14 luglio 2017

NAPOLI VISTA DA ERMANNO REA




L’altra Napoli. Mistero napoletano di Ermanno Rea

di Mario Pezzella

Mistero napoletano è un romanzo in stile di diario e di inchiesta; ma è lo stesso Rea a metterci sull’avviso: “La forma diaristica delle pagine che seguono è solo un inganno letterario? Penso di poter rispondere di no. Ma essendo persona scrupolosa devo ammettere che si tratta di una mezza finzione…L’inganno non investe mai i dettagli, sempre verificati. Può essere che investa il libro nella sua totalità”(5). Qual è allora questo inganno “totale”? Nei personaggi storicamente “veri” Rea incarna tuttavia le sue immagini di sogno e e il “documento” è spesso invaso dalla sua vena onirica e visionaria: quella che si mostra apertamente nel Sorriso di Don Giovanni e in Fuochi fiammanti a un’hora di notte. Il passato a cui torna il narrante è intriso di possibilità perdute (Nostalgia è il titolo dell’ultimo romanzo dello scrittore) e rievocate dalla memoria in forma di inchiesta. A Rea interessa il fondo oscuro e sommerso della storia, non quella attestata e celebrata dai vincitori. Questa visione soggettiva è dichiarata nel Sorriso di Don Giovanni, in cui dice della protagonista: “Adele sono io (il grande Flaubert mi perdoni)”; ma la stessa cosa vale per tutte le grandi figure femminili dei suoi romanzi. Le donne incarnano il fondo più doloroso e oscuro degli eventi. E’ così per Rosa La Rosa in Napoli ferrovia, per Marcella nella Dismissione, che racconta la fine della grande industria a Bagnoli (“che tu, con la tua bellezza, con la tua età acerba, il tuo destino mostruoso, simboleggi in maniera così inquietante”[1]), e naturalmente per Francesca in Mistero napoletano (e nella Comunista, il racconto in cui lei appare ormai esplicitamente come un fantasma del desiderio). Rea riflette i suoi sentimenti più inquieti in un animo femminile, il solo che abbia la forza di portare all’estremo quanto resta indeterminato o incompiuto negli altri protagonisti del romanzo. Il “narratore di storie vere“ descrive sobriamente desideri aspri e violenti; l’inchiesta è scossa dalle passioni in cui i personaggi si esaltano e si distruggono; per lo più è un vortice oscuro, dal quale affiorano i bagliori di ciò che avrebbe potuto o potrebbe essere.
Per molti scrittori napoletani del secondo Novecento c’è un momento della storia di Napoli, in cui pare prossimo il compimento di un miracolo: la conciliazione di una immemoriale armonia naturale col progresso della modernità. Mancato il kairos di questa occasione, l’armonia è perduta, la storia pietrificata. Come in ogni mito dell’età dell’oro, la felicità compiuta, invece di essere attesa nel futuro viene proiettata in una condizione remota del passato. Perciò sull’utopia prevale la malinconia.
Per La Capria, ad esempio, ma anche per Gerardo Marotta intervistato da Rea nel Caso Piegari, la responsabilità dell’occasione perduta è addossata alla plebe e al suo trionfo sulla Rivoluzione del 1799, che viene inteso come la vittoria dell’arcaico contro il moderno. Questo mito resiste anche alla consapevolezza che proprio la modernità capitalista distrugge qualsiasi armonia naturale e trasforma la natura in Gestell[2], materiale a disposizione della tecnica e del profitto sfrenato (come lo stesso La Capria e Rosi hanno lucidamente mostrato nel film Mani sulla città): e dunque l’edilizia sfigurata e il paesaggio distrutto poco hanno a che fare con la malvagità e l’arretratezza dei lazzari. Tra organizzazioni criminali, poteri capitalistici e profitti finanziari ultramoderni, sussiste un rapporto articolato e complementare, piuttosto che il conflitto puro e semplice tra una plebe camorrista e arretrata e la modernità (liberatrice?) del capitale.
