come Presidente del Consiglio. Tambroni, classe 1901, avvocato sulla sessantina, democristiano, fu un uomo di secondo piano della DC e fermo sostenitore dell’ordine pubblico. La nomina di Tambroni rallentò le trattative centriste tra i comunisti di Enrico Berlinguer, i socialisti di Pietro Nenni e i democristiani di sinistra di Aldo Moro. Fu, infatti, Moro, alla fine degli anni ‘50, a creare un dialogo tra sinistra e democristiani, per dare all’Italia un’immagine “popolare” e antifascista della Dc. Tambroni, grazie all’appoggio del MSI di Arturo Michelini (insieme ad Almirante fondatore del partito neofascista), ottenne una risicata fiducia alle Camere. Gronchi intervenne, invitando Tambroni, quale Presidente del Consiglio, a defenestrare i ministri che l’avevano sfiduciato. L’appoggio del Msi (Movimento sociale italiano) si rivelò letale per il governo Tambroni, tanto che, a marzo (due mesi dopo la nomina del nuovo governo), il partito neofascista di Michelini annunciò il suo Congresso Nazionale a Genova, città notoriamente partigiana e medaglia d’oro al valore civile nell’ultima guerra. A presiedere il congresso missino fu l’ex prefetto repubblichino, Emanuele Basile.

Genova 1960 dopo lo sciopero
Genova 1960 dopo lo sciopero

Genova 1960 dopo lo sciopero
 
Il 30 giugno 1960, Genova divenne il primo scenario dell’azione squadrista del governo Tambroni. I giovani operai e gli studenti organizzarono dei sit-in di protesta contro lo svolgimento del congresso. Operai e studenti si mobilitarono al di fuori delle strutture partitiche e sindacali, generando forti timori di una rivoluzione civile all’interno del governo. Per tutta risposta, il Presidente del Consiglio ordinò al prefetto e al questore di Genova la “linea dura”: aprire il fuoco ad altezza d’uomo contro i manifestanti. Nei giorni successivi, il fermento popolare, scatenato dall’indignazione per la “linea dura” delle forze dell’ordine, fu soffocato nel sangue, provocando 11 morti e centinaia di feriti.
Genova solo l’inizio
Dopo i “fatti di Genova” seguono quelli di Licata, in provincia di Agrigento. Il 5 luglio 1960, durante una manifestazione di braccianti ed operai, la polizia ferì quattro persone e uccise Vincenzo Napoli, 24 anni, che rivendicava solo pane e terra.
Il giorno successivo, a Porta San Paolo, Roma, le forze dell’ordine ferirono alcuni deputati comunisti e socialisti, durante un corteo in solidarietà dei compagni genovesi.
Questo è solo l’inizio. In Italia, sono avvenute delle stragi rimaste impunite. Delitti, con la D maiuscola, che, come la maggior parte nel nostro paese, sono finiti nel dimenticatoio della nostra memoria. Pochi ricordano queste stragi, perché per molti in Italia dimenticare è il modo migliore per guardare al futuro.

