Nel luogo d'origine
dei Finzi-Contini si inaugura il Museo dell'Ebraismo Italiano e della
Shoah (MEIS). Raccoglierà la storia e la cultura degli israeliti
italiani. La struttura sorge in un ex carcere dove nel 1943 furono
imprigionati gli uomini e le donne destinati ai lager.
Paolo Rumiz
Felice Hanukkah. Nasce
a Ferrara la casa degli ebrei
Che c'entra Abramo con le
verdure fritte in pastella? C'entra, come i carciofi alla giudìa. Le
donne ebree immigrate in Italia cucinavano così. Sono loro che, con
gesti d'alchimista, ci hanno insegnato a trasformare zucchine e
carote in succulente pepite in padella. Abbiamo dimenticato — o
forse ci hanno abituato a rimuovere — quanto di israelita si sia
travasato nella cultura e nei costumi della Penisola.
Per esempio che, nella
Grande guerra, gli Ebrei ebbero, nell'esercito regio, sei volte più
decorati rispetto alla media. O che vi furono 200 Ebrei fra i
fascisti della marcia su Roma. Oppure che aggettivi come "fasullo"
e "sciamannato" sono arrivati qui dal Medio Oriente, dopo
affascinanti peripli nel Mediterraneo o nell'Europa
centro-settentrionale.
Impareremo molto dal
Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah (Meis), che si apre oggi a
Ferrara con l'accensione della seconda candela di Hanukkah in
concomitanza con la festa di Santa Lucia. Scopriremo quanto, fra i
poli di Spagna-Sefarad e del nord ashkenazita, l'Italia sia stata
centrale nel mondo ebraico; ma anche quanto di ebraico sia rimasto in
Italia nei millenni, nonostante il succedersi di dominazioni e un
drammatico alternarsi di tenebre e luce.
Voluto dal parlamento
italiano con legge del 2003 (primo firmatario Dario Franceschini,
ferrarese, oggi ministro dei Beni culturali), il Meis aprirà domani
al pubblico la prima delle cinque sezioni previste, dedicata alle
origini e ai primi mille anni di presenza ebraica in Italia.
Nel 2020, una volta
completato, diverrà uno dei più grandi contenitori culturali della
nazione. Ferrara dunque: città dove l'ebraismo è nell'aria, nei
mattoni, nei canali, nei vicoli e nelle stesse brume padane. Ferrara
dei Finzi-Contini, dove alla fine del Quattrocento gli Estensi danno
il benvenuto agli Ebrei espulsi dalla penisola iberica e dal Sud
Italia in nome della "limpieza" razziale e religiosa.
Ferrara maledetta dal
Papa per la sua apertura ai Giudei, e dove Ariosto è subito tradotto
in ebraico; la città di Isacco Lampronti, immenso talmudista, di
Theodor Herzl, padre del sionismo moderno, di Donna Garcia Ha Nasi,
imprenditrice dalla vita leggendaria fra Spagna, Italia, Turchia e
Terrasanta.
In questo mondo dove le
pietre parlano, ecco, all'interno delle vecchie mura, l'edificio
dell'ex carcere, completamente ripensato, che diventa polo di
cultura. «Non c'è niente di più ebraico che aprire alla conoscenza
un luogo chiuso», sorride la direttrice Simonetta Della Seta.
«Quando arrivai qui la prima volta, contai le celle, vidi che erano
32 e vi lessi un segno. Per la cabalà 32 è un numero speciale,
quello dei sentieri dell'albero della vita e delle vie della sapienza
suggerite dall'alfabeto ebraico.
È stata anche questa
coincidenza a farmi accettare una sfida entusiasmante». Un lavoro
complesso, ma maledettamente necessario, specialmente ora che il buio
del pregiudizio sta facendosi nuovamente strada in Europa, un lavoro
portato avanti col supporto di tre curatori di prima grandezza: Anna
Foa, Giancarlo Lacerenza e Davide Jalla. Una mobilitazione a tutto
campo. Entri e, in 24 minuti di film, hai la storia d'Italia letta
con gli occhi degli Ebrei.
