10 ottobre 2017

POESIA E PENSIERO EBRAICO


L’approccio alla parola.


di Raffaela Fazio

Iniziamo dalla parola. Parola in ebraico è DaBaR (si scrive DBR, perché la scrittura ebraica è solo consonantica). Ma DaBaR, parola, vuol dire anche evento. Una parola evento. Come fa la parola a diventare evento? Iscrivendosi nel tempo, non rimanendo “lettera morta”, accettando i rischi del divenire e dell’incontro. Come la parola poetica, che, per vivere, si apre a molteplici letture e interpretazioni, cerca un’accoglienza che la rinnovi, non una comprensione che ne fossilizzi il senso.

E da dove nasce la parola? Per rispondere, propongo un altro termine ebraico, MiDBaR (MDBR), che si scrive aggiungendo una sola lettera, la “mem”, a DBR. MiDBaR significa deserto. Il deserto è allora il luogo della parola. La parola nasce dal deserto. Anche in poesia, la parola nasce dal silenzio, come un attraversamento di distanze e di solitudini.

Allora, forse sì… forse si può immaginare che vi sia qualcosa che accomuna poesia ed ebraismo, per quanto azzardato possa sembrare questo accostamento (premetto che, mentre frequento la poesia da sempre, al pensiero ebraico mi sono avvicinata solo in maniera discontinua e senza pretese, là ricondotta – spesso per caso – da altri spunti e suggestioni; ciò che dico va preso dunque con una certa “leggerezza”).

Trovo che poesia e pensiero ebraico abbiano un approccio simile alla parola. Si tratta di un approccio attento e lieve, lento (nella riflessione) e veloce (nell’intuizione), verticale (nell’andare in profondità, strato dopo strato) e orizzontale (nel cercare corrispondenze e relazioni che si illuminino a vicenda e che amplino il significato di ogni parola). Nella lettura ebraica e nella lettura poetica, la parola è considerata in tutta la sua forza come grafia, come suono, come allusione perenne ad un’ulteriorità.

Dato che, nella tradizione ebraica, la parola viene fatta “scoppiare” in un gioco che arriva all’elemento più piccolo, alla lettera, e persino la lettera può essere scomposta nei suoi segni, anch’io mi divertirò ad usare la lente di ingrandimento. Per semplificare, mi soffermerò sulla prima lettera dell’alfabeto ebraico, Alef, suggerendo un parallelo tra l’Alef e la poesia.

L’Alef è una lettera sui generis. Di fatti, essa non è ancora voce, ma bocca che si prepara alla voce: si apre per catturare il respiro e per trasformare il fiato in suono. È soffio, leggerezza. La leggerezza è fondamentale anche nella poesia (come ci ricorda Calvino nella sua lezione sulla scrittura): la poesia dovrebbe essere, innanzitutto, levità.

L’Alef, come ogni lettera ebraica, ha anche un valore numerico, secondo la ghematria. È il numero 1, il numero associato al divino, perché l’uno indiviso per eccellenza è Dio. Il richiamo al divino è suggerito anche dalla presenza delle due Yod (i due segnetti al di sopra e al di sotto della linea mediana dell’Alef): la Yod è la prima lettera del Tetragramma divino. Ma l’Alef è anche la prima lettera della parola ADaM, uomo (ovvero il “terrestre”, dato che Adamah è terra). Dunque, l’Alef è la scintilla divina nell’uomo. È la scintilla che entra nel DaM (che significa sangue) e lo trasforma in essere vivente. E la poesia? Mi piace pensare che la poesia, se ispirata, sia anch’essa una scintilla dell’infinito nell’uomo, presenza di un soffio universale che si declina in modo continuamente nuovo.

Nel declinarsi di questa scintilla, la poesia diventa creazione. Anche l’Alef, per la sua forma grafica (le due Yod separate dalla linea mediana), richiama un momento della creazione: la divisione delle acque superiori e delle acque inferiori, con al centro il firmamento.

Non solo. I pensatori ebraici associano alla Yod di sopra la coscienza chiara, cristallina, pacificata, e alla Yod di sotto, lo stato caotico della coscienza, l’emotività istintiva. E dicono che occorre far fluire le acque di sopra nelle acque di sotto e viceversa. Questo è ciò che avviene anche nella poesia. La poesia unisce inconscio e pensiero, combina il lampo dell’ispirazione al ragionamento, permette uno scambio vivificante tra intuizione immediata e ricerca consapevole di senso. Come far fluire le acque di sopra nelle acque di sotto? Facendo “cantare” la lettera. In ebraico fluire (ZeMeR) è simile a cantare (ZiMeR). Anche la poesia, cantando, permette la compenetrazione di emotività e ragione. La poesia canta attraverso i suoi simboli. È curioso che il valore numerico di cantare, ZiMeR, sia lo stesso (247) di RaZaM, che significa alludere, indicare tramite simboli.

L’Alef d’altronde (come ogni lettera ebraica) allude a moltissime cose. Vi allude -lo si è accennato prima- tramite la sua forma grafica ed il suo valore numerico. Ma anche tramite il suo suono.

Il suono “alef” ha vari significati. Ad esempio, insegnare. Ci potremmo chiedere: cosa insegna il pensiero ebraico e cosa insegna la poesia? Ad esempio, a porsi domande. Più preziosa di qualsiasi risposta, la domanda è sempre un inizio. E la vita è un susseguirsi di inizi. La poesia non fornisce risposte e soluzioni, ma offre suggestioni, piste di sentimento e di pensiero che rimangono aperte, non si chiudono, somigliano a domande. Molteplici sono le piste e ciascuna, di volta in volta, muta nell’immettersi in altre.

Forse è un caso o forse no, ma vi è una chiara assonanza tra “alef” e “elef”. “Elef” vuol dire “mille”. Abbiamo già detto che la lettera Alef ha il valore numerico di uno. Nell’Alef, dunque, l’uno richiama il mille. L’Alef è uno e mille. Come la poesia. Ogni immagine in poesia è un caleidoscopio, ogni simbolo ambivalente e composito. Ma queste visioni sfaccettate e questi significati compresenti sono poi tenuti insieme e uniti a livello di senso. La poesia è suggestiva e “sapienziale” al tempo stesso, capace di portare bellezza e verità.

Raffaela Fazio

  Pezzo ripreso da  https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2017/10/10/lapproccio-alla-parola-un-audace-accostamento-tra-la-poesia-e-il-pensiero-ebraico/

 

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