24 luglio 2017

IL CAMMINO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA


Radici storiche e significati esoterici di un viaggio alla fine della terra e ritorno. Le foto sono quelle del nostro personale cammino.

Raffaele K. Salinari

Il cammino di Santiago di Compostela

Il 25 di luglio gli spagnoli festeggiano il loro santo protettore: San Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni, entrambi soprannominati Boanerges (Figli del Tuono), per il loro temperamento impulsivo. Da più di mille anni, ogni giorno, centinaia di persone abbracciano la sua statua nella Cattedrale di Santiago di Compostela, in Galizia. Sono i Pellegrini che convergono verso questo antico luogo di culto dai vari Cammini che, da tutte le nazioni del Vecchio Continente, arrivano alla città costruita intorno alla tomba dell’Apostolo. La leggenda jacobea narra della sua predicazione in Galizia. Qui arrivato dalla Palestina convertì i locali al cristianesimo e dopo qualche anno fece ritorno a Gerusalemme in occasione della Dormizione mariana, dove, nel 42, fu decollato per ordine di Erode Agrippa I. I suoi discepoli, ligi alla tradizione che il corpo di un predicatore doveva essere sepolto nella terra in cui aveva operato, lo riportarono in Galizia, nel luogo che poi si chiamò Santiago di Compostela.

La leggenda del Campo delle stelle

Compostela deriverebbe dal latino campus stellae, cioè campo della stella. Secondo una tradizione medievale che appare per la prima volta nella Concordia de Antealtares (1077), l’eremita Pelayo (Pelagio), scorse delle luci notturne a forma di stella che si producevano nel bosco di Libredón, dove ancora esistevano le vestigia delle antiche fortificazioni di un antico villaggio celtico. A questo punto, illuminato più che dalle piccole comete, da una luce interiore, avvisò il vescovo di Iria Flavia (l’attuale Padrón), Teodomiro, che, recatosi sul posto, scoprì un sarcofago con i resti di tre corpi, due intatti ed uno senza testa, ed una scritta: «Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé». Il prelato decretò che si trattava dei resti dell’apostolo Giacomo e dei suoi due discepoli Teodoro e Attanasio, che ne avevano trasportato il corpo sino a lì.

Altra teoria riguardo l’origine del nome è legata al latino composita tella (terra felice), in realtà un eufemismo per cimitero, data la presenza nel luogo di una antica necropoli. IlCronicón Iriense (XI-XII) invece, lo fa derivare da compositum tellus, terra composta o bella, sostenuto anche dalla Crónica de Sampiro del XII secolo che dice: Compostela, id est bene composita (cioè che è ben fatta). E dunque Compostela sarebbe risultata sin dall’antichità romana una «cittadina ben fatta», come poi la renderà la ricostruzione e fortificazione del XI secolo dopo la distruzione dell’arabo Almanzor nel 997. Fu Bermudo II di León a ricostruirla, ma si deve al vescovo Diego Xelmírez la trasformazione della città in luogo di culto e pellegrinaggio, facendo terminare la costruzione della Cattedrale, iniziata nel 1075, ed arricchendola con numerose reliquie. Crespo Pozo e Luis Monteagudo, a questo proposito, lo considerano un toponimo pre-jacobeo, perché ci sono più Compostelas in Galizia.

Ma esiste da ultima, e non per ordine di importanza, una interpretazione che lega il culto cristiano all’esoterismo alchemico di cui il Cammino, come vedremo, è una metafora non solo astratta ma decisamente operativa. Questa interpretazione nasce dalla leggenda secondo cui il corpo dell’Apostolo, deposto su una pietra, comincio a fonderla costruendo così il suo stesso sepolcro. Ángel María José Amor Ruibal (1869–1930), un canonico insegnante dell’Università di Compostela, nel suo ponderoso Los problemas fundamentales de la filología comparada, ricorda che il significato originario di compositum, è «interrato», che già compare in Virgilio, e dunque lo interpreta come «luogo dove sta interrato qualcosa». In questo caso certo il corpo di San Giacomo che, per così dire, si scava il suo stesso sepolcro, ma anche dove resta interrata, cioè impressa a fondo sulla superficie terrosa di uncompositum, una stella.