Per Rea, l’ “occasione perduta” è immediatamente successiva all’Unità d’Italia, quando una classe dirigente di alto valore ebbe per qualche anno in mano i destini della città: “Napoli si trasformò all’improvviso in un grande, fervido cantiere di idee unitarie, di elaborazioni etico-politiche sulla natura dello Stato in procinto di nascere, di entusiasmi intellettuali di ogni genere”[3], prima di soccombere –in questo caso- non alla sua plebe, quanto alla alleanza neocoloniale di Chiesa, potentati meridionali e classi dirigenti del Nord. La città è poi insorta in fervori di breve durata: uno di questi è quello della giovinezza di Rea e della sua generazione, subito dopo il secondo conflitto mondiale, il cui spegnersi è descritto in Mistero napoletano. E’ l’altra Napoli, “quella di cui nessun Malaparte ha mai parlato”[4].
Complementare a quello dell’armonia perduta è il mito del Grande Ritorno: colui che ha lasciato la città, deluso dalla pietrificazione della storia e del suo sogno di libertà, vi ritorna anni dopo, con il desiderio più o meno dichiarato di ritrovare il perduto, o almeno di ricevere un riconoscimento, un assenso al suo esistere, che prima gli era stato negato. Il Grande Ritorno non concede mai quello che promette; può portare tuttavia alla comprensione di sé e a un più maturo rapporto con la città, grazie a cui l’armonia perduta perde il suo carattere mitico e immaginario e viene distinta nelle sue componenti effettive, storiche e simboliche. La memoria ha in Rea una configurazione spaziale, è fatta non solo di ricordi, ma di pietre, strade, architetture ancora esistenti oppure irrimediabilmente deformate. Questo passaggio dall’immaginazione mitica alla comprensione simbolica e storica, per quanto doloroso, segna il percorso del narrante di Mistero napoletano, ma anche quello del protagonista dell’ultimo romanzo di Rea, Nostalgia, che non è un intellettuale, ma uno della “plebe” coinvolto in un’avventura criminale nella sua gioventù: “Chiedeva al vecchio se in generale ha senso, se è possibile, ritornare dopo assenze molto prolungate, oppure se quello del Grande Ritorno è un mito, un sogno, in definitiva una follia della quale –se realizzata- uno poi finisce per pentirsi in modo amaro”[5]. A questa domanda cercano di rispondere anche il narrante della Dismissione, con la mediazione di un operaio partecipe dello smantellamento dell’Ilva di Bagnoli, e quello di Napoli ferrovia, che si lascia guidare al ritrovamento del tempo perduto dall’ambigua figura di Caracas, un intellettuale di destra riassorbito e affascinato dalla vita plebea dei vicoli. Del resto Caracas stesso è un doppio capovolto del narrante e a sua volta cerca le tracce di una città mitica di felicità e di luce, viva solo nei racconti favolosi della madre, durante la sua infanzia in Venezuela. La ricerca del tempo perduto diviene per lui un viaggio nella geografia di Napoli.
I personaggi di Rea vivono in stato di sospensione tra l’ armonia perduta e il Grande Ritorno, in una mai esauribile incompletezza di sé. Del resto, l’armonia perduta di Rea si colloca più sul piano della speranza e del possibile che in quello del rimpianto del passato: è il sogno dei comunisti napoletani nel secondo dopoguerra che si infrange contro l’ottusità dello stalinismo o degli operai dell’Ilva di Bagnoli che si vedono traditi dalla sospirata e irraggiungibile “modernità” del capitale. Soprattutto “colui che ritorna” è l’io narrante di Mistero napoletano, in cui il regno del perduto finisce per addensarsi nel fantasma affascinante e fuggente di Francesca, figura-anima di una città e di una generazione nel breve e intenso momento di speranza seguito alla guerra, poi confuso nello smarrimento e nella durezza della storia. Difficile dire perché in tanti scrittori di Napoli il sentimento di una separazione dall’origine, di un esule sradicamento sia così forte, più forte di quello di un parigino lontano dalla sua città o di un milanese trapiantato altrove, perché si traduca in una sorta di esilio necessario eppure volontario, mescolanza di rimpianto e odio. Andare via sembra inevitabile per chi voglia salvarsi, almeno individualmente, dalla violenza del potere, dalla sproporzione quasi insostenibile tra l’immagine di sogno e la disgregazione reale, percepita come immobilità ed espulsione dalla vita “vera”. La sospensione tra immagine mitica e realtà storica di Napoli rende attoniti, come se qui la scissione propria di tutta la modernità fra natura e storia si rivelasse nei suoi caratteri più estremi e inaccettabili.
