10 novembre 2016

MAI CREDERE AI GIORNALI E ALLA TELEVISIONE!



Che i giornalisti spesso pontifichino su tutto senza però sapere di niente è cosa banale. Basta sfogliare un qualunque quotidiano o seguire un talkshow televisivo. Ultima conferma le elezioni USA e il trionfo di Trump. Il primo ad affermarlo fu Mark Twain, che per anni svolse la professione di giornalista, in un libriccino ora ristampato.

Fabrizio Scrivano

Quella spudorata incompetenza

Nel 1782 padre Antonio Rubbi apriva il nono volume degli Elogij italiani propinando ai suoi amici lettori una perla di saggezza che si potrebbe considerare una «Piccola lezione sul giornalismo». Tracciava una distinzione tra il giornalista «qual debb’essere» e il giornalista «per lo più chi è». Il primo è uno spirito di vaste conoscenze e di grande prudenza nel comunicarle, mentre il secondo è uno che diffama per sopravvivere e vive per diffamare.

Era successo che il 21 luglio 1773, giusto un anno dopo la Confessione d’Istituto, voto che includeva in maniera definitiva il sacerdote Rubbi nella Compagnia di Gesù, papa Clemente XIV sopprimesse l’ordine. Persa la tonaca e solo beneficiario di un modesto assegno, Rubbi aveva dovuto inventarsi un’impresa editoriale solitaria, tramite la quale continuare la sua opera di cultura e predicazione. Lavoro marginale e di continuità periodica che lo portò a diventare propagatore di conoscenze e in parte testimone della vita etica e culturale della sua città per un piccolo gruppo di lettori che lo finanziava. Crowdfunding ante litteram. Rubbi non disprezzava il giornalismo culturale, tutt’altro, ma detestava la mediocrità e diceva che il giornalismo vero si può fare solo come espressione di una vasta comunità di competenze; il resto è dilettantismo.

Questa morale la si potrebbe rispolverare leggendo un raccontino di Mark Twain, uno tra i tanti scritti tra i decenni Sessanta e Settanta dell’Ottocento come articoli di giornale, raccolti nel volume Come andarono i fatti (a cura e traduzione di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2016, euro 90). La scena è questa: un giornalista di città (Twain stesso) viene chiamato a sostituire per qualche settimana il direttore di un giornale campagnolo per agricoltori. Le panzane e le idiozie che si cominciano a leggere sulle pagine sono un segno così palese dell’incompetenza del reporter su ogni argomento agricolo, che i lettori abituali del periodico cominciano una specie di pellegrinaggio verso la redazione, per vedere come sia fatto un essere tanto strano, pazzo, ignorante. Precipitosamente, il direttore rientra dalle vacanze.

Troppo tardi tuttavia, perché ormai l’ufficio è stato devastato dagli agricoltori indignati e la dignità del giornale è rimasta infangata per sempre. Ciò nonostante, di indole benevola, dopo un’energica lavata di capo all’improvvisato e fraudolento giornalista agricolo, il direttore chiede a Twain una sola cortesia: di togliersi dai piedi al più presto. Ma la risposta del giornalista è sprezzante e violenta. Siete una testa di rapa rozza e incompetente, lo aggredisce. Avete rovinato tutto con il vostro anticipato rientro, e avete condannato il giornale a una mediocrità inconcludente, a essere riferimento di un gruppo di contadini bifolchi e ignoranti. Sarebbero bastate un paio di settimane perché la fama del giornale, ben farcito di sciocchezze, si allargasse a un pubblico distratto e incompetente, sempre volenteroso di leggere fesserie scritte da gente che non capisce alcunché di quello che scrive. E il racconto si conclude con queste parole: «Siete voi a rimetterci licenziandomi, non certo io, pianta di crostate. Adios. – E poi me la filai».

