11 ottobre 2016

STORIE DELLO STRETTO DI MESSINA


Scilla Loves You

di

Non solo l’astuto Ulisse: ma anche il pio Enea nello scegliere a chi rivolgersi varcando lo Stretto di Messina optarono per le sei teste e i dodici piedi di Scilla, una volta avvertiti del gorgo di Cariddi sulla costa siciliana.
Per dire che chiunque, messo di fronte alla possibilità di essere forse divorato da un mostro terribile o sicuramente inghiottito con tutta la nave da un gorgo, sceglierebbe il male minore.
Ma come precisava un Benigni d’antan rispondendo all’autodomanda sulla bellezza della sala cinematografica: “Preferiresti andare al cinema o a letto con una bella donna? A letto con una bella donna: ma è proprio un caso lìmite”.
Ecco: scegliere tra Scilla e Cariddi è un “caso lìmite” appannaggio degli eroi. Ed è una questione di epica.
La questione politica invece dovrebbe ancorarsi alla presenza, lontanissima, di Scilla e Cariddi appoggiate dall’antichità con la forza mitica degli spauracchi da mettere in conto; uno da una parte uno dall’altra del Giardino degli Dei.
Sono passati secoli: e intanto il Giardino degli Dei, La Magna Grecia; il motivo per cui gli Dei stessi hanno scelto il Mediterraneo per appalesarsi nel loro sfolgorìo carnale e ridanciano: ogni epiteto giusto e sacrosanto in grado di raccontare quel paradiso è stato devastato, anno dopo anno, dalla calcificazione mortuaria delle associazioni mafiose.
Ora. Scilla e Cariddi, da sempre, sono il segno del pericolo che le storie scaldano come mònito alla luce fredda dell’ignoranza collettiva. Servono per spiegare – non bastasse il numero di navi colate a picco in quel tratto di mare nei millenni – che tra i due lembi di terra passa un oceano di minacce: l’emergenza del babau per spiegare al mondo futuro perché non è consigliabile avventurarsi da soli, nei boschi, di notte. Il teschio con le tibie che gli esseri umani da bambini hanno posto tra la Calabria e la Sicilia; con la stessa cura narrativa dei tecnici dell’Enel degli anni Sessanta, quando hanno dovuto segnalare i punti scoperti delle linee elettriche ai concittadini ignari.
E ancora. Nonostante Scilla e Cariddi siano immediatamente convertibili nella spiegazione geologica di quel tratto di mare e di terra, prodigo di gorghi e di leggende: si ritorna a parlare (come ciclicamente accade a ogni premessa elettorale) del Ponte sullo Stretto come di una cosa fattibile al di fuori di un romanzo di Asimov.
La Sicilia e la Calabria si spostano per scosse centimetriche anno dopo anno. Una danza che le avvicina e le frena allontanandole a colpi di placca. Che le muove. Il che, per provare a spiegarci gli effetti per metafora umana, sarebbe come dire che ogni notte il soffitto della nostra camera da letto si abbassa di due metri al secondo dal momento in cui ci addormentiamo: una vita insonne e difficile, a voler restare vivi.
Parlare di ingegneria di finzione e di un Ponte che si possa realmente costruire – ci sarà un motivo se Roma è nata a Roma e non, per esempio, al Polo Nord? – significa garantire la stessa cementificazione di sempre che ha asfaltato il Giardino degli Dei.
E il dramma aggiuntivo di un premier Scilla che regala il fianco del paese (e lo stomaco, e le viscere intrattabili) alle Cariddi dei dianetici di Grillo.
Quando servirebbe solo una legge seria in cui si dica, da adesso e per sempre, che il Ponte sullo Stretto, semplicemente: no.

Da     http://www.minimaetmoralia.it/

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