Per Rea, quel che Napoli perde nei suoi terribili anni Cinquanta non è tanto la “bella giornata” di La Capria: è la speranza nel comunismo, che avrebbe dovuto riportare la città nel corso pulsante della storia. Rea non ha una visione di per sé positiva della modernizzazione capitalista, non è questa, per lui, l’occasione perduta: la sua modernità è quella operaia e comunista, che si dissolve in modo definitivo insieme all’ILVA di Bagnoli, la grande fabbrica, di cui ha descritto il declino nella Dismissione. L’incipit di Mistero napoletano chiarisce da subito la prospettiva di Rea: il libro parlerà “di tempo pietrificato e di coscienze espropriate del loro diritto al cambiamento”[6](3). L’immagine di un tempo che rallenta un poco alla volta, come un orologio scarico perde progressivamente le forze e infine si ferma, trasformandosi in una pietra inutile e immobile, ricorre più volte nel libro. Anche quello tra Renzo e Francesca “è un amore che non riesce né a crescere né a spegnersi”, in stato di arresto indeterminato (non diversamente dall’amore, costante e inconfessato, del narrante stesso per Francesca); e a questa sospensione sembra fare da cornice Napoli, che si scopre divenire “città morta, città-colonia. Entrambi –l’amore e la città- irretiti in un “meccanismo senza tempo, che accade e subito si pietrifica”(149).
Ma quando questa pietrificazione della speranza è divenuta irrevocabile? Forse in un momento imprecisabile alla fine degli anni Cinquanta, quando si interrompono nel suicidio le vite di Francesca e di Renato Caccioppoli e la storia collettiva –stretta a lungo fra il rozzo populismo laurino e il gelido stalinismo del PCI napoletano- schiaccia i protagonisti del libro come una “ferrea legge”: in fondo inspiegabile, anche se –pensa Rea- ormai descrivibile. Con un paziente lavoro, lo scrittore decifra il legame sotterraneo fra i destini individuali e i traumi della storia, tra quel comunismo astratto e impersonale e il sacrificio dei suoi amici. Gli eventi storici diventano dolore e speranza che traversano i corpi. E’ questa vita cancellata dal potere che la scrittura vorrebbe ricordare e salvare. Non sono forse i romanzi “inventari di cose perdute: amori, occasioni, speranze, giovinezza, ideali” e insieme “maturare della coscienza”, “fermezza di carattere”, “capacità di resistere al male”[7]? La rievocazione dei possibili dimenticati non è un vano esercizio della nostalgia, ma scoperta di una tradizione alternativa, che sorregga una lotta ancora presente, un’ “altra Napoli”, che si affianca come un doppio insistente a quella dominata e sconfitta. Emerge a contrario, in Mistero napoletano il sogno di un comunismo eretico e libertario, quello in cui credevano Rea e i suoi amici.
