16 luglio 2014

QUELLO CHE RENZI NON VEDE



La svolta che Renzi non vede 
 
di Gaetano Azzariti

A SVOLTA CHE RENZI NON VEDE

di  Gaetano Azzariti, 14 luglio 2014
Il rischio di una svolta auto­ri­ta­ria fa sor­ri­dere il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio. Forse per­ché egli ritiene che sia un’accusa rivolta alla sua per­sona, e Mat­teo Renzi non si vede nelle vesti del dic­ta­tor romano. Non è dif­fi­cile dar­gli ragione: nes­sun Cesare si scorge all’orizzonte.
Ridu­cendo tutto ad una bat­tuta, però, non ci si avvede della sostanza del problema.
Se allora voles­simo discu­tere seria­mente della “svolta auto­ri­ta­ria” dovremmo rivol­gere l’attenzione alle più pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che nel corso degli ultimi anni hanno riguar­dato l’assetto dei poteri e il modello di demo­cra­zia. È su que­sto ter­reno che si regi­stra un’involuzione di lungo periodo che non fa affatto sor­ri­dere, ma che spiega molto del pre­sente e delle poli­ti­che attuali.
Da tempo ormai gli stu­diosi hanno segna­lato il pas­sag­gio che ha por­tato la nostra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva a con­for­marsi come “demo­cra­zia d’investitura”. Un modello che ha in sé con­no­tati auto­ri­tari e sconta una ridu­zione del plu­ra­li­smo sociale e poli­tico. A che vale negarlo? Per di più — anche que­sta è una con­sta­ta­zione ormai banale — le logi­che di un tale modello asfit­tico di demo­cra­zia sono state favo­rite nei tempi più recenti dall’estendersi della com­po­nente ple­bi­sci­ta­ria (ovvero, nella sua forma dege­ne­rata, popu­li­sta) entro i nostri sistemi poli­tici. Così si spie­gano tanti suc­cessi poli­tici repen­tini, costruiti sull’onda dell’emozione più che su quella della ragione. Per­ché non ammetterlo?
Anzi­ché negare l’evidenza var­rebbe la pena riflet­tere sui carat­teri di que­sta tor­sione delle demo­cra­zie per poi sce­gliere “da che parte stare”: se ope­rare per con­ser­vare e per­fe­zio­nare lo stato di cose esi­stenti, ovvero ten­tare di inver­tire la rotta.
Non è nep­pure dif­fi­cile cogliere gli ele­menti di fondo delle tra­sfor­ma­zioni in atto. Si pensi al ter­reno pro­pria­mente poli­tico ed isti­tu­zio­nale. Chi può negare, ad esem­pio, che l’intera sfera della poli­tica sia ormai ten­den­zial­mente ricon­dotta al solo momento elet­to­rale. E que­sto viene sem­pli­fi­cato, facendo astra­zione del suo con­te­nuto reale, ridu­cen­dolo ad un forma spet­ta­co­lare e un po’ tea­trale di duello, nep­pure più tra forze poli­ti­che, tra pro­grammi, bensì tra lea­der. Lotta tra capi che si iden­ti­fi­cano con un popolo e il cui cari­sma è legato all’immagine che essi rie­scono a tra­smet­tere di sé, non neces­sa­ria­mente invece a con­creti pro­grammi poli­tici di cam­bia­mento. Il cam­bia­mento — sem­mai ci sarà — avverrà dopo la vit­to­ria e sarà il lea­der a defi­nirne la dire­zione, legit­ti­mato da un voto alla per­sona che gli per­mette qua­lun­que scelta (in base al clas­sico prin­ci­pio iden­ti­ta­rio che attri­bui­sce al capo il ruolo di inter­prete della volontà del popolo). Per que­sto quel che conta non è garan­tire il plu­ra­li­smo, la rap­pre­sen­tanza reale degli inte­ressi sociali e cul­tu­rali, bensì esclu­si­va­mente la deci­sione e la pos­si­bi­lità di governare.
