18 agosto 2014

SULLA STRADA DEL BLUES



La strada del blues. Martin Luther King ed Elvis. Il kitsch di Graceland e la tristezza black. Prima tappa della «strada del blues», reportage musicale e non solo lungo il Mississippi.

Giuliano Malatesta

Il suono di Memphis sulla strada del blues
Un lume acceso sopra un mobile, accanto a un vec­chio tele­vi­sore in bianco e nero, un posa­ce­nere colmo di moz­zi­coni di siga­rette, le tazze da caffè in evi­denza e il Mem­phis Press appog­giato sopra uno dei due letti. È rima­sta così, dal 4 aprile del 1968, la gri­gia stanza numero 306 al II piano del Lor­raine Motel dove Mar­tin Luther King, appena arri­vato in città per par­te­ci­pare alla «mar­cia degli spaz­zini», venne assas­si­nato da un colpo di fucile alla testa men­tre stava con­ver­sando in bal­cone con i suoi col­la­bo­ra­tori.

Nes­suna cospi­ra­zione, fu l’isolata azione di un folle, di un one crazy man (al secolo Earl Ray) a eli­mi­nare il reve­rendo King, secondo la ver­sione uffi­ciale a cui nes­suno, a comin­ciare dalla com­mis­sione d’indagine creata dal Con­gresso, ha mai vera­mente cre­duto. Come d’altronde era suc­cesso a Dal­las, qual­che anno prima. E come suc­ce­derà ancora solo due mesi dopo, con la morte di Bob Ken­nedy, la sera di una vit­to­ria deci­siva per le pri­ma­rie demo­cra­ti­che del 1968. Coni d’ombra di un’America impaurita.


Il suono dei «disa­dat­tati sociali»

Oggi il Lor­ren Motel non esi­ste più, è stato tra­sfor­mato da tempo in uno straor­di­na­rio «Natio­nal civil rights museum» che riper­corre la sto­ria di Mar­tin Luther King e più in gene­rale quella del movi­mento per i diritti civili, che ha visto Mem­phis svol­gere un ruolo di primo piano. E allora con­viene par­tire da qui, prima ancora che da sua mae­stà Elvis, per pro­vare a com­pren­dere l’anima di que­sta sfug­gente città, dove gli ope­rai della net­tezza urbana in scio­pero mani­fe­sta­rono con un car­tello appeso al collo con la scritta «I’m a man», riven­di­cando diritti e pari dignità. Primo passo di una rivo­lu­zione che cinquant’anni dopo avrebbe por­tato alla Casa Bianca il primo pre­si­dente nero della sto­ria ame­ri­cana. Quel Barack Obama che nel 2012, nella ceri­mo­nia di inse­dia­mento per il II man­dato, giurò sulla bib­bia di Mar­tin Luther King.
Povera e sedu­cente, deca­dente e vitale, spesso in prima fila quando si tratta di sti­lare clas­si­fi­che sulle metro­poli più peri­co­lose, Mem­phis è sem­pre stato un luogo pieno di con­trad­di­zioni ma anche di grande vita­lità e di sin­go­lari inno­va­zioni. Con una spic­cata atti­tu­dine impren­di­to­riale che si riversò anche in campo musi­cale, in una città dove la fer­ro­via, il fiume e le high­way sem­brano essere nate per con­giun­gere «peo­ple to the music».
Non è casuale che qui la con­ta­mi­na­zione di Blues, Gospel e Coun­try music abbia dato vita a uno strano e ibrido sound in seguito chia­mato rock&roll. Eppure, ogni ten­ta­tivo di orga­niz­zare e isti­tu­zio­na­liz­zare una sorta di comu­nità musi­cale da que­ste parti si è quasi sem­pre rive­lato un fallimento.
La musica di Mem­phis, ha scritto Robert Gor­don in It came from Mem­phis, è un qual­cosa che «è stato pro­dotto da un gruppo di disa­dat­tati sociali, in una stanza buia nel cuore della notte». Nes­sun disc joc­key, ban­chiere, comi­tato o grande vec­chio a tirare le fila.
Sun Record, dalla notte al sole