Palmiro Togliatti e Nilde Iotti visitano i feriti di Reggio Emilia
Palmiro Togliatti e Nilde Iotti visitano i feriti di Reggio Emilia
Il giorno dopo i “fatti di Licata”, la CGIL di Reggio Emilia organizzò uno sciopero generale e una manifestazione cittadina. La prefettura, però, vietò ai sindacati di far partire il corteo e ai manifestanti di poter stazionare in piazza della Libertà. L’unico spazio che fu concesso fu la Sala Verdi, che non poteva contenere i 20.000 lavoratori, accorsi alla manifestazione. Un gruppo di circa 300 operai dell’ OMR (Officine Meccaniche Reggiane) decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio, ricorda un testimone, Antonio Zambonelli, 350 poliziotti, comandati dal vice-questore Giulio Cafari Panico, e alcuni carabinieri, comandati dal tenente colonnello Giudici, caricarono i manifestanti inermi. Giuliano Rovacchi, protagonista della strage, raccontò che i manifestanti respinti dalle camionette, dagli idranti e dai lacrimogeni, si rifugiarono dentro un cantiere nel quartiere San Rocco, barricandosi con seggiole, assi di legno, tavoli del bar e rispondendo alle cariche con lanci di sassi e sampietrini. In risposta alla reazione disperata dei manifestanti, il vice-questore Cafari Panico e il tenente colonnello Giudici ordinarono ai loro uomini di sparare contro la folla. “Teng-teng… , si sentiva questo rumore… teng-teng”, dice il Rovacchi e aggiunse: “Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.
La strage di Reggio Emilia divenne il simbolo della lotta operaia del 1960. Quel maledetto 7 luglio, cinque operai reggiani, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine.
- Lauro Farioli, classe 1938, operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Lauro era soprannominato “Modugno” per la vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi; ai primi spari andò incontro ai poliziotti, come per fermarli. Gli agenti, a cento metri da lui, gli risposero fucilandolo in pieno petto. Un ragazzo testimone della strage affermò che il Farioli fece un passo o due, non di più e subito partì una raffica di mitra. Io mi trovavo proprio alle sue spalle; l’ho visto voltarsi e girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue.
- Ovidio Franchi, classe 1941, nativo della frazione di Gavassa; operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti. Figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo aver frequentato l’ITI, si impiegò come apprendista in una piccola officina della zona. Dopo il lavoro, frequentava il biennio serale per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico.
Il Franchi fu colpito da un proiettile all’addome ma cercò di rimanere in piedi, aggrappandosi a una serranda. Un testimone, ferito lievemente, che assistette alla morte di Ovidio, racconta che un altro lo voleva aiutare ma un militare, giunto sul posto, sparò a tutti e due. Il Franchi morì poco dopo a causa delle ferite riportate.
- Emilio Reverberi, classe 1921, operaio di 39 anni, . nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Partigiano nella 144a Brigata Garibaldi, era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”, zona Val d’Enza. Nel 1951, era stato licenziato dalle Officine Meccaniche Reggiane (dove era entrato all’età di 14 anni), perché iscritto al PCI Il Reverberi venne brutalmente ucciso a 39 anni con una raffica di mitra, sotto i portici del quartiere San Rocco, in piazza Cavour. Emilio non morì subito, spirerà in sala operatoria.
La reazione squadrista delle forze dell’ordine non fece disperdere i manifestanti. I più giovani, tra i quali il Rovacchi, continuarono con sprezzo del pericolo anche se, ricorda lo stesso Rovacchi, la macchina del sindacato girava tra i tumulti e l’altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, dicendo che la manifestazione era finita. Noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo.
- Marino Serri, classe 1919, pastore analfabeta di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli. Originario di Casina, proveniente da una famiglia di montanari. Lavorava sin da bambino come pastore. Marino fu chiamato alle armi a 20 anni e prestò servizio in Jugoslavia. A Rondinara di Scandiano lascia la moglie Clotilde e i figli.
Il Serri si era sporto oltre l’angolo della strada, piangendo di rabbia e gridando “Assassini!”. Fu subito colpito da una mitragliata, morì sul colpo.
- Afro Tondelli, 1924, operaio di 36 anni, sposato senza figli, partigiano della 76a SAP(nome di battaglia Bobi) è il quinto di otto fratelli, famiglia contadina di Gavasseto.
Il Tondelli si trovò solo al centro di Piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estraendo la pistola, s’inginocchiò, prese la mira e gli sparò. Prima di spirare, il Tondelli dirà al suo soccorritore: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”.
I feriti di Reggio Emilia furono a centinaia. Per quasi un’ora, polizia e carabinieri sparano contro la folla oltre 500 proiettili. Il maestro Zambonelli e il Rovacchi sono due dei feriti. Entrambi testimoniarono che, entrati all’ospedale, videro i feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull’altro. Anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta fu drammatica: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra! I parenti ci chiedevano insistentemente dei loro cari ma non c’era tempo per parlare. Cercavamo di fare quanto più possibile per salvare i feriti e avvertivamo l’apprensione e il dolore dei parenti”.

8 luglio1960 Nicola Cipolla alla testa del corteo
8 luglio1960 Nicola Cipolla alla testa del corteo
L’Ora luglio 1960

