14 settembre 2015

IL CAPOLAVORO DI S. SATTA E LA FOTOGRAFIA DI V. MAIER









Ripropongo di seguito l'acuto articolo di un carissimo amico che rilegge il capolavoro di Salvatore Satta alla luce della fotografia di Vivian Maier

IL GIORNO DEL GIUDIZIO E' UN GIORNO QUALUNQUE


Una palazzina bianca al centro di Nuoro, la sede del MAN, raccoglie una piccola parte della sconfinata produzione di Vivian Maier, fotografa di strada e baby sitter francoamericana, vissuta negli Usa nel secolo scorso. Una creatura misteriosa nel luogo simbolo della Sardegna. Una che non voleva lasciare alcuna testimonianza di sé, una collezionista di ossa piuttosto che una fotografa; una raccoglitrice seriale di fotogrammi che la città di Nuoro disseppellisce e mostra come in una visita cimiteriale.
E’ come entrare in una vita vissuta senza eternità; consapevole, ogni scatto, della morte che sopraggiungerà con la dimenticanza. Il colore della mostra è il giallo. Un colore luttuoso, come un’estate che lascia solo un tappeto di fiori morti. I visi dei ragazzini, quelli dei vecchi, le donne in pelliccia, le rughe, i capelli biondi, le auto accartocciate, ombre nitide alle quali viene di domandare: dove siete? La risposta di Vivian Maier è: dentro le casse, nelle migliaia di negativi che il caso, con la ragione ostinata di un folle, ha ritrovato ricordandoci chi era Vivian Maier.
Ora che siete qui, a Nuoro, è giunto, anche per voi il giorno del giudizio, un giorno qualunque.
Le stesse vite dimenticate, come gli scatti di Vivian Maier, sono quelle raccontate da Salvatore Satta nel suo Il giorno del giudizio, in un punto di incontro dove due rette che non si incontrano mai, invece, si incontrano.
Satta, come Maier, scrive quel suo capolavoro misconosciuto  - incrociato a Nuoro, e presentatomi da amici al caffè Tettamanzi, per caso come chi ha scoperto le casse dei negativi di Vivian Maier - solo per la necessità impellente di ritrarre, in una foto funeraria, una comunità già morta di cui nessuno aveva scritto il necrologio. L’accorto giurista nuorese, noto esclusivamente per i suoi studi di procedura civile, in fama di insigne maestro, non aveva nessuna intenzione di rendere pubblico il suo registro dell’anagrafe mortuaria di Nuoro, lo scrisse per fissare in immagini una vita trascorsa inconsapevolmente, la vita di chi sta al mondo solo perché c’è posto. E’ la frase chiave, probabilmente la radice originaria che dà impulso all’opera di Satta. La frase con cui il notaio Satta Carboni, personaggio che dovrebbe rappresentare il padre dell’autore, apostrofa la madre, figura simbolo di una solitudine femminile che è sociale ed umana, senza però alcuna ombra di rivendicazione, una foto marmorea che parla alla luce di un lumino. Un sussurro che Satta ascolta e ripete a se stesso.
Non c’è alcuna pietas nello scritto di Satta, c’è una cupa esigenza a cui dare seguito. Un’incombenza da adempiere. Una sorda presa d’atto. Dio è chiuso in una stanza. E’ rimasto lì dopo la morte del fratello prete di Gonaria; la piccola maestra che gioca con la follia e le fobie scambiandosele con le sorelle come giocasse a palla prigioniera in un cortile illuminato dalla luna.
Come nelle opere dei veri reazionari, e Satta lo è a pieno titolo, non è un mondo di speranze, non c’è un orizzonte di riscatto nella comunità umana, solo una bieca questione di interessi porterà il maestro Ricciotti a diffondere gli ideali del socialismo a Nuoro. Un affondo risentito a chi avrebbe voluto insensatamente risvegliare i morti. Eppure l’immagine dei contadini della contrada di Sèuna che accorrono ad assistere all’atteso discorso di Ricciotti con i loro carri trainati da bovi con le corone di fiori intorno al collo, con i loro costumi, come se partecipassero ad una festa, è una delle poche che lascia passare un raggio di luce. Una luce che si disperde sulle mura incalcinate e sulle imposte inchiodate delle famiglie dei maggiorenti nuoresi.
E’ distintamente ovvio che Satta, al di là di ciò, non è portatore di alcun sentimento né politico né impolitico. E’ un medico che cerca di inocularsi un vaccino quando sa che ormai non c’è più nulla da fare. Il vaccino però si tramuta in un’estrema unzione. Ed è Satta stesso che non nasconde il suo intento nel descrivere la sua visita al cimitero di Nuoro in un’epoca che non è più quella del racconto della comunità nuorese ma quella del tempo in cui scrisse la sua opera, i primi anni settanta.
Nessuno della famiglia Sanna Carboni viene risparmiato dal rosario sgranato da Satta, grumi di inchiostro nero di seppia tratteggiano ritratti impietosi, Satta li cataloga appendendo un cartellino all’alluce, come quando definisce Ludovico, il primogenito, uno a cui la vocazione della conoscenza non corrispondeva la capacità di conoscere.
Nell’assenza di qualsiasi accenno sbandieratamente lirico o folcloristico c’è un’epica dolente, c’è un racconto inevitabile del coagulo di sangue, della radice violentemente agreste del Mediterraneo. Una vita selvaggia, come quella un animale ferito che cerca la solitudine per andarsene a morire in un giorno qualunque. Un giorno di sole di cui resterà, se il caso vuole, uno scatto o un manoscritto dimenticato.

(Il manoscritto dell’opera di Satta sarà ritrovato dalla famiglia solo dopo la sua morte; tutto ciò che John Maloof, l’agente immobiliare che ha ritrovato la sterminata produzione della Maier, riuscì a trovare, nel tentativo di capire chi fosse la fotografa,  fu un annuncio mortuario.)
8 Settembre 2015
Rosso Malpelo

Da: http://rosso-malpelo0.blog.kataweb.it/2015/09/13/il-giorno-del-giudizio-e-un-giorno-qualunque-vivian-m-salvatore-s-a-nuoro/

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