Ora, come risaputo anche dai profani, la prima fase dell’Opera alchemica è detta «opera al nero», dal colore del compost appunto che si ottiene dalla dissoluzione della cosiddetta Prima Materia, che ritroveremo lungo il Cammino di Santiago. Quando si sta per passare alla seconda fase dell’Opera, quella «al bianco», i testi alchemici dicono che «sul compostappare una stella», segno della progressiva formazione del sale, lo «zolfo filosofico». E dunque, in conclusione, compost stellae, Compostela, indicherebbe il passaggio dalla prima alla seconda fase della Grande Circolazione.
La storia della Cattedrale ed il Cammino
La scoperta del sepolcro fu propizia per Alfonso II delle Asturie detto «il Casto» (789-842), che fece un pellegrinaggio — annunciato all’interno del suo regno ed all’esterno — in questo nuovo luogo di culto della cristianità, in un momento in cui l’importanza di Roma era decaduta e Gerusalemme non era accessibile perché posseduta dai musulmani. Il sovrano ordinò dunque la costruzione di un tempio dove i monaci benedettini, nell’893, fissarono la loro residenza. Iniziarono così i primi pellegrinaggi alla tomba dell’Apostolo, dapprima dalle Asturie e dalla Galizia poi da tutta Europa. Venne allora fondato il Santuario di Santiago di Compostela, divenuto in seguito Cattedrale e poi Basilica. E così, attraverso antiche vie prevalentemente romane o tracciate nel corso del tempo dai pellegrini, si aprono i Cammini verso Santiago, composti da varie tappe e da una serie crescente di Ospitali, luoghi di accoglienza che forniscono un letto per la notte ed un pasto frugale per chi chiede accoglienza nel nome del Santo. Nel corso dei secoli tutto questo non è cambiato molto, ed ancora oggi la logistica del Cammino è a misura dello spirito di chi lo percorre. Se si osservano bene molti degli edifici anche nelle nostre città, si ritrova effigiata una conchiglia di San Giacomo o una stella, segno che anticamente questi erano poste per i Pellegrini.

Anche le fortune del pellegrinaggio sono legate alla storia del Continente, ovviamente. L’uso politico del Sepolcro divenne massimo durante la reconquesta cristiana dei territori iberici occupati dai Mori, basti pensare all’icona di Santiago Matamoros, cioè uccisore di Mori. Questa trovata, totalmente avulsa dalla storia pastorale dell’Apostolo, trova la sua origine nella scena originaria della miracolosa intercessione del Santo nella Rioja, attorno al castello di Clavijo, dove Santiago, su un cavallo bianco, avrebbe guidato alla vittoria le armi cristiane di Ramiro I d’Asturia contro i musulmani di Al-Andalus il 23 maggio 844. L’episodio diede una forte spinta al Pellegrinaggio, sostenuto anche da un decreto apocrifo attribuito al medesimo Ramiro I, di un tributo annuo di primizie di grano e vino, dovuto da tutta la Spagna «para el mantenimiento de los canónicos que residen en la iglesia del bienaventurado Santiago y para los ministros de la misma iglesia» al fine di «magnificare e conservare la Cattedrale di Santiago in segno di profonda gratitudine e perenne devozione per la liberazione della Spagna».

Con la liberazione dei luoghi santi in Palestina e le lotte tra papato ed impero in Europa, il Cammino venne trascurato per secoli, anche se i Pellegrini continuarono, seppur in chiave minore, il loro percorso devozionale o di ricerca spirituale. Il rilancio avvenne nello scorso secolo quando, il 23 ottobre 1987, il Consiglio d’Europa riconobbe l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa per giungere a Santiago de Compostela, dichiarando la via di Santiago «itinerario culturale europeo», anche finanziando adeguatamente le iniziative per segnalare in modo conveniente el camino de Santiago.
Oggi, come secoli fa, esistono dunque diversi Cammini: la Ruta de la Costa, cioè la via di Santiago lungo la costa cantabrica, è quella più antica, a testimonianza che i Pellegrini arrivavano a Santiago da porti atlantici anche più ad est di La Coruña. Le principali vie di terra sono descritte nel Codex calixtinus (il Liber Sancti Jacobi) ed erano, e sono ancora: dall’Italia, la via Francigena attraverso i passi del Moncenisio o del Monginevro, e poi la via Tolosana fino ai Pirenei; dalla Francia, la via Tolosana, utilizzata anche dai pellegrini tedeschi provenienti dalla Oberstrasse, la via Podense da Lione e Le Puy-en-Velay, che passava i Pirenei a Roncisvalle, la via Lemovicense, da Vézelay per Roncisvalle, la via Turonensis da Tours, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse. Per qualunque di questi Cammini arrivassero i Pellegrini, il punto di raccolta era, ed è, il Puente la Reina. Esiste infine il Cammino Portoghese che parte da Lisbona, passando poi da Coimbra e Porto, ed arriva a Santiago dopo circa 700 kilometri.