Così, quando nei primi anni Cin­quanta un ragazzo pro­ve­niente dall’Alabama di nome Sam Phil­lips aprì lo stu­dio di regi­stra­zione «Mem­phis Recor­ding Ser­vice» (e due anni più tardi una vera e pro­pria eti­chetta disco­gra­fica, la Sun Record), con­vinto che il blues meri­tasse un pub­blico più nume­roso di quello tra­di­zio­nale legato all’uomo di colore del Mid South, furono in pochi a non con­si­de­rare que­sta idea come sem­pli­ce­mente folle. Ma forse il ragazzo dell’Alabama era capi­tato nel posto giu­sto al momento giu­sto. Quel «nuovo giorno» e quella «nuova oppor­tu­nità», evo­cati da Phil­lips per spie­gare il nome, e il sim­bolo, della nuova eti­chetta disco­gra­fica, arri­va­rono, un po’ a sor­presa, un’arida gior­nata estiva del 1953 quando un gio­va­notto timido e insi­curo, che aveva «uno sguardo di dispe­rato biso­gno che emer­geva dai suoi occhi», fece il suo ingresso alla Sun, accolto da una donna bionda di 35 anni rin­chiusa in un ele­gante com­ple­tino di cotone, Marion Kes­sler, pas­sata alla sto­ria come come colei che sco­prì Elvis Pre­sley. Il rock’n’roll aveva tro­vato il suo profeta.

Il giorno del mio arrivo alla Sun, un vec­chio edi­fi­cio di mat­toni rossi una man­ciata di chi­lo­me­tri fuori down­town, vengo accolto dalla voce di un gio­vane Elvis che canta «I for­got to remem­ber to for­got», l’ultima can­zone incisa per l’etichetta di Phil­lips. Per quanto turi­stico, con oltre 200 mila visi­ta­tori l’anno, l’ex stu­dio, pic­colo e buio, tra­smette real­mente emo­zioni musi­cali. «Bob Dylan baciò il pavi­mento quando entrò per la prima volta al Sun stu­dio», mi con­fida un com­messo veden­domi spae­sato, nel chiaro ten­ta­tivo di ampli­fi­carne il mito.

Alle pareti c’è la sto­ria della casa disco­gra­fica: buffi abiti di scena, cimeli pro­ve­nienti da ogni parte d’America, poster, mani­fe­sti di vec­chi con­certi e dischi di ogni tipo e forma. Una gio­vane ragazza dai capelli blu, gli occhi furbi e la par­lata un po’ troppo «local» con­duce gli avven­tori attra­verso un veloce ma pun­tuale tour della Sun, infram­mez­zato dall’ascolto di brevi spez­zoni regi­strati di alcune can­zoni che hanno reso que­sto luogo così famoso.

Qual­cuno balla, qual­cun altro sor­ride appena, una signora inglese addi­rit­tura si com­muove, rie­vo­cando momenti di antica gio­ventù. Scen­diamo poi lungo una ripida scala di legno a chioc­ciola che ci con­duce davanti all’ingresso dello stu­dio di regi­stra­zione. La scri­va­nia di Marion Kes­sler è ancora li, con tanto di tele­fono e targa con nome, a impe­ri­tura memo­ria. Un tempo anello di con­giun­zione tra la strada e la glo­ria. In fondo alla sala, un’esibizione sfar­zosa di sto­ri­che chi­tarre, micro­foni ori­gi­nali del tempo e una foto appesa alla parete che riporta le lan­cette dell’orologio ad un pome­rig­gio d’inverno nel 1956.

Carl Per­kins stava regi­strando accom­pa­gnato da Jerry Lee Lewis al piano, quando si pre­sen­ta­rono alla Sun Johnny Cash, chia­mato da Sam Phil­lips per altri motivi, e Elvis Pre­sley, che pas­sava di lì per un rapido saluto. Nel giro di venti minuti si ritro­va­rono tutti insieme in stu­dio di regi­stra­zione per una delle jam ses­sion più curiose e ano­male della sto­ria della musica ame­ri­cana, pas­sata alla sto­ria con il nome di «Mil­lion Dol­lar Quar­tet». Abban­dono la sala men­tre il resto della truppa si lan­cia in orgia­stici rituali foto­gra­fici di fine tour, il micro­fono maneg­giato un tempo da Elvis è il più get­to­nato, e seguo la via d’uscita. Mi aspetta l’autobus che in poco più di 30 minuti mi por­terà nel secondo posto più visi­tato di tutti gli Stati Uniti. Per alcuni un inu­tile trionfo del kitsch, per altri il tem­pio laico più impor­tante del XX Secolo.

