18 luglio 2013

Battaglie intellettuali: Berardinelli contro Pierluigi Battista








Alfonso Berardinelli - Sulle " magnifiche sorti e progressive" dell'umanità

Maledetti letterati, poeti beoti! Non hanno fatto che predire utopie. Hanno esaltato il comunismo senza saperne niente. Hanno accettato e perfino idolatrato Stalin e ogni stalinismo perché facevano paura alla borghesia e al capitale. Hanno creduto di stare dalla parte del popolo o della classe operaia ma sul piano ideale e teorico, come populisti e operaisti, senza mai avvicinarsi troppo agli sfruttati e alla loro vita… e poi? Poi la democrazia la trovano piena di difetti: per loro non è abbastanza perfetta, perché è colpevole di convivere con il mercato e il modo di produzione del capitalismo, perché incrementa e accelera la