Disimpegno ironico e autoironico, dello stesso tenore con il quale il grande letterato americano affronta e rappresenta, in questi racconti, il suo ruolo intellettuale, che fu insieme di giornalista, narratore, polemista e testimone, nonché cantore di un’epica di cui ancora non si era sentita voce. Non per nulla Harold Bloom lo ha incluso nel Canone americano. In questa raccolta non si può fare a meno di vedere un autore in lotta con sé stesso. Da una parte l’aspirazione ad essere soprintendente e conservatore dei fatti così come sono, custode e diffusore di una verità solida e non corrompibile. Dall’altra la vocazione ad essere un narratore mirabile, ammirabile e incredibile, capace di mantenere inalterata nella più spregiudicata fantasia e nella più spudorata alterazione del verosimile, la verità del vero e la tensione della realtà.

Il curatore nel selezionare i «pezzi», ha saputo alternare cronaca, memoria autobiografica, narrazione fantasiosa e impegno civile, che hanno, come si mette in rilievo nell’introduzione, un unico tratto comune: la profonda ironia, la volontà umoristica e la capacità comica dell’autore «che riflettono l’antinomia tra repressione e trasgressione, tra norma e necessità, tra statuto e testarda irriducibilità della realtà».

La cosa è detta con un lessico difficile, che avrebbe fatto chiudere sia i giornali di provincia sia quelli di città inventati da Mark Twain. Però la sostanza non cambierebbe: Twain non poneva tutta questa fiducia sull’onestà dello scrittore e del giornalista. E il suo monito sbarazzino, esemplificato in questi racconti, l’invito cioè a godersi l’innocenza del caso, a disarmare la tirannia dei fatti e abbandonarsi al racconto, rimane intatto e prezioso.

Oggi non ci si potrebbe mai arrendere a una simile verginità; probabilmente edulcorata già allora dalla sapienza di giornalista-scrittore di Twain ma forse spendibile tra i lettori. Si è in grado però di apprezzarla in tutto il suo splendore.



In questi articoli, o racconti che siano, sono tante le occasioni in cui Twain mette comicamente a nudo i modi sprovveduti del giornalista e altrettante quelle in cui mette comicamente a nudo la stupidità dei lettori. Come se tutto il fardello della credibilità fosse una passeggiata sul filo teso tra l’ignoranza di chi scrive e la buona fede di chi legge.

Di certo si è in un periodo ben precedente a quello in cui la verità dei fatti si impose o, almeno, si impose l’obbligo morale di riportare i fatti alla verità. Come tutte le realtà ciò accadde in maniera obliqua e a volte invisibile. E sarebbe facile indicare anche un grande libro, con un grande titolo, di un grande autore, con il quale questa idea di poter raccontare la verità della cronaca è stata risolutamente condivisa.

Si tratta di In Cold Blood (1966) di Truman Streckfus Persons, alias Capote, con quella sua idea straordinaria di provare a penetrare il mistero del male svolgendo un’inchiesta nella prossimità della colpa e dei colpevoli, coinvolgendosi nella vacuità delle motivazioni, nella memoria dei gesti crudeli, nello spavento del dolore e nella paura della condanna.

Nessuno sa davvero come mai si sia diffusa l’idea che sia possibile gestire con le parole una verità neutra, in cui la realtà delle cose emerge senza essere il prodotto di un’azione di parte. Twain sembrava convinto che i fatti dovessero essere dimostrati e che fosse dovere di chi scrive prendere posizione, così da trasformare il possibile in realtà. Potrebbe oggi valere la pena di riprendere in mano il senso di quest’etica della comunicazione, che teneva a bada sia l’ingenuità di credere in qualcosa come l’obiettività, l’equidistanza e il politicamente corretto (roba ipocrita spesso) sia la febbre di immaginare la realtà della comunicazione come il prodotto di simulazioni e virtualità. E se dovesse venire il dubbio si fa presto a farlo svanire, godendosi ciò che di meglio esce da questi divertentissimi racconti: la magnifica lotta di Twain contro il disincanto.

Il manifesto – 25 ottobre 2016

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