Si parte dalla
distruzione del Tempio per mano dell'esercito imperiale e la
conseguente deportazione in Italia della classe dirigente di
Gerusalemme, ridotta in schiavitù ma presto riscattata dagli Ebrei
romani. E così avanti, fino agli anni della grande fioritura tra
Settimo e Nono secolo quando il popolo del libro, scrive Jalla,
ritrova l'uso dell'ebraico ed esprime grandi testi letterari e
scientifici; e ancora oltre, fino alle soglie del regno di Federico
di Svevia, quando nel sud gli Ebrei diverranno il dieci per cento
della popolazione e si troveranno a fare da ponte fra antico e nuovo,
fra l'Islam, Bisanzio e il mondo cristiano. Un lievito che aiuterà
ad amalgamare un Mezzogiorno mai così vivo e plurale, abitato da
Longobardi, Svevi, Normanni.
Prosegui a zigzag tra
celle restituite allo spazio e alla luce, e rivedi con occhi nuovi
ciò che credevi di avere sempre saputo. Impari che il Colosseo è
stato eretto con l'oro ricavato dal bottino delle guerre giudaiche,
che le colonne tortili di San Pietro hanno avuto per modello quelle
descritte nella Torah, o che il primo Golem non è nato affatto nella
brumosa Praga ma secoli prima nel sole della Puglia, per mano di
alchimisti della stessa stirpe.
Scopri che il baccalà,
il pesce marinato in agrodolce e la zucca caramellata al forno sono
piatti di importazione ebraica. E se guardi agli ultimi due secoli,
ti addentri in altri labirinti del non detto per ripetere che
l'Italia ha avuto un primo ministro ebreo, Luigi Luzzatti, e che
ebreo era pure il segretario del conte di Cavour, Isacco Artom.
Per nessun altro popolo
storia e geografia coincidono in modo così perfetto, ed ecco che il
viaggio continua tra mappe e schermi parlanti sull'epopea di un
popolo errante in cerca di terre dove vivere. Ecco la statua
originale di Tito portata dal museo archeologico di Napoli; ecco le
monete con la scritta Judea capta a sigillo delle guerre contro gli
Ebrei ribelli di Israele; ecco la simulazione fortemente emozionale
dell'incendio del Tempio. Oltre, un arco di Tito su scala uno a due e
la riproduzione in gesso del bassorilievo che lo abita, dedicato al
trionfo dell'esercito in marcia col leggendario candelabro a sette
braccia. Una sottomissione dura, che però non diventa mai
antisemitismo, prova ne sia che Roma, in quegli stessi anni, ha già
quattordici sinagoghe.
E ancora una simulazione
perfetta delle catacombe ebraiche di Villa Torlonia e del Cubicolo
dei Pegasi, quest'ultimo affrescato con figure umane a testimonianza
dell'influsso latino nei costumi degli Ebrei di Roma. Estetica latina
e religiosità orientale si influenzano a vicenda per secoli, facendo
degli Ebrei italiani qualcosa di diverso rispetto ad ashkenaziti e
sefarditi.
Un mondo articolato in
centinaia di comunità, meticolosamente narrate dal viaggiatore
ebreo-spagnolo Beniamino Da Tudela, che nel Dodicesimo secolo
attraversa a piedi la penisola battezzata "I Tel Yah",
isola della rugiada divina. E che dire della Genizah del Cairo, da
poco ritrovata, dalla quale emergono spartiti che assegnano
all'Italia la primogenitura della musica ebraica. Ora tutto questo
torna alla luce, in un percorso che aiuta ad andare oltre la
schiacciante memoria della Shoah.
E c'è chi mai avrebbe
immaginato che un simile sogno potesse avverarsi: Corrado De
Benedetti, classe 1927, tuttora membro attivo di un kibbutz
israeliano, che in quella prigione fu rinchiuso dai fascisti nel '43
in attesa di essere portato in Germania. «È stato qui — dice dopo
aver ritrovato la sua cella — che ho cominciato a pensare di
costruire una società più giusta, fondata su valori democratici ed
ebraici».
La Repubblica – 13
dicembre 2017
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