Il buio melo­dramma di Graceland

«Se non sei un fan di Elvis nes­suna spie­ga­zione è pos­si­bile». Il motto coniato da George Klein, amico di lunga data del can­tante, appare in uno dei tanti car­tel­loni che costeg­giano lo squal­lido Elvis Pre­sley Bou­le­vard, l’anonima strada domi­nata da fast food, sta­zioni di ben­zina e chain hotel che ogni anno con­duce cen­ti­naia di migliaia di fan in pel­le­gri­nag­gio a Gra­ce­land. Ori­gi­na­ria­mente una ‘colo­nial home’, prima che gli stra­va­ganti gusti este­tici del can­tante di Tupelo tra­sfor­ma­rono la villa, acqui­stata nel 1957 per una cifra poco supe­riore ai 100mila dol­lari, in un mani­fe­sto del kitsch post-moderno. E in seguito nel luogo prin­cipe delle sue osses­sioni, dove non a caso finì impri­gio­nato nel suo ultimo periodo di vita, stanco, grasso, irri­co­no­sci­bile, rovi­nato dalle pil­lole, dallo junk food e dai sogni di eterna grandezza.

Dal 1982, data in cui Gra­ce­land è stata aperta al pub­blico, il pel­le­gri­nag­gio dei disce­poli si è fatto via via più intenso, inva­dente, mor­boso. Un flusso inces­sante di per­sone di ogni età che tocca l’apice in estate, quando va in scena l’Elvis Week, una set­ti­mana di festeg­gia­menti per cele­brare la vita e la car­riera di Pre­sley che cul­mi­nano con la veglia com­me­mo­ra­tiva. Lo scorso anno furono più di 70mila le per­sone in fila davanti ai can­celli della villa, esat­ta­mente come prima di un con­certo. Alcuni por­tano dei fiori, altri ten­gono in mano can­dele accese, altri ancora solo stra­zianti let­tere d’amore.

Gra­ce­land è com­po­sta da ven­totto stanze ma tutta l’ala supe­riore, com­presa la camera da letto di Elvis e il bagno dove fu tro­vato morto, è da sem­pre chiusa al pub­blico e ai media. E que­sto non fa che ali­men­tare leg­gende. Una delle quali rac­conta che per­fino all’ex pre­si­dente Bill Clin­ton sia stato negato l’accesso. A dispetto delle dimen­sioni, le stanze da visi­tare sono dun­que solo sette, in ogni caso suf­fi­cienti per farsi un’idea della sur­reale nor­ma­lità del luogo: si va dalla zona salone con i tre tele­vi­sori sem­pre accesi, un’abitudine presa in pre­stito dall’ex pre­si­dente Lyn­don John­son, abi­tuato a guar­dare i noti­ziari con­tem­po­ra­nea­mente su 3 diverse tv, la sala da biliardo, con le sue pareti tap­pez­zate da 320 metri di stoffa mul­ti­co­lore, e la cele­ber­rima Jun­gle room, pro­ba­bil­mente il momento più alto dello stile Pre­sley: mobili a dir poco stra­va­ganti, piante eso­ti­che, pavi­menti e sof­fitto rico­perti da un viscido manto erboso, divani di finta pel­lic­cia stile funky anni Set­tanta e addi­rit­tura una cascata interna che scorre lungo la parete, ese­guita su ordi­na­zione nel 1974.

