21 novembre 2012

ANCORA SULLA CENSURA...




Pochi ricordano che la Santa Romana Chiesa, nel lontano 1558, predispose il cosiddetto   Index librorum prohibitorum, ossia un Indice dei libri proibiti, in cui vennero inclusi, oltre alla maggior parte degli antichi classici greci e romani, tutte le opere di Giordano Bruno. Ancora più grave mi sembra il fatto che tale  Indice  rimase in vigore fino al 4 febbraio del 1966 e che le stesse opere di Benedetto Croce vennero inserite in  esso.
Ci si è più volte chiesti, negli ultimi tempi, a cosa realmente serva  la censura. Qualcuno, facendo soprattutto riferimente al successo postumo che hanno avuto tanti films censurati, ha perfino sostenuto che la censura oggi può diventare una forma di pubblicità.
 Ricordiamo troppo bene come il nostro primo approccio, da ginnasiali curiosi, a Miller e Lawrence fosse dovuto più al sapore di zolfo che emanava dai "Tropici" e da "Lady Chatterley" che alla ricerca estetica del puro piacere letterario.
Comunque, visto che oggi ci siamo presi la libertà di criticare il giornale di Eugenio Scalfari per  la censura cui ha sottoposto l’antipatico Odifreddi, ci sentiamo ancora più liberi di riprodurre un articolo interessante  pubblicato ieri sullo stesso quotidiano:

 

 
Massimo Novelli - Tagli, censure e condanne. La dura vita da scrittore

La prima censura di un libro in Italia risale probabilmente all' anno venticinquesimo dopo la nascita di Gesù Cristo. Tacito lo narra nei suoi Annali, ricordando il "delitto nuovo e inaudito" di cui venne accusato il senatore Cremuzio Cordio, vissuto sotto il principato di Tiberio e autore di opere giudicate troppo nostalgiche dell' epoca repubblicana. Vennero bruciate per ordine del Senato, lui si lasciò morire di fame. L' ultimo caso clamoroso è del 2007, quando lo storico Ariel Toaff, investito da polemiche roventi, è costretto a chiedere alla direzione della casa editrice Il Mulino di ritirare il suo saggio Pasque di sangue. Ebrei d' Europa e omicidi rituali. In questo arco temporale, da Cremuzio Cordio a Toaff, la macchina censoria ha funzionato a lungo a pieno ritmo, passando dall' Index librorum prohibitorum del Concilio di Trento, chiuso soltanto dal Concilio Vaticano II, allo Statuto Albertino, dalla dittatura fascista alla Repubblica democratica. Ma "la storia della censura libraria nell' Italia contemporanea", spiega Roberto Cicala, docente di editoria all' Università Cattolica di Milano, "è quella che era stata meno approfondita. Con il lavoro svolto dagli allievi del master organizzato dal Collegio universitario Santa Caterina, in collaborazione con l' Università di Pavia, si è voluto colmare una lacuna". 

Ne è nato il volume Inchiostro proibito. Libri censurati nell' Italia contemporanea, pubblicato dalle Edizioni Santa Caterina, con una introduzione dello stesso Cicala e saggi di diversi giovani studiosi. Sono raccontate le vicende travagliate di diciassette libri e di altrettanti autori (compresi gli album di Topolino) che, dai primi anni del Novecento ai tempi nostri, sono stati presi di mira dai censori di Stato, subendo revisioni, sequestri, condanne giudiziarie. È un elenco di librorum prohibitorum che comincia con Viva Caporetto! di Curzio Malaparte, prosegue con Il garofano rosso di Elio Vittorini e con La mascherata di Alberto Moravia. Passa per Il dottor Zivago di Boris Pasternàk e per L' amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence. Non risparmia il Tropico del Cancro di Henry Miller e il Pier Paolo Pasolini di Ragazzi di vita, fino a L' Arialda di Giovanni Testori, ad Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli e a Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi. 

I tagli, le proibizioni, i processi, ebbero cause e motivazioni differenti. Per alcuni dei libri messi all' indice, o perseguitati a vario titolo, scattò la censura politica. Capitò per Malaparte e il suo scritto sulla disfatta di Caporetto, ma pure per il romanzo di Pasternak. Il dottor Zivago uscì nel 1957 nella traduzione italiana, e in prima edizione mondiale, grazie a Giangiacomo Feltrinelli, che, come ricorda Cicala, vinse "la pressioni internazionali del regime comunista sovietico". Anche Vittorini col suo Garofano rosso, uscito a puntate sulla rivista Solaria, fu condannato per ragioni politiche. Il vero motivo sarebbe però da rintracciarsi nella "licenziosità", come quando lo scrittore siciliano descrive i giochi erotici con ragazze che "hanno le poppe mature, madre di Dio!». 

Per altri si trattò di offesa al pudore: da Mafarka il futurista di Filippo Tommaso Marinetti a Lawrence, a Pasolini, a Testori, a Henry Miller. E continuando con La ragazza di nome Giulio di Milena Milani, con Tondelli, con Busi e con il Porci con le ali di Marco Lombardo Radice e di Lidia Ravera, dove uno dei brani incriminati verte su una "scopata tragica". Per le Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani, per Falce e carrello di Bernardo Caprotti e per le Pasque di sangue di Toaff, giudici e avvocati hanno frapposto "ostacoli sociali, religiosi o economici". Si salvò Topolino: con il plauso dei Mondadori, le autorità fasciste ne permisero la pubblicazione fino al 1942, per avere "un elemento artistico tale" da non essere un tipico esempio "dell' americanismo". Oggi la censura sembra avere cambiato volto. È il mercato, conclude Cicala, che "surclassa la stessa autorità giudiziaria attraverso la ricerca dei numeri e del commercio più che dei valori, la quantità sulla qualità".

(Da: La repubblica del 20 ottobre 2012)




3 commenti:

  1. Sì, le censure non finiscono mai e all'antico Tribunale dell'Inquisizione si sono sostituiti altri "tribunali"!

    RispondiElimina
  2. Se si ripensa al processo subito da Giordano Bruno vengono i brividi. I processi staliniani hanno seguito l'esempio dato dall' Inquisizione.

    RispondiElimina
  3. Avete perfettamente ragione. Non a caso, peraltro, Stalin era stato in Seminario e conosceva bene i metodi seguiti dalla Santa Inquisizione.

    FRANCESCO VIRGA

    RispondiElimina