Rea non parla a caso di una città-colonia “cupa e melmosa”(10)). Si riferisce in particolare al destino del porto di Napoli, su cui ritornerà anche in Napoli ferrovia; il porto, che incombe con le sue gigantesche e fallimentari strutture sulla città, è per Rea la Grande Occasione perduta, per scelta dei vincitori e asservimento dei vinti: “Darsene dalle quali torreggiavano immensi relitti arruginiti di navi, un mondo insieme spettrale e affascinante, dal quale però non affioravano messaggi decifrabili”(45). Lo sviluppo marittimo e commerciale della città, quello che avrebbe potuto farne una capitale del Mediterraneo, è stroncato dalla decisione dei comandi militari americani di trasformarla in un nodo cruciale della guerra fredda, sede della flotta NATO. Napoli diviene città-colonia in senso letterale: per Rea, non si tratta di una metafora o di una analogia. La città è consegnata volentieri a Lauro (che manteneva a Genova i suoi maggiori interessi economici e commerciali) e il “grande porto per rinascere dopo le disgrazie della guerra” viene “surrettiziamente militarizzato da cima a fondo, nuclearizzato da cima a fondo”(103); “Napoli, ancora oggi, non ha digerito il grande furto subito alla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Il furto del mare”[8]. Questa verità furono pochi a comprenderla e a denunciarla e anche ora non è penetrata nella coscienza collettiva. La causa maggiore del tempo divenuto pietra non è una natura matrigna (o troppo benevola), né l’indole antimoderna e irresponsabile degli abitanti, ma un vero e proprio dominio coloniale: come ovunque nel mondo, esso subordina i colonizzati servi ai colonizzatori e li espropria della loro identità: “Il colono fa la storia. La sua vita è un’epopea, un’odissea. Lui è l’inizio assoluto…”[9]. Nel caso di Napoli, la sottomissione restò larvale e strisciante, trasfigurata in difesa della civiltà occidentale e della democrazia. E’ una lama reale quella che “ferisce a morte” la città e i suoi abitanti: “Napoli divenne insomma una specie di “caput mundi” della guerra fredda, uno dei principali terminali del sistema difensivo dell’intero Occidente”(68).
Rea condensa in un’immagine la stasi del tempo-pietra e l’ottundimento della consapevolezza. E’ per “la nostra vita sommersa, la nostra navigazione cieca”(28) che la storia può fermarsi e arrestarsi: è il teorema dell’acquario. Le ferite reali – la manomissione del porto, la trasformazione della città in colonia- restano confuse e oscurate; il partito comunista accetta in fondo il compromesso geopolitico e strategico garantito dalle grandi potenze, mentre all’interno stronca ogni velleità di coniugare libertà e uguaglianza: “Non fummo in grado di distinguere che la superficie delle cose. Ancora adesso c’è chi non vuole capire…Eravamo pesci rossi in un acquario…Avevamo l’impressione di essere dentro a un oceano: non ci rendevamo conto che a mezzo metro dal nostro naso c’era una parete trasparente, un invalicabile muro invisibile. L’ampiezza dell’orizzonte era soltanto illusione, inganno visivo”(104). L’orizzonte sconfinato sembrava quello del comunismo e della lotta contro i nuovi poteri della città: ma il vicino muro di vetro era lo stalinismo, paradossale e sostanziale disciplina di accettazione dell’esistente.
Lo stalinismo costringe i suoi sudditi all’umiliazione: colpisce chi –sognando nel comunismo un’estensione collettiva della libertà- viene invece ridotto a scegliere tra obbedienza e tradimento. Le condanne morali e politiche non potevano portare in Italia all’eliminazione fisica degli oppositori: ma furono comunque devastanti, quanto più la scomunica dei dissidenti all’interno si univa alla disponibilità esterna al compromesso. “Parlo dello stalinismo come gestione dispotica del potere, come strumento di polverizzazione di ogni forma di dissenso, come complotto, menzogna, trama, morta gora”(23). Il dissenso individuale è l’imperfezione di una superficie levigata, altrimenti trasparente e lucente, l’impurità che contamina il cammino superiore della legge della storia. Questo è vero per lo stalinismo quale fenomeno storico generale. I suoi interpreti napoletani si assunsero il compito di riportare all’ordine un sottoproletariato bastardo e infido, la plebe predisposta al crimine e alla pigrizia: “Un proletariato di straccioni” come li considerava Emilio Sereni, in un articolo scritto in quell’epoca e citato da Rea; “Sono ancora, in fondo, gli antichi lazzaroni napoletani, che vivono di tutto e di nulla, che si offrono a decine a portar la valigia dello straniero di passaggio…Una plebe decaduta, che impronta della sua caratteristica corruzione tutta la vita cittadina”(75). Non potendo spedirla in un gulag come gli arretrati kulaki russi, si alzò una barriera di fronte al suo carattere naturaliter fascista e regressivo, unendo contro di essa l’avanguardia intellettuale del partito e la nuova classe operaia. La plebe –più degli occupanti americani o della borghesia dominante laurina e democristiana- diviene il principale e odiato nemico.