Ma è il finale del tour ad assu­mere toni melo­dram­ma­tici, con la silen­ziosa via cru­cis del popolo dei fedeli che si reca a ren­dere omag­gio alla lapide di Elvis, situata all’interno di un «Giar­dino della medi­ta­zione» tal­mente per­fetto da sem­brare finto. «Non ho pianto al fune­rale di Elvis e non mi manca. E’ inu­tile per­dere tempo pen­sando a chi non c’è più», ha detto una volta Tho­mas Par­ker, per oltre vent’anni lo spie­tato mana­ger del can­tante, colui che ha rivo­lu­zio­nato le regole dell’industria dell’intrattenimento tra­sfor­mando una pic­cola star regio­nale in un immenso feno­meno pla­ne­ta­rio. Eppure il busi­ness plan messo in piedi da «The Colo­nel» sem­bra non essere cam­biato, nono­stante entrambi abbiano rag­giunto miglior vita. E quello che una volta veniva ven­duto a ogni con­certo come un sou­ve­nir, oggi ha le sem­bianze di una pre­ziosa reli­quia da acqui­stare prima dell’uscita. Solo in seguito ci si sente liberi di lasciare Graceland.

Capito a Beale Street, una delle strade sim­bolo della musica ame­ri­cana, in una tie­pida serata d’autunno, e la prima sen­sa­zione è un mix incon­trol­lato di spae­sa­mento e delu­sione. Mi ave­vano messo in guar­dia sull’eccessiva com­mer­cia­liz­za­zione della via ma non potevo imma­gi­nare che il para­diso della «black com­mu­nity» che un tempo faceva impal­li­dire Har­lem per la sua viva­cità fosse ridotta ad un ammasso di turi­sti con il boc­cale di birra in mano che cion­do­lano da un locale all’altro come al luna park. Supe­rando le tran­senne della via che segnano l’inizio del tratto pedo­nale, ci si trova di fronte un tri­pu­dio di luci al neon da far invi­dia a Las Vegas e negozi di pac­cot­ti­glia varia ai lati della strada che potre­sti tro­vare ad Atene sulla strada per il Partenone.

«Elvis lives»

Dai nume­rosi locali esce un rumore assor­dante che si fa fatica a decli­nare in musica. Sco­pro con disap­punto che il B. B. King club è momen­ta­nea­mente chiuso per un incen­dio e allora pro­se­guo lungo Beale Street per un giro per­lu­stra­tivo, fino a quando non vengo fer­mato da un gruppo di tede­schi non più gio­va­nis­simi che chie­dono solo di ascol­tare Elvis. Cerco di farmi coin­vol­gere dalla loro eufo­ria ed insieme var­chiamo la soglia del «Jerry Lee Lewis», un nuovo locale dove, si legge su una lava­gnetta appesa all’entrata, si pos­sono gustare nien­te­meno che le pol­pette great balls of fire. Sul palco un attem­pato gio­va­notto, sudato, molto in carne e con un sim­pa­tico par­ruc­chino di almeno una taglia supe­riore ancheg­gia fati­co­sa­mente can­tando Johnny B. Goode, con risul­tati poco lusin­ghieri. Nean­che il tempo di acco­mo­darmi e sono di nuovo in strada, pro­prio nel momento in cui una rumo­rosa pat­tu­glia di moto­ci­cli­sti fa il suo ingresso trion­fale in Beale Street. Sfor­tuna vuole che sia mer­co­ledì, giorno in cui, mi spie­gano, i biker scen­dono qui in parata come se si recas­sero in mis­sione per conto di Dio.

È tempo di andare, penso, ma non prima di aver fatto un’ultima sosta al 138 di Beale, al Blues City Café, dove si van­tano di smer­ciare le migliori costine di maiale di tutta la città. Il locale è stra­pieno di clienti, la mag­gior parte dei quali con lo sguardo inchio­dato ai mega­schermi che tra­smet­tono una par­tita di foot­ball. Entro e mi acco­modo nell’unico stra­pun­tino rima­sto libero, all’angolo del ban­cone. Ordino «Juicy Pork ribes with our secret sea­so­nig» e chiedo cor­te­se­mente ad Ali­cia, la ragazza che prende le ordi­na­zioni, la pas­sword wifi. Lei mi guarda com­plice, sor­ride e mor­mora a bassa voce: «elvi­sli­ves». Elvis vive. Anche que­sta è Memphis.

(1 — continua)


Il Manifesto – 29 luglio 2014

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