11 marzo 2012

Ciascuno cresce solo se sognato...





E’ stato un vero piacere per me leggere il libro curato da Elisa Medolla e Roberto Sandrucci - Ciascuno cresce solo se sognato”. La formazione dei valori tra pedagogia e letteratura - pubblicato da Salvatore Sciascia alla fine del 2003, nella collana “percorsi formativi” diretta da G. Cacioppo.  L’opera, ignorata dalla cultura aziendalistica ormai imperante ovunque, è una miniera da esplorare particolarmente adatta  agli insegnanti che non hanno smarrito l’amore per il loro difficile lavoro.  Il titolo è preso dal verso di una poesia di Danilo Dolci,  sapientemente commentato da Elisa Medolla in uno dei saggi che compongono il volume.   Si articola in dodici  brevi monografie che, nonostante la loro autonomia - come nota Nicola Siciliani de Cumis in Prefazione - sono legate tra loro dalla tensione comune verso la rottura degli schemi tradizionali dell’insegnare e dell’apprendere.
           Dai singoli saggi vengono fuori ritratti insoliti di alcuni  protagonisti del secolo scorso ( tra gli altri, G. Anders, J. Dewey, Lorenzo Milani, M. Montessori, E. Vittorini, T. Mann, A. Gramsci, C. Zavattini, D. Dolci).  Non essendoci qui spazio sufficiente per analizzarli tutti, mi soffermerò brevemente soltanto su quelli che mi hanno maggiormente colpito.
           Il primo è dedicato a Gunther Anders, l’ autore di celebri libri -  Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki (1961); L’uomo è antiquato ( I. 1963) e  Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale (II. 1992) – che hanno  fatto riflettere diverse generazioni sulla svolta epocale segnata dallo scoppio della prima bomba atomica. Ne è autore  Roberto Sandrucci, uno  dei due curatori del volume, che non manca polemicamente di ricordare i rapporti difficili avuti da Anders, fin da giovane, con il maestro  Heidegger. L’uomo che ha dedicato una vita intera a parlare e a scrivere su Hiroshima e dintorni è stato più volte accusato di essersi fissato su un unico problema. Ai suoi critici Anders  ha replicato osservando che la sua “fissazione” serviva soltanto a destare dal sonno quanti non coglievano la portata simbolica dell’evento atomico, frutto estremo di quella “tecnicizzazione dell’esistenza” che ha trasformato gli uomini in rotelle inconsapevoli di un meccanismo infernale.

           L’interesse di Gramsci per  i problemi educativi non è  una scoperta  di Maria Pia Musso. Il merito maggiore del suo saggio   va ricercato nella sua attenta lettura dell’epistolario gramsciano che, integrata dalla  conoscenza dell’edizione critica dei Quaderni, le permette di   evidenziare l’attenzione costante prestata dal sardo ai problemi del linguaggio, alle fiabe, alle tradizioni popolari e al loro rapporto con la politica. La Musso ricorda che Gramsci in carcere, tra il 1929 e il 1932, tradusse  perfino alcune favole  dei Grimm   e  la lettera alla sorella del 18 gennaio 1932, di cui  riportiamo un brano, permette di capire l’uso che intendeva farne:

Ho tradotto dal tedesco, per esercizio, una serie di novelline popolari, proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini, e che anzi in parte rassomigliano loro, perché l’origine è la stessa. Sono un po’ all’antica , alla paesana, ma la vita moderna , con la radio, l’aeroplano, il cinema (…)non è ancora  penetrata abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d’ora sia molto diverso dal nostro d’allora. Vedrò di ricopiarle in un quaderno e di spedirtele (…) come un mio  contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli. Forse il lettore dovrà metterci un pizzico di ironia (…) nel presentarle agli ascoltatori, come omaggio alla modernità (…) Del resto, non so se ricordi: io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato di vedere zia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità relativa di allora…       