Ancor oggi “Napoli è in guerra” secondo uno degli interlocutori di Rea: e con chi? “Con la plebe”, questa entità mitica, un po’ mostruosa, non fatta di uomini ma di fisicità senza volto, responsabile opaca del ritardo della modernità a Napoli, con tutta “la sua arcaica cupezza”(102). Siamo così di fronte alla terza figura ricorrente nell’immaginario degli intellettuali napoletani del secolo passato: oltre all’Armonia Perduta e al Grande Ritorno, la plebe-magma, Madre divorante di ogni sussulto illuministico della città, che neanche il partito comunista del dopoguerra –secondo Rea- pensò di associare a una rivolta politica e morale, a una presa di parola. Accanto alla plebe, furono condannati anche gli scrittori e gli intellettuali considerati ambigui, perché libertari e irriducibili e dunque pessimo esempio per quella popolaglia già di suo riottosa e indisciplinata: spettri ossessivi, “che si chiamavano rispettivamente Michail Bakunin, Amadeo Bordiga e Lumpenproletariat, vale a dire il mondo naturalmente infetto dei vicoli e degli straccioni che li abitavano”(170). Fantasmi che nulla sembra legare, se non l’immaginario paranoico che odia il disordine, la deviazione dalla norma, l’anomia di chi non si riconosce nella legge suprema e supremamente logica della storia: che sia un anarchico, un comunista eretico o la plebe dei vicoli. L’idea del comunismo a Napoli subisce così la ferita di un rifiuto pregiudiziale e di un giudizio di arretratezza verso “i senza parte” a cui avrebbe dovuto restituire alternative, dignità e parola[10].
Questa umiliazione è tanto più grave perché ne segue un’altra: Napoli nell’immediato dopoguerra è una città devastata dai bombardamenti e dalla vergogna dell’8 settembre, benchè poi si sia cercato di nasconderla con la retorica del riscatto nazionale. Il trauma collettivo si iscrive profondamente nell’animo di Francesca: “L’onta è scesa su di noi. Non per l’armistizio chiesto agli Inglesi…Ma per l’obbrobrio dei Tedeschi, che ci stanno ora occupando le città, disarmando i soldati…”(141). E’ lei stessa a scrivere così nel suo diario: “…Guerra, distruzione, rovina, terrore, crudeltà, sfacelo, disonore, vergogna”(143). Otto sostantivi che descrivono lo stato d’animo di quei giorni, in presa diretta, per così dire, senza che la mitologia postbellica abbia potuto ancora negare il dolore con le sue mistificazioni consolatorie. In questo contesto disgregato, Francesca ruba qualche coperta da una casa abbandonata: un atto che le sarà rimproverato fino al tormento dai dirigenti del partito napoletano, in realtà per colpire il marito irregolare e dissidente, Renzo Lapiccirella.
Come dovevano apparire le città del centro-sud? Rea descrive Littoria, dove era sfollata Francesca, ma l’aspetto di Napoli non era diverso, durante l’occupazione tedesca e i primi mesi di quella americana: “Tutto appare squarciato, ferito, irrecuperabile. Lungo le strade scivolano di tanto in tanto inquiete ombre di uomini e di donne che rapidamente si lasciano inghiottire dal nulla delle macerie”(167). Ed è frequente l’esperienza di chi ricercando la sua casa dopo un bombardamento o tornando dal fronte, trova un terreno spianato, senza più nemmeno i resti delle rovine. Contro questo avvilimento e il disprezzo che si riserva ai vinti voleva lottare la generazione di comunisti del dopoguerra, a cui apparteneva anche Rea, prima di arrendersi al conformismo e all’intolleranza del Partito. Quanto più il trauma collettivo veniva negato e offuscato dallo splendore posticcio della “riconciliazione” nazionale, tanto più feriva in profondità la mente di quella generazione, predisponendola alla disperazione e al suicidio di fronte a un nuovo insuccesso o scacco della storia. Sul vittimismo e il senso di colpa poté prosperare il tradimento della democrazia.
