16 luglio 2013

MESSINA INSEGNA CHE CAMBIARE E' POSSIBILE!




Anche se l’esperienza ci ha insegnato ad evitare ogni mitizzazione e a tenere sempre vigile lo spirito critico quanto è accaduto negli ultimi mesi a Messina ridà speranza a quanti  considerano possibile ciò che fino a ieri appariva impossibile. 

DANIELE DAVID – IL MOVIMENTO E LA CRISI A MESSINA

Messina. La vittoria di Accorinti consegna due questioni centrali: la perdita di credibilità della rappresentanza politica tradizionale e la trasformazione – già avvenuta –  del territorio e della sua composizione sociale operata dalla crisi.
La città è già cambiata. Il dato elettorale ci offre qualche strumento in più per essere dentro (e contro) questo processo di trasformazione.
La crisi ha già cambiato la città non solo sotto il profilo produttivo (desertificandolo) ma perché ha scavato più profondamente il solco che separa chi vive di rendita e chi può affidarsi solo a se stesso o ad una rete – sempre più frantumata – di legami sociali (familiari o amicali). Dentro quel solco è franata la funzione di un ceto politico che, del resto, non ha mai ambito a “rappresentare per trasformare” ma ad alimentare un circuito che inizia dai bisogni radicali e si risolve sempre nella corruzione.
I seggi disertati dai galoppini nella giornata del ballottaggio sono la plastica rappresentazione di una ritirata – sotto l’assedio della crisi – di questo ceto politico dentro i confini personali: il consigliere eletto per sé, per quello che ha già dato, non per quello che darà.
La crisi, dunque, mette a nudo rapporti di forza, immani disuguaglianze e sofferenze sociali che la corruzione ha sì alimentato, ma anche edulcorato, usando mediazioni clientelari e para-mafiose in cambio di una forma minima di redistribuzione della ricchezza pubblica.
Il dato delle cosiddette periferie, nel secondo turno, in cui l’astensione è stata accompagnata da una massiccia rimonta di Accorinti, è la cifra della “ritirata strategica” del ceto politico di cui sopra, che lascia ai movimenti uno spazio politico enorme.
In questo spazio, che è insieme un vuoto e una preziosa opportunità, si misureranno le qualità dell’azione “amministrativa” della giunta e quelle che compongono la direzione politica dei movimenti. Sulla prima incombe la mannaia del “fallimento” e, almeno per i prossimi 5/6 mesi, la paralisi in termini di investimenti e agibilità finanziaria, e sui secondi la storica assenza di radicamento nel sottoproletariato messinese.
Una parte della città, quella che con maggiore determinazione e inedite forme di militanza è risultata determinante nell’affermazione elettorale, si è assunta anche delle responsabilità nei confronti proprio degli strati più popolari, indicando forme di redistribuzione della ricchezza non più mediate da galoppini e cosche mafiose.
I due piani, quello di governo e quello “di movimento” – in questa fase – sono strettamente incrociati, visto che dovrà essere quest’ultimo ad aprire spazi in cui il primo possa “codificare” nuovi assetti e, soprattutto, nuovi rapporti di forza nelle relazioni sociali nel tempo della crisi.
La teoria dell’austerità, sostenuta dalla povertà delle casse comunali, va combattuta con la pratica della redistribuzione della ricchezza sociale: le ricchezze in questi anni non sono evaporate, ma sono state trasferite dal lavoro alla rendita, dal pubblico al privato, dai molti ai pochi. Il capitale fisso, nelle sembianze di migliaia di alloggi sfitti, è l’altra faccia di una medaglia di una città con 3.000 baraccati e centinaia di sfratti l’anno per morosità (in Italia nel 2011 sono stati oltre 60.000).
Abbiamo sempre detto, del resto, che la crisi, anche questa crisi, ha origine nella disuguaglianza che questa determinata organizzazione economica e sociale deve produrre per riprodursi.
Smascherare la controparte
La valorizzazione del processo di accumulazione – in questa fase alimentato dagli strumenti finanziari – passa da molteplici fattori: privatizzazione del welfare, smantellamento dei diritti dei lavoratori, esautoramento delle assemblee elettive dalle scelte economiche e conseguente gerarchizzazione sociale.
Possiamo affermare che in questo territorio tale processo è in fase avanzata: qui prima di altrove è avvenuto il passaggio dall’accumulazione di ricchezza per mezzo della sussunzione del lavoro a quella concentrata per via di rendite e speculazioni sul territorio. Qui l’impresa non ha avuto bisogno di stendere nessuna cortina fumogena davanti le sistematiche operazioni di appropriazione e distruzione di risorse pubbliche per i propri profitti: pensiamo alla zona falcata, alla vicenda Triscele, al monopolio del traghettamento – su cui torneremo più avanti – e a tante altre conferme di come l’estraneità ai processi democratici delle imprese e nelle imprese non può non produrre conseguenze nefaste per tutta la collettività.