            Non meno interessante il contributo di Chiara Ludovisi su don Lorenzo Milani. La centralità data dal priore di Barbiana all’educazione linguistica viene messa nel giusto rilievo: “La parola è la chiave fatata che apre ogni porta”; “è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui”. La padronanza della parola e la conoscenza delle lingue sarà sempre considerata la precondizione essenziale per accorciare le distanze create da ogni  società classista.
           Il godimento intellettuale solitario sarà sempre vissuto da don Milani come una diabolica tentazione. Ecco perché i ragazzi di Barbiana hanno ben riassunto la lezione del loro straordinario maestro nelle parole che scriveranno nella famosa Lettera a una professoressa: “Il sapere serve solo per darlo”.
          Concludiamo con il saggio di  Elisa Medolla  su D. Dolci.  Dell’anomalo sociologo viene innanzitutto evidenziato il costante impegno educativo e la sua  capacità di far rivivere la lezione dei grandi spiriti del passato. Particolarmente emblematico il suo rapporto con la maieutica socratica:

Una levatrice aiuta a far nascere la nuova vita che una persona ha in sé. Così il domandarsi, il domandare cosa è la speranza, l’amore, la vita, tende a far nascere una risposta in quanto ciascuno ha sperato, amato, vissuto, cioè già possiede in sé i semi della risposta (…) Occorre individuare oltre la favola socratica – e il modello socratico stesso – il nodo essenziale: come approfondire e allargare l’osservazione; come esercitarla ed esprimerla in forme diverse valorizzare l’esperienza personale per cercare di risolvere i problemi che la vita ci chiede di risolvere. (D.Dolci, Chissà se i pesci piangono, Einaudi 1973, pp.265-266)

          Altrettanto creativo il suo confronto con Gesù Cristo che trova la sua più compiuta espressione in uno dei suoi ultimi libri, La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, 1996.  Per Danilo ( il Dolci amava farsi chiamare da tutti solo per nome) le parabole evangeliche sono “inviti a scoprire” ciò che si nasconde dietro il velo dell’allegoria.  Pertinente appare infine il riferimento a Tolstoj, altra “creatura profetica” il cui esempio sarà sempre tenuto presente dal triestino trapiantatosi in Sicilia. D’altra parte era profondamente convinto che “senza un vivo rapporto coi principi, senza tensione a fini e ideali (…), i nostri interessi appassiscono, si rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce”.


Francesco Virga       

2 commenti:

  1. Amici mi dicono che spesso non riescono a mandare i loro commenti. Trascrivo pertanto il veloce scambio epistolare avvenuto via e-mail con uno di loro:

    Caro Franco,
    che spiegazione dai alla frase: ”Ciascuno cresce solo se sognato”? Non credo di capirla fino in fondo. E ciò dipende sicuramente dalla mia ignoranza persistente sull’opera di Dolci di cui davvero vorrei che scrivessi più spesso.
    Grazie, comunque.
    Fabrizio

    Caro Fab,
    per comprendere il senso che Danilo dava al verso che ti ha colpito può essere utile trascrivere per esteso il contesto da cui è tratto:
    C'è chi insegna
    guidando gli altri come cavalli
    passo per passo:
    forse c'è chi si sente soddisfatto
    così guidato.

    C'è chi insegna lodando
    quanto trova di buono e divertendo:
    c'è pure chi si sente soddisfatto
    essendo incoraggiato.

    C'è pure chi educa, senza nascondere
    l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
    sviluppo, ma cercando
    d'essere franco all'altro come a sè,
    sognando gli altri come ora non sono:
    ciascuno cresce solo se sognato.

    Danilo Dolci, Poema umano, Einaudi 1974.
    A me piace per la sua apertura al NON ANCORA di blochiana memoria. Un filo lo lega anche a quel pensiero di Goethe dedicato, su questo stesso blog, il mese scorso ai miei figli.
    Il verso, come l’intera poesia, si presta comunque a molteplici interpretazioni.
    Grazie per la tua costante attenzione,
    Franco

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  2. bellissimo...sognando gli altri come ora non sono

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