Il trauma storico –e non un incantesimo mitico- crea la scissione tra l’intellettuale e la sua città, la solitudine paradossale e perversa che ritroviamo nelle parole di Compagnone, riportate da Rea, una solitudine immersa nel rumore “senza poesia, senza nulla di allusivo, di pacato, di raccolto”(196). Si accompagna all’apprensione, con cui il passante esprime la costante percezione che dal fondo di un vicolo, da un portone semichiuso o magari da una moto in corsa, possa sorgere improvvisamente un’aggressione verbale o fisica: per cui i confini del proprio corpo sono altrettanto incerti e porosi dei vuoti sotterranei della città. E’ una “Napoli notturna.., in cui non c’è ombra che l’attraversi che non sia fonte d’allarme”(133). Il tatto o la distanza che un individuo pone tra sé e l’altro, così importante per la maschera borghese della persona, soffre a Napoli di inconsistenza. Si ha piuttosto l’impressione che i corpi possano in un attimo fondersi o ammassarsi in ammucchiate plebee, come quelle dipinte da Micco Spadaro, ricolme indiscriminatamente di amore e di odio, pronti a trapassare repentinamente nell’opposto. Ma non si tratta di una irrevocabile e selvaggia naturalità, è bensì l’effetto delle offese e delle degradazioni della storia, subite da una città-colonia.
Non è allora fatale la formazione della “napolitudine”, descritta da La Capria, estrema e edulcorante difesa di fronte alla violenza reale? Appartiene alla napolitudine non il senso del comico (come si è spesso equivocato), ma piuttosto quello del grottesco, che tende a capovolgere un evento in sé tragico nel suo risvolto farsesco: ci si difende così per negazione dall’intollerabile, con uno sberleffo che infine conclude: “Non era che questo! Passerà la nottata!”, anche se il “questo” nel suo primo manifestarsi era fonte di un’angoscia innominabile. “E’ la vecchia Napoli –dice Rea- futile e farsesca, che invano io cerco di oscurare, di esorcizzare con le mie tragedie…In questa città è del tutto impossibile salvarsi dalla commedia”(240). Una tale riduzione al grottesco ha qualcosa di osceno, anche se bisogna riconoscerle una qualche perversa dignità, quando per esempio lo sberleffo, il peto, il pernacchio vengono rivolti alla presenza stessa del potere o della morte[11].
Francesca non è forse l’essere fragile, in cui giungono all’estremo le speranze e le delusioni della storia della città? Francesca aveva “un’aria insieme selvaggia ed evanescente, zingaresca e raffinata”(13), generosa e impulsiva come una Anna Magnani partenopea e in lei si incarna per intero il caotico sussulto di libertà che accompagnò il dopoguerra, il tentativo di reagire all’umiliazione e al torto subiti: è una comunista (così è definita nel titolo del racconto che Rea le ha dedicato), se il comunismo fosse stato ciò che doveva essere e cioè ribellione al torto e affermazione della dignità dei vinti. Nelle parole di Compagnone, “era una donna trascinante. Ricordo con precisione questa sua forza di trascinamento, questa sua tensione interna, questo suo fuoco, questo suo continuo cercare”(195). Come Rea confessa più apertamente nella Comunista, Francesca è il fantasma stesso del suo desiderio, la donna anima e guida, che lo conduce a ritroso nel tempo verso il mondo dei morti, e gli permette insieme di ridare voce e volto alle speranze spente di una generazione. Come in ogni viaggio nel tempo perduto –a partire da quello esemplare di Proust- anche Rea cerca l’immagine ideale, che –almeno nella memoria- restituisca al passato il suo senso smarrito.
La sua vera controparte maschile, nel romanzo, non è Renzo e neanche il narrante, ma Renato Caccioppoli, il gramde matematico comunista e nipote di Bakunin, anch’egli suicida, con cui Francesca compone una coppia regale, un’aristocrazia del desiderio. Con Francesca condivide la ricerca di “frammenti di armonia”, oltre il caos dominante (120). Con lei suona in “impenetrabile dialogo” senza parole. Incarnano lo stesso fantasma ideale: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo…non separato dalla libertà”(256), quale si esprime nel gesto di Caccioppoli dopo la presa di Parigi da parte dei nazisti, quasi un commiato definitivo dalla grande civiltà europea: “Alzò in maniera imprevista il coperchio del pianoforte e…in piedi, con la sola mano destra, accennò al motivo della Marsigliese: pochissime note soltanto, ma senza ritmo, sfibrate, simili a un flebile sospiro”(116).