Al con­flitto e alle esi­genze di media­zione che la demo­cra­zia plu­ra­li­sta impone, con le con­se­guenti len­tezze per la ricerca del con­senso e del com­pro­messo tra le forze poli­ti­che, si con­trap­pon­gono la velo­cità e l’innovazione come valori in sé, come cate­go­rie post-politiche, se non diret­ta­mente anti-politiche.
Cam­bia­menti ener­gi­ca­mente cal­deg­giati, ma il cui con­te­nuto spe­ci­fico s’è ormai affran­cato dalla poli­tica intesa come rego­la­zione di inte­ressi entro una pro­spet­tiva di eman­ci­pa­zione com­ples­siva. Tra­sfor­ma­zioni che, per­lo­più, si limi­tano ad asse­con­dare le ten­denze in atto, libe­ra­mente inter­pre­tate da chi governa. Muta­menti che, in ogni caso, non hanno biso­gno di essere giu­sti­fi­cati: il distacco dalla società e dalla rap­pre­sen­tanza reale rende la poli­tica auto­suf­fi­ciente, comun­que in grado di gover­nare anche se espres­sione di una sem­pre più ridotta mino­ranza. Il potere si svin­cola sem­pre più dal con­senso della mag­gio­ranza dei con­so­ciati. Il popolo, reso spet­ta­tore, potrà assi­stere alla recita che la poli­tica dà di se stessa. Qual­cuno potrà applau­dire, altri scuo­tere il capo, magari anche indi­gnarsi, in ogni caso però è sul palco che va in scena la spet­ta­colo e dai log­gioni si può solo guardare.
Que­ste ten­denze di muta­zione pro­fonda delle nostre demo­cra­zie non sono recenti né limi­tate al nostro Paese. In Ita­lia, da almeno vent’anni assi­stiamo ad una pro­gres­siva ver­ti­ca­liz­za­zione del sistema poli­tico e isti­tu­zio­nale, ad una ridu­zione della rap­pre­sen­tanza. L’affermarsi del modello mag­gio­ri­ta­rio ne costi­tui­sce il suo esem­plare riflesso.
Se que­sto è il qua­dro dell’esistente osservo, sem­pli­ce­mente, che le grandi riforme annun­ciate, con la pre­di­spo­si­zione della nuova legge elet­to­rale iper­mag­gio­ri­ta­ria, accom­pa­gnata da una modi­fica della costi­tu­zione con­fusa, non­ché soste­nuta da un’ulteriore con­cen­tra­zione dei poteri nelle mani dell’esecutivo e, in par­ti­co­lare, del Pre­si­dente del Con­si­glio, si pon­gono in sostan­ziale con­ti­nuità con il pas­sato. Passi ulte­riori com­piuti nella dire­zione della costru­zione della con­tem­po­ra­nea “demo­cra­zia iden­ti­ta­ria”. Un esito cui si deve per­ve­nire, sem­pre che si voglia guar­dare al fondo dei pro­blemi e delle ten­denze in atto, senza fer­marsi invece alla super­fi­cie del cam­bia­mento mes­sia­ni­ca­mente annunciato.
Se si volesse pro­vare ad uscire dalla palude, segnando una solu­zione di con­ti­nuità con il pas­sato, dovremmo ricer­care solu­zioni ben più radi­cali e cri­ti­che rispetto alla nostra sto­ria recente. Dovremmo ricer­care una solu­zione di con­ti­nuità. Potremmo magari pro­vare ad aprire le porte alla rap­pre­sen­tanza reale, favo­rendo la par­te­ci­pa­zione e la cit­ta­di­nanza attiva. Scom­met­tere sulla com­ples­sità e non sulla sem­pli­fi­ca­zione della poli­tica (del suo lin­guag­gio, del suo ope­rare), valo­riz­zare il con­flitto come stru­mento per fare evol­vere la società e la cul­tura del plu­ra­li­smo e non stroz­zare ogni dif­fe­renza accu­sata di rap­pre­sen­tare solo un osta­colo al cam­bia­mento. Ma poi quale cambiamento?