Questa crisi, nella sua drammaticità, apre terreni di conflitto e di opportunità nuove rispetto alle pratiche di autogestione e di autederminazione delle scelte strategiche su un territorio in stretta relazione ai bisogni radicali: il diritto alla salute, la questione abitativa, la mobilità e la tutela ambientale, il diritto al lavoro e la distribuzione del prodotto sociale. Non è difficile riconoscere la ricchezza comunemente prodotta, la produzione sociale, né ridistribuire subito reddito e servizi, tutele e nuovo welfare. Soprattutto ricordando a tutti che per ripagare i debiti privati delle banche sono stati  utilizzati i soldi pubblici della collettività (Fse inclusi).
Una nuova pratica politica impone l’abbandono di una gestione autoritaria, coperta dalla ineluttabilità tecnica e/o finanziaria, che si conclude sempre con scelte colonizzate dalla logica del profitto. Al contrario, mettendo in rete saperi, esperienze, movimenti sociali, può innescarsi un “senso comune” che, per esempio, denunci lo spreco di risorse collettive rappresentato dall’attuale uso dell’auto (il cui mantenimento, secondo Federconsumatori, costa oltre 6.000,00 euro l’anno) e individuando nel trasporto pubblico un pezzo di difesa del reddito delle famiglie.
Liberare la ricchezza sociale
Su questi terreni l’apertura di una fase diffusa di conflitto passa dalla individuazione della controparte, abbandonando la retorica neoliberista che centra il discorso politico sulla presunta equidistanza del governo dalle dispute dei diversi soggetti sociali e che vede nell’azione amministrativa un mero “buon governo” e nell’azione dei movimenti una banale costruzione di ragionevoli e accattivanti “opinioni”.
Noi pensiamo, invece, che sia l’azione di governo (se vuole davvero scrivere una pagina di storia democratica) che quella dei movimenti (se intendono superare i tristi confini della testimonianza) debbano puntare a ribaltare i rapporti forza esistenti, liberando le fasce sociali dalla secolare condizione di bisogno e costruendo – a partire dai quartieri –pratiche di riappropriazione del prodotto sociale e di costruzione di soggettività antagoniste.
Per l’amministrazione significherà intervenire sulla casa a partire dall’aumento delle rendite catastali per gli alloggi sfitti, dalla chiusura al traffico di ampie zone della città per liberare le periferie dalla schiavitù dell’auto e quindi da un sistema di mobilità di classe, di assicurare l’alimentazione completa sostenendo relazioni virtuose tra produttori agricoli, orti urbani, volontari e comitati di quartiere, intaccando le mafie che governano la grande distribuzione.
Per il movimento significherà contrastare le nuove forme di espropriazione del territorio dentro le quali vivono le vecchie tecniche di dominio e di addomesticazione sociale. È in questa nuova capacità offensiva che i movimenti scriveranno il nuovo alfabeto della sinistra, a partire dalla ricomposizione di bisogni dentro la rivendicazione del diritto alla città e all’autogestione di tutto ciò che è comune.
Una capacità offensiva che non può non investire il simbolo dei predatori metropolitani per eccellenza, quello che in regime di monopolio scarica ogni giorno tir nel centro della città, che paga cifre ridicole per la concessione dell’approdo, che ha aumentato del 150% i prezzi del traghettamento pedonale, che ha trattenuto per sé anche i fondi dell’ecopass e che nei fatti nega il diritto alla continuità territoriale. In questa battaglia contro una insopportabile privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite il movimento ha la possibilità di dimostrare che le politiche di austerità sono solo il frutto di un furore ideologico neoliberista, destinate a morire nel momento in cui un territorio fa delle contraddizioni sociali e materiali che lo attraversano il terreno privilegiato di scontro politico.
Naturalmente qui si vuole indicare un metodo, quello del conflitto e dell’azione collettiva che vale tanto nelle strade quanto nelle stanze del Comune: ma è dentro il cambiamento delle dinamiche e delle logiche “dominanti” che si è riusciti a fare spazio all’intelligenza collettiva e, tramite questa,  a dare potenza ad un’opzione politica che i più davano per spacciata quasi fino al ballottaggio.

 Fonte: http://www.democraziakmzero.org/2013/07/16/il-movimento-e-la-crisi-a-messina/


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