Caccioppoli, ma lo stesso vale per Francesca, diviene parte del “paesaggio sommerso” di Napoli, “delle sue sere sciroccose e torbide, della sua disperazione romantica”(122); è l’altra Napoli, opposta alla napoletaneria fatta di “spaghetti, buonumore e furfanteria”, insorta in un breve, ricorrente intenso sogno di libertà e sorretta da uno spirito critico inflessibile e ironico. Una razionalità acuminata contro l’esistente, sospinta nel suo fondo da un desiderio divorante di felicità. Questa è l’immagine dialettica ideale che Rea ha trovato nel suo Grande Ritorno, questo gli dicono –risorgendo dalle acque infere- le anime dei suoi amici perduti.

Mario Pezzella, 14 luglio 2017 da http://www.leparoleelecose.it/?p=28403

[1] E. Rea, La dismissione, Feltrinelli, Milano 2014, p. 349.
[2] E’ il termine con cui Heidegger designa la natura ridotta a “materiale” o utensile dello sfruttamento ad opera della tecnica. «Tutto (l’ente nella sua totalità) si allinea senz’altro nell’orizzonte dell’utilizzabilità, del dominio o, meglio ancora, dell’ordinabilità di ciò di cui bisogna impadronirsi. Il bosco smette di essere un oggetto […] e diviene […] per l’uomo che vede a priori l’ente nell’orizzonte dell’utilizzazione, “spazio verde”. Niente può più apparire nella neutralità oggettiva di un “di fronte”. Ci sono ormai soltanto risorse: depositi, riserve, mezzi» (M. Heidegger, Seminari, Adelphi, Milano, p. 141).
[3] E. Rea, La fabbrica dell’obbedienza, Feltrinelli 2011, p. 163. Rea si riferisce in particolare a Spaventa e De Sanctis.
[4] E. Rea, Il caso Piegari, Feltrinelli, Milano 2014, p. 57.
[5] E. Rea, Nostalgia, Feltrinelli, Milano 2016, p. 201.
[6] E. Rea, Mistero napoletano, Einaudi, Torino 1995. D’ora in avanti numero di pagina in corpo testo fra parentesi.
[7] E. Rea, Il sorriso di Don Giovanni, Feltrinelli, Milano 2016, p. 224.
[8] E. Rea, Napoli ferrovia, cit. p. 301.
[9] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1975, p. 40. L’identità del colono è propriamente umana e l’umano si confonde col suo essere e agire; il colonizzato appartiene invece al mondo del dato e della natura immediata, e come tale deve essere negato, superato, o –nel migliore dei casi- educato, perché acceda a una forma di vita paragonabile a quella dell’uomo.
[10] Che sia questa la posizione stessa di Rea è stato ben compreso da A. Tricomi: “Rea auspica, ben più di quanto possa dimostrare, una collettiva presa di coscienza che – con l’intento di attualizzare su basi in parte nuove il sogno comunista reso violentemente inservibile a quella generazione di intellettuali descritta in Mistero napoletano – cerchi, a Napoli come pure altrove, di riappropriarsi dell’eredità della rivoluzione del ’99 interpretandola in maniera pressoché opposta a quella di La Capria. Non cioè come la conferma che solo in alto, quindi dalla grande borghesia, possono essere abbozzati disegni di avanzamento socio-culturale generalmente condannati a essere sabotati in basso, ossia dagli oppressi, ma come la dimostrazione che l’autentico progresso civile scaturisce da progetti, di matrice comunitaria, elaborati dagli esclusi”. “Sempre a Napoli, nel 1799”, ne Il Ponte on line del 3 marzo 2017, http://www.ilponterivista.com
[11] Questa riduzione del tragico a commedia e lo sberleffo contro il potente sono i due poli tra cui si muove l’opera di Eduardo.

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