14 ottobre 2017

STEFANO VILARDO ANCORA ATTUALE




S. Vilardo, oggi (ph. di F. Virga)


“Prima di fare le elezioni tutti con la bocca dolce: faremo questo, faremo quello! Poi salgono al potere e si fanno i miliardi, ma il popolo resta schiavo. Noi siamo venduti per un chilo di carbone in Germania”  (Giovanni T., di anni 30 di Delia (CL) , dall’intervista fatta nel 1965 da Stefano Vilardo)

      Quanti guardano con crescente diffidenza e ostilità all’odierna migrazione di masse ingenti di poveri africani o di giovani dell’est nel nostro Paese hanno la memoria corta. Eppure non sono passati tanti anni dal tempo in cui milioni di italiani e siciliani sono stati costretti a cercare in America o nel Nord Europa condizioni di vita migliori.
          Anche per questo ci è apparsa particolarmente opportuna la ristampa, realizzata nel 2007 dall’editore Sellerio, di un libro prezioso di Stefano Vilardo, già pubblicato da Garzanti nel 1975, col titolo Tutti dicono Germania Germania. Poesie dell’emigrazione.
         In esso si trovano raccolte 42 storie di vita di giovani siciliani emigrati in Germania attorno al 1960. Le storie dei suoi compaesani, raccolte con un registratore del tempo, sono state rielaborate  da Vilardo in forma poetica, senza però alterarne forma e sostanza. Anzi, i versi del Vilardo “mantengono ossessivamente il tono e gli accenti del parlato” dei giovani braccianti del suo paese "disgraziati senza cielo né terra”. Il lessico rimane proprio quello dialettale dei testi originari soprattutto quando, senza censure, riporta la rabbia di quei giovani emigrati contro le classi dirigenti che “prima delle elezioni / distribuiscono miele di parole” per poi mostrare il loro vero volto di “sanguisughe velenose”.
             Ci limitiamo qui, di seguito, a riportare un altro passo tratto dalle originarie interviste fatte dal quarantenne maestro di Delia (CL) che si ritrova fedelmente riprodotto nel libro:

“La Sicilia, dicono, è una Conca d’oro, l’isola d’oro, ma per le tasche dei governanti. Noi siciliani costretti ad emigrare siamo dei poveri disgraziati, senza cielo e senza terra, figli di nessuno.” 

(fv)

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