da il manifesto del 15 luglio 2014
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Il rischio di una svolta auto­ri­ta­ria fa sor­ri­dere il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio. Forse per­ché egli ritiene che sia un’accusa rivolta alla sua per­sona, e Mat­teo Renzi non si vede nelle vesti del dic­ta­tor romano. Non è dif­fi­cile dar­gli ragione: nes­sun Cesare si scorge all’orizzonte.
Ridu­cendo tutto ad una bat­tuta, però, non ci si avvede della sostanza del problema.
Se allora voles­simo discu­tere seria­mente della “svolta auto­ri­ta­ria” dovremmo rivol­gere l’attenzione alle più pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che nel corso degli ultimi anni hanno riguar­dato l’assetto dei poteri e il modello di demo­cra­zia. È su que­sto ter­reno che si regi­stra un’involuzione di lungo periodo che non fa affatto sor­ri­dere, ma che spiega molto del pre­sente e delle poli­ti­che attuali.
Da tempo ormai gli stu­diosi hanno segna­lato il pas­sag­gio che ha por­tato la nostra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva a con­for­marsi come “demo­cra­zia d’investitura”. Un modello che ha in sé con­no­tati auto­ri­tari e sconta una ridu­zione del plu­ra­li­smo sociale e poli­tico. A che vale negarlo? Per di più — anche que­sta è una con­sta­ta­zione ormai banale — le logi­che di un tale modello asfit­tico di demo­cra­zia sono state favo­rite nei tempi più recenti dall’estendersi della com­po­nente ple­bi­sci­ta­ria (ovvero, nella sua forma dege­ne­rata, popu­li­sta) entro i nostri sistemi poli­tici. Così si spie­gano tanti suc­cessi poli­tici repen­tini, costruiti sull’onda dell’emozione più che su quella della ragione. Per­ché non ammetterlo?
Anzi­ché negare l’evidenza var­rebbe la pena riflet­tere sui carat­teri di que­sta tor­sione delle demo­cra­zie per poi sce­gliere “da che parte stare”: se ope­rare per con­ser­vare e per­fe­zio­nare lo stato di cose esi­stenti, ovvero ten­tare di inver­tire la rotta.
Non è nep­pure dif­fi­cile cogliere gli ele­menti di fondo delle tra­sfor­ma­zioni in atto. Si pensi al ter­reno pro­pria­mente poli­tico ed isti­tu­zio­nale. Chi può negare, ad esem­pio, che l’intera sfera della poli­tica sia ormai ten­den­zial­mente ricon­dotta al solo momento elet­to­rale. E que­sto viene sem­pli­fi­cato, facendo astra­zione del suo con­te­nuto reale, ridu­cen­dolo ad un forma spet­ta­co­lare e un po’ tea­trale di duello, nep­pure più tra forze poli­ti­che, tra pro­grammi, bensì tra lea­der. Lotta tra capi che si iden­ti­fi­cano con un popolo e il cui cari­sma è legato all’immagine che essi rie­scono a tra­smet­tere di sé, non neces­sa­ria­mente invece a con­creti pro­grammi poli­tici di cam­bia­mento. Il cam­bia­mento — sem­mai ci sarà — avverrà dopo la vit­to­ria e sarà il lea­der a defi­nirne la dire­zione, legit­ti­mato da un voto alla per­sona che gli per­mette qua­lun­que scelta (in base al clas­sico prin­ci­pio iden­ti­ta­rio che attri­bui­sce al capo il ruolo di inter­prete della volontà del popolo). Per que­sto quel che conta non è garan­tire il plu­ra­li­smo, la rap­pre­sen­tanza reale degli inte­ressi sociali e cul­tu­rali, bensì esclu­si­va­mente la deci­sione e la pos­si­bi­lità di governare.