I simboli del Cammino

Il Pellegrino che intraprende il Cammino, si dota dei simboli del pellegrinaggio, che lo rendono riconoscibile e gli danno un profondo senso identitario e di comunione con gli altri che percorrono la stessa strada. In origine, ad ancora oggi, sono fondamentalmente tre: il bastone, la zucca e la conchiglia. Il bastone rappresenta la «terza gamba» del viandante alla quale appoggiarsi durante le salite faticose o semplicemente per scostare i rami che possono nascondere insidie; al bastone si appendeva poi la zucca per l’acqua, oggi sostituita dalle moderne borracce. Un tempo senza bastone non si veniva accolti negli Ospitali perché era con questo che si doveva bussare alla loro porta. Infine ecco la conchiglia, simbolo del Cammino per antonomasia, onnipresente come indicatore della giusta direzione sui cippi miliari o cucita sugli abiti del viandante. La conchiglia era una tempo raccolta all’estremo limite del Cammino, che oltrepassava Santiago per giungere, ancora oggi, a Fisterre, cioèfinis terrae, la «fine della terra» come, prima delle scoperte di Colombo, veniva considerata questa punta all’estremo ovest della Galizia. Qui, sulle spiagge ventose scosse dalle onde dell’Atlantico, il Pellegrino raccoglieva la sua conchiglia, detta di San Giacomo, come prova del compiuto pellegrinaggio. Oggi la conchiglia si prende all’inizio del Cammino e si porta sempre con se, ma arrivati a Fisterre, si cercherà la propria conchiglia finale, magari insieme a qualche cosa di altro, di cui tra poco parleremo, e si brucerà un indumento usurato dal percorso come simbolo di rinascita. Altri getteranno il bastone tra le onde del grande mare antico osservando il sole al tramonto compere la sua opera sullo spirito.

Il viaggio alchemico

Ma, da sempre, il Cammino ha rappresentato per gli adepti, o per coloro che volevano essere iniziati alla Grande Opera, una prova preliminare della loro volontà di intraprendere un percorso mistico all’interno della materia come di se stessi. Abbiamo già detto che il nome stesso di Compostela richiama la prima fase dell’Opera, ma è giusto chiarire che la mortificazione di cui parla l’«opera al nero», la nigredo, il caput mortuum, è innanzi tutto, qui, metafora del corpo stesso dell’adepto che, attraverso le fatiche del viaggio, impara a conoscere la sua Prima Materia, fondendosi col Cammino, imparando il dono del silenzio, della meditazione, dell’ascolto dei simboli naturali che la Grande Madre gli propone ad ogni incrocio. E così ogni passo diviene un destino, ogni battito un attimo di tempo fuori dal tempo, ogni respiro quello che ci fece nascere, ogni sasso l’immagine della nostra stessa anima che, rotolando senza posa sul sentieri scoscesi ed impervi, sulle allungatoie della conoscenza, potrà forse, un giorno, purificarsi tanto da pervenire a farsi attraversare dalla lice dello spirito che tutto anima e vivifica.

Se questo percorso nella materia del Cammino avviene anche nello spirito del Pellegrino, ecco che l’«opera al nero» sarà compiuta poiché, com’è risaputo, l’alchimia è un’Arte operativa nella quale la materia operata nel crogiolo alchemico, nel crucibulum, cioè sulla croce del sacrificio, corrisponde alle trasformazioni dell’operatore, creando un sistema di intime corrispondenze. E cosa sono queste se non la possibilità che viene offerta lungo il Cammino di identificarsi progressivamente con tutto, con il Tutto?. Ecco, allora, che ogni crocefisso in pietra assume una tonalità che travalica quella puramente cristiana: la sua forma esagonale ci ricorda la trasformazione del quadrato, la terra, nel cerchio del cielo.
Arrivati adesso alla grande Chiesa potremo, nel Portico della Gloria, se conosciamo il significato del gesto, porre le nostre braccia all’interno delle due bocche di leone dominati da Ercole, che campeggiano alla base del pilastro centrale, per simboleggia la padronanza della Forza, per poi appoggiare la nostra testa a quella della piccola statua di Maestro Matteo l’architetto che edificò la chiesa, come segno di rispetto ed invocazione della sua Saggezza muratoria, ed infine entrare nella Bellezza della chiesa perché il suo splendore compia in noi tutto questo.

Ed ora, finalmente, siamo pronti all’ultima tappa: ci spingeremo sino a Fisterre, ma prima di arrivarci faremo tappa in un piccolissimo villaggio dal nome misterioso, che non riporteremo se non dicendo che contiene una chiara allusione ermetica, la cui spiaggia di là dal Cammino, porta il fascino di nascondere tra la sabbia la Prima Materia metallica vera e propria, quella da cui si partirà, una volta rientrati nel proprio laboratorio, per trasmutare se stessi nell’Oro dei filosofi: nella pienezza delle proprie possibilità esistenziali in comunione con la Madre Materia. E così, a Fisterre, dove la fine coincide con l’inizio, si chiude il cerchio tra la parte esoterica e quella essoterica del Cammino, intrecciate inestricabilmente, trapassanti l’una nell’altra come le volute della conchiglia che lo rappresenta.

Il Manifesto/Alias – 22 luglio 2017

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