29 aprile 2012

Leonardo Sciascia nella memoria di Stefano Vilardo

Stefano Vilardo tra S. Lombino e F. Virga ad Alpe Cucco (2005)

Stefano Vilardo sta per pubblicare il libro:  A scuola con Leonardo, a cura di Antonio Motta, Editore  Sellerio. Nell’occasione Tano Gullo ha  intervistato il maestro di Delia (CL) che, a 90 anni, conserva intatta la sua lucidità e la sua passione per la letteratura e la vita.
Riproponiamo di seguito la bellissima intervista apparsa ieri sull’edizione palermitana di Repubblica:    
IL MIO COMPAGNO SCIASCIA

Non finirà mai di benedire quella bocciatura al primo anno nel magistrale di Caltanissetta che gli fa rallentare la corsa consentendogli di agganciare la classe successiva, quella in cui è iscritto Leonardo Sciascia. Così Stefano Vilardo, oggi 90 anni e tanta voglia ancora di indignarsi- per i politici corrotti e incapaci, per la gente che li vota, per la viltà degli intellettuali che si girano dall' altra parte - in quel lontano 1935 trova il compagno di banco e l' amico di una vita. Ora, tanto tempo dopo troppe cose (gli anni degli studi, la morte di Sciascia, la fine delle illusioni), Vilardo pubblica "A scuola con Leonardo", un libro intervista curato da Antonio Motta che la Sellerio manderà negli scaffali ai primi di maggio. Che compagno di classe era Sciascia? «Timido e introverso. Per strappargli qualche parola bisognava usare le tenaglie. Ma di ragionamento lucido. Anche da giovanissimo le sue parole erano affilate. Rasoiate. Taciturno ma con un lato segreto, una sorta di doppio, che lo spingeva a ordire scherzi formidabili.E nessuno sospettava che a idearli fosse il compagno mutigno». Può tirare fuori dalla cassapanca dei ricordi qualcuno di questi tiri mancini? «Come no? Una volta per caso venne in possesso della carta intestata di una casa editrice catanese e la utilizzò per scrivere una lettera al vanitoso professore di filosofia, autore di una ignobile commedia, in cui gli si prospettava la pubblicazione dell' opera. Potete immaginare le risate nell' assistere al pavoneggiamento del docente che già si sentiva come minimo Alfieri. E potete intuire le ali cadute del "commediografo" quando contattata la casa editrice si sentì dire che vaneggiava». Eravate bravi a scuola? «Per niente. Diciamo che galleggiavamo nella sufficienza». Come, anche Sciascia? «Anche. Ricordo le sue interrogazioni, un lungo silenzio intercalato da sì e no. Ma in italiano era strepitoso. Soprattutto nei temi. Aiutava tutti, negli attacchi soprattutto. E tutti lo adoravamo». Ricorda qualche episodio curioso accaduto tra i banchi? «Il nostro docente di italiano era Giugiù Granata, uomo coltissimo, e al primo tema, ricordo vagamente che era sulla politica internazionale, Leonardo lo scrisse in modo talmente documentato e scorrevole che il docente non volle credere che fosse farina del suo sacco. Leonardo fu accusato di avere copiato e venne trascinato dal preside Luigi Monaco. Poi per giorni e giorni Granata cercò di individuare la fonte della copiatura. Invano. Naturalmente al secondo, terzo, quarto tema, cominciòa ricredersi.E Leonardo divenne il suo pupillo». Qual era la vita a Caltanissetta in quegli anni di miseria e guerra? «Straordinaria. Eravamo poveri e felici della nostra gioventù. La città era ricca di sollecitazioni: lo scrittore Vitaliano Brancati, il partigiano Pompeo Colajanni, il comunista Gino Cortese, che ci onorava della sua amicizia. E poi, coetanei come Emanuele Macaluso, destinato a una grande carriera politica. Non avevamo una lira, ma traboccavamo di curiosità. Rinunciavamo al panino nella ricreazione per comprarci i primi romanzi americani. Fu il professor Granata a darci i soldi per comprare "Un mucchio di quattrini" di Dos Passos». Nel tempo libero cosa facevate? «Quando avevamo i soldi andavamo al cinema, a teatro. E leggevamo tantissimo. Amavamo girovagare per le campagne. Ci