Al con­flitto e alle esi­genze di media­zione che la demo­cra­zia plu­ra­li­sta impone, con le con­se­guenti len­tezze per la ricerca del con­senso e del com­pro­messo tra le forze poli­ti­che, si con­trap­pon­gono la velo­cità e l’innovazione come valori in sé, come cate­go­rie post-politiche, se non diret­ta­mente anti-politiche.
Cam­bia­menti ener­gi­ca­mente cal­deg­giati, ma il cui con­te­nuto spe­ci­fico s’è ormai affran­cato dalla poli­tica intesa come rego­la­zione di inte­ressi entro una pro­spet­tiva di eman­ci­pa­zione com­ples­siva. Tra­sfor­ma­zioni che, per­lo­più, si limi­tano ad asse­con­dare le ten­denze in atto, libe­ra­mente inter­pre­tate da chi governa. Muta­menti che, in ogni caso, non hanno biso­gno di essere giu­sti­fi­cati: il distacco dalla società e dalla rap­pre­sen­tanza reale rende la poli­tica auto­suf­fi­ciente, comun­que in grado di gover­nare anche se espres­sione di una sem­pre più ridotta mino­ranza. Il potere si svin­cola sem­pre più dal con­senso della mag­gio­ranza dei con­so­ciati. Il popolo, reso spet­ta­tore, potrà assi­stere alla recita che la poli­tica dà di se stessa. Qual­cuno potrà applau­dire, altri scuo­tere il capo, magari anche indi­gnarsi, in ogni caso però è sul palco che va in scena la spet­ta­colo e dai log­gioni si può solo guardare.
Que­ste ten­denze di muta­zione pro­fonda delle nostre demo­cra­zie non sono recenti né limi­tate al nostro Paese. In Ita­lia, da almeno vent’anni assi­stiamo ad una pro­gres­siva ver­ti­ca­liz­za­zione del sistema poli­tico e isti­tu­zio­nale, ad una ridu­zione della rap­pre­sen­tanza. L’affermarsi del modello mag­gio­ri­ta­rio ne costi­tui­sce il suo esem­plare riflesso.
Se que­sto è il qua­dro dell’esistente osservo, sem­pli­ce­mente, che le grandi riforme annun­ciate, con la pre­di­spo­si­zione della nuova legge elet­to­rale iper­mag­gio­ri­ta­ria, accom­pa­gnata da una modi­fica della costi­tu­zione con­fusa, non­ché soste­nuta da un’ulteriore con­cen­tra­zione dei poteri nelle mani dell’esecutivo e, in par­ti­co­lare, del Pre­si­dente del Con­si­glio, si pon­gono in sostan­ziale con­ti­nuità con il pas­sato. Passi ulte­riori com­piuti nella dire­zione della costru­zione della con­tem­po­ra­nea “demo­cra­zia iden­ti­ta­ria”. Un esito cui si deve per­ve­nire, sem­pre che si voglia guar­dare al fondo dei pro­blemi e delle ten­denze in atto, senza fer­marsi invece alla super­fi­cie del cam­bia­mento mes­sia­ni­ca­mente annunciato.
Se si volesse pro­vare ad uscire dalla palude, segnando una solu­zione di con­ti­nuità con il pas­sato, dovremmo ricer­care solu­zioni ben più radi­cali e cri­ti­che rispetto alla nostra sto­ria recente. Dovremmo ricer­care una solu­zione di con­ti­nuità. Potremmo magari pro­vare ad aprire le porte alla rap­pre­sen­tanza reale, favo­rendo la par­te­ci­pa­zione e la cit­ta­di­nanza attiva. Scom­met­tere sulla com­ples­sità e non sulla sem­pli­fi­ca­zione della poli­tica (del suo lin­guag­gio, del suo ope­rare), valo­riz­zare il con­flitto come stru­mento per fare evol­vere la società e la cul­tura del plu­ra­li­smo e non stroz­zare ogni dif­fe­renza accu­sata di rap­pre­sen­tare solo un osta­colo al cam­bia­mento. Ma poi quale cambiamento?

 Fonte: Il Manifesto 15 luglio 2014

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