06 maggio 2020

SGUARDI SULL'INCEDERE DELLE DONNE










Laura Marzi



Sguardi sull’incedere delle donne



L’oggetto che fa da fulcro a Salambó Unbounded di Raffaele K. Salinari (Edizioni Punto Rosso, pp. 96, euro 9) è una catenella, quella che nel romanzo di Gustave Flaubert lega le due caviglie di Salambò e che verrà rotta nel momento in cui la donna-divinità cartaginese si unirà con il guerriero Matho nell’amplesso. Questo libro stesso di Salinari è una catenella che si compone di una serie di riferimenti disparati, che spaziano dalla Bibbia a Truffaut, tracciando una mappatura dell’incedere delle donne.



Si tratta di un tema tanto specifico quanto universale, tanto – è il caso di dirlo – sotto gli occhi di tutti quanto trascurato come oggetto di studio, almeno intellettuale. Se si osserva, infatti, la foto di Ruth Orkin riportata nel testo, scattata a Firenze nel 1951, è evidente come le donne che camminano siano davvero oggetto di studio. Anche se nell’istantanea in questione a colpire più che la dedizione è la prepotenza degli uomini che guardano e la sofferenza fuggitiva di lei che deve camminare, costretta seppur donna a muoversi. La foto dimostra quanto anche quello al movimento sia stato un diritto da conquistare per il genere femminile e come esso non fosse ancora così pacificamente acquisito in Italia, a Firenze, nella metà del XX secolo.



Ovviamente nel testo di Salinari troviamo un riferimento a Gradiva, la novella di inizio ‘900 che nella sua semplicità racconta una storia mirabolante: da bassorilievo scolpito in una città abbandonata come Pompei, quella donna che incede diventa l’ossessione di un uomo in carne e ossa: «Wilhelm Jensen lascia che il suo protagonista, Norbert Hanold, si invaghisca di una virgo pompeiana che vede scolpita su di un bassorilievo: mentre avanza con passo misterioso, o forse misterico, appena immaginato tra le pieghe di un velo leggero, lo avvolgerà in un turbine di sogni e visioni».



Poi c’è l’immagine proposta da un personaggio del film di Truffaut L’uomo che amava le donne, che ha colpito anche Donata Feroldi autrice dell’introduzione al testo, che descrive le gambe delle donne come compassi che misurano il tempo.


A dare una possibile interpretazione dell’erotismo atavico individuato dagli uomini nei passi delle donne sono i versi riportati da Salinari del componimento di Baudelaire À une passante: «car j’ignore où tu fuis / tu ne sais pas où je vais».



La malia insita nella visione di una donna che cammina deriverebbe allora dall’estraneità e dall’assenza di vincoli affettivi: la totale mancanza di una qualsiasi forma di responsabilità nei confronti dell’Altra perché non c’è relazione, se non quella visiva con l’oggetto ammirato, sarebbe fonte di erotismo puro. Ti guardo e potrei amarti scrive Baudelaire alla passante e in questa libertà sconfinata dell’indefinito si accende il desiderio.



Come scrive Donata Feroldi: «noi, soggetti contemporanei iperconnessi, ci scopriamo così miseramente sconnessi da quanto autenticamente ci muove». Nella ricchezza delle informazioni, del sapere contenuto nel testo di Salinari a emergere con maggiore prepotenza sono le domande senza risposta: perché le donne non guardano con così tanto ardore gli uomini che camminano? Mentre, seppur misera, si condensa una certezza, che quel vizio di alcuni uomini di lumare le donne non è affatto innocente come vogliono farci credere: millenni di letteratura, di arte, lo testimoniano.



il manifesto - 5 maggio 2020

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