portavamoi libri dietro e all' ombra di un albero declamavamo, ci confrontavamo. Ore e ore a leggere versi e a discutere di poesia. I nostri preferiti erano Montale e Ungaretti. Ci siamo scervellati su "M' illumino d' immenso" e su "Ossi di seppia"». Oltre a Sciascia chi era della compagnia? «Eravamo un trio inseparabile, ci chiamavano i tre dell' Avemaria. Io, detto Steste, Leonardo, Nanà, e Calogero Bernardo, Lilly. Nei nostri sogni io dovevo fare l' attore, Nanà il regista e l' altro lo scrittore. Ma la realtà ha scompigliato le illusioni. La guerra ha forse cambiato i nostri destini; infatti, mentre meditavamo di andarci a iscrivere alla scuola di cinema di Firenze, l' Italia venne segata in due dall' avanzata degli americani. Così restammo qui». Sciascia era vicino alle posizioni comuniste, e collaborò anche alle attività clandestine? E lei? «Io, per educazione familiare, ero rigidamente cattolico, quindi democristiano sfegatato, addirittura segretario della sezione della Dc del mio paese, Delia. Leonardo mi diceva che sarebbe stata inevitabile la mia fuoriuscita, come quella di tutte le persone oneste. E così è stato». Lei credente e lui laico. Grandi dispute? «Nottate intere e interrogarci su Dio, dogmi e anima. Alla fine lui chiosava: "Senti Steste, parliamo parliamo, ma non arriviamo a niente. E allora visto che non è possibile rivelare il mistero, leviamoci mano. Parliamo di cose terra terra». Lei è ancora credente? «Non più. La terra è un granellino nell' immensità dell' universo e noi uomini siamo nemmeno punte di spillo. Perché un dio avrebbe dovuto ordire tutto ciò? E perché dovrebbe consentire queste sofferenze a creature da lui create? No, è assurdo. Diciamo che anche in questo mi sono avvicinato alle posizioni sciasciane». Cioè? «Quando Leonardo era molto malato, il suo medico, nostro amico d' antica data, Totò Bellomo, comunista e ateo, gli disse che se avesse stretto i denti e collaborato alle cure avrebbe potuto convivere con il suo male per anni. E aggiunse che valeva la pena di allungarsi la vita su questa terra perché dopo nulla c' è. Leonardo mi riferì la conversazione e commentò: "A lui chi glielo disse che non c' è nulla? Può essere sì e può essere no. Ma chi lo sa?" Da tempo anche io sono agnostico. Uomo del dubbio come il mio vecchio compagno di banco». Con un gran balzo nel tempo, eccoci a oggi. Silvano Nigro da noi intervistato ha detto che oggi la letteratura siciliana è povera cosa. È così? «Sono totalmente d' accordo con lui. Morto Consolo non rimane nulla. Solo il grande vecchio Camilleri, uomo generoso e di forte impegno civile, continua a tenere scena, anche se il suo dialetto inventato ha perso vigore, comincia a stancare. La lingua di Consolo è più vigorosa. Diciamo che lui soffriva nella scrittura, Camilleri si diverte. Quest' ultimo peròè autore di tre romanzi di spessore: "Un filo di fumo", "La concessione del telefono" e "Il birraio di Preston". Altra cosa è Montalbano e peggio ancora, la scia di giallie noir che hanno alimentato». Con Leonardo andavate a scovare giovani pittori. anche nell' arte oggi c' è decadenza? «Diciamo che va meglio. Ci sono degli anziani di talento, Piero Guccione e Giuseppe Tuccio, poi quelli un po' più giovani come Nicolò D' Alessandro e Maurilio Catalano, Totò Caputo. E tanti trenta-quarantenni di sicuro avvenire: Franco Mulaf, i fratelli Lanfranco e Vanni Quadrio, Enzo Nucci. Il più bravo di tutti però è Vincenzo Piazza». Come vive la politica? «Malissimo. È uno scempio. Ci sono due derive, la politica con tutti questi gnomi che la praticano, e l' antipolitica. Ma più che con i partiti corrotti, ce l' ho con gli italiani che li votano. Come abbiamo potuto sopportare per vent' anni un ometto mediocre e vanesio come Berlusconi?».

TANO GULLO  su  La Repubblica del 28.04.2012 ed. Palermo.



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