E’ grottesco che le forze dell’ordine, coloro i quali avrebbero dovuto garantire che nessuno si facesse male e che la manifestazione si svolgesse serenamente, siano stati la causa di una tragedia così grande per cinque famiglie, che, dopo quella manifestazione (un diritto in un paese democratico), non riabbracciarono più i loro cari (1). Queste morti prive di senso ricordano quelle della strage di Portella della Ginestra, dove, il 1 maggio 1947, morirono 11 persone (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, molti dei quali, in seguito, spirarono per le ferite riportate. Ufficialmente non siamo ancora negli anni della “strategia della tensione” sia per Portella sia per i fatti del luglio 1960, ma, come ha affermato lo storico Giuseppe Casarrubea, da Portella in poi, l’Italia si assuefa a ciò che dal 1969 sino agli attentati del 1993-’94 avrebbe sporcato di sangue il nostro paese (2).
A palermo non si è mai finito di commemorare i morti di luglio, di cui abbia il dovere di ricordare i nomi: vittime dell’ennesima strage di Stato: Francesco Vella, Andrea Gangitano, Giuseppe Mazzeo e Rosa La Barbera. La loro commemorazione con la deposizione di una corona avverrà martedì 8 luglio alle ore 9,00, in via Maqueda, angolo via Celso.
Nel 1964, il Vice-Questore Cafari Panico e l’agente Celani. furono processati ed assolti dalla Corte d’Assise di Milano con formula piena. Il Presidente della Corte Curatolo non ritenne responsabile il Cafari Panico dell’ordine di usare violenza di alcun tipo verso i manifestanti. Il Celani fu assolto per insufficienza di prove, anche se molti testimoni in aula lo indicarono come l’agente che sparò ad Afro Tondelli. Il tenente colonnello Giudici non fu neanche inquisito.
Nei giorni successivi ai “fatti di Reggio Emilia”, vi furono scontri anche a Modena, Parma, Napoli, Palermo e Catania. In parlamento vi fu una interrogazione parlamentare, dove il Ministro degli Interni Spataro affermò che la sinistra voleva destabilizzare il potere democratico (democristiano, filo americano) con accordi internazionali (URSS). Il Presidente del Senato, Cesare Merzagora invitò i sindacati a sospendere gli scioperi per non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti e, inutilmente, propose di tenere le forze dell’ordine in caserma. A Palermo la polizia continuò a caricare con le camionette i manifestanti e, quando i dimostranti risposero a sassate, gli agenti spararono sulla folla con mitra e pistole. I caduti a Palermo furono 4 e 40 i feriti:
- Francesco Vella, 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, morto mentre stava soccorrendo Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni, colpito da un colpo di pistola al petto.
- Giuseppe Malleo, ferito e trasportato in ospedale, dove morirà, dopo una lunga agonia.
- Rosa La Barbera, 53 anni, morì perché raggiunta in casa da una pallottola vacante, mentre chiudeva le imposte di una delle finestre della sua abitazione di fronte il Teatro Massimo.
Anche a Catania, in piazza Stesicoro, la polizia non risparmiò raffiche di mitra e manganellate contro i manifestanti. Salvatore Novembre, 19 anni, disoccupato, fu massacrato a manganellate. Un testimone ricorda che mentre Salvatore si accasciava a terra sanguinante e perdeva i sensi, un poliziotto gli sparò addosso ripetutamente. Uno, due, tre colpi… il quarto lo colpì al volto, rendendolo irriconoscibile. Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore venne trascinato da alcuni poliziotti, lasciando una scia di sangue, fino al centro di piazza Stesicoro, affinché fosse di ammonimento per i manifestanti. La polizia, mitra in mano, impedì a chiunque di portare soccorso al Novembre, che morì dissanguato sul selciato della piazza, dopo una lunga agonia. Successivamente il governo Tambroni dispose una perizia necroscopica al fine di accertare che il proiettile fosse esploso dai manifestanti e non dalla polizia. I colpevoli non furono mai puniti.
Nella città siciliana vi fu un morto e 7 feriti.

I depistaggi del governo Tambroni
 
Il “Popolo d’Italia”, dopo le stragi, scrisse un articolo di solidarietà in favore del governo, affermando che i ministri hanno constatato l’alto senso di responsabilità delle forze dell’ordine e della legge, le quali hanno impedito manifestazioni irresponsabili e conseguenze luttuose in tutto il paese, come avvenuto nella città di Reggio Emilia.
Tambroni, in una nota ufficiale dichiarò che l’ordine e la legalità sono stati ristabiliti in tutto il paese. Il Pci è stato battuto, e se riprovasse avrebbe la peggio.
Le manifestazioni però continuarono e il governo costruì ad arte altri depistaggi. Il depistaggio più clamoroso fu il collegare le manifestazioni suddette al viaggio di Palmiro Togliatti, avvenuto in quel periodo, a Mosca. Tambroni affermò che questi incidenti furono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino.
Il 16 luglio 1960, Confindustria e CGIL firmarono l’accordo di parità salariale tra uomini e donne (primo passo verso lo Statuto dei Lavoratori del ‘70). Due giorni dopo fu pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intimava ai dirigenti democristiani di non allearsi più con i neofascisti. Il 19 luglio 1960, Tambroni si recò dal Presidente Gronchi per le dimissioni e, il 22 luglio, Amintore Fanfani fu incaricato di formare il nuovo governo, appoggiato dai repubblicani e dai socialdemocratici. Ferdinando Tambroni, privato di qualsiasi potere istituzionale, morì nel 1963, isolato dalla scena politica.
Nilde Iotti e Palmiro Togliatti adottarono Marisa Malagoli, figlia di un compagno ucciso durante gli scontri. Oggi la Malagoli Togliatti è un ottimo medico della Capitale.

Nota: (1) I fatti di Reggio Emilia furono cantati in una famosa canzone di Fausto Amodei dal titolo Per i morti di Reggio Emilia. In seguito, reinterpretata dagli Stormy Six nel loro album “Guarda giù dalla pianura” e nel romanzo di Paolo Nori Noi la farem vendetta (2006). (2) http://www.casarrubea.wordpress.com



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