07 febbraio 2012

La magia del cinema





 
Il  2011 ci ha regalato due films  che fanno riscoprire la magia e lo stupore  del vero cinema.
 Il primo s’intitola The Artist  e si deve a  Michel Hazanavicius. Il regista francese  porta sullo schermo un film ‘muto'. Cioé un film con musica e cartelli su cui scrivere (neanche tanto spesso) le battute dei personaggi. Si potrebbe subito pensare a un'operazione da filologi cinefili da far circuitare nei cinema d'essai. Non è così. La filologia c'è ed è così accurata da far perdonare l'errore veniale dei titoli di testa scritti con una grafica e su uno sfondo che all'epoca erano appannaggio dei film noir. Hazanavicius conosce in profondità il cinema degli Anni Venti ma questa sua competenza non lo ha raggelato in una riesumazione cinetecaria. Si ride, ci si diverte, magari qualcuno si commuove anche in un film che utilizza tutte le strategie del cinema che fu per raccontare una storia in cui la scommessa più ardua (ma vincente perlomeno al festival di Cannes) è quella di mostrare che fondamentalmente le esigenze di un pubblico distante anni luce da quei tempi sono in sostanza le stesse. Al grande schermo si chiede di raccontare una storia in cui degli attori all'altezza si trovino davanti una sceneggiatura e un sistema di riprese che consentano loro di ‘giocare' con i ruoli che gli sono stati affidati. Se poi il film può essere letto linguisticamente anche a un livello più alto (come accade in questa occasione in particolare con l'uso della colonna sonora di musica e rumori) il risultato può dirsi completo. Vedere per credere.
L’altro capolavoro, intitolato  Hugo Cabret, si deve al maestro del cinema americano Martin Scorsese. Il film  racconta l'incredibile avventura di un orfanello che vive nella stazione ferroviaria di Parigi Gare du Nord negli anni Trenta, aggiustandone gli orologi.  Sempre in fuga dal cattivo ispettore di stazione che lo cerca per condurlo in un orfanatrofio, il piccolo Hugo ha il desiderio di far funzionare uno strano automa meccanico eredità di suo padre defunto e unico legame che il ragazzo ha con la  memoria del genitore scomparso. Nel tentativo di capire come  assemblare i meccanismi di questa sorta di robot, Hugo si imbatterà nella curiosa e vivace Isabelle e in suo padre George Melies, (uno dei padri fondatori dell'arte cinematografica, ormai costretto a vendere giocattoli in stazione) e tutti insieme, i protagonisti del racconto, porteranno a nuova vita l'automa misterioso e con lui la magia stessa del cinema. Dichiarazione d'amore colta e raffinata che il regista offre all'oggetto della sua passione, “Hugo Cabret” celebra il cinema nella sua essenza più pura di fabbrica dei sogni indispensabile alla vita, là dove un ragazzino si abbandona al piacere dell'illusione e un vecchio cineasta visionario come Melies, trova la sua seconda occasione. Tutto, dalla costruzione della storia ai riferimenti cinefili, dalla tecnologia 3D (che mai invade quanto piuttosto accoglie lo spettatore) alla bella scenografia di Dante Ferretti contribuisce al fascino di una favola senza tempo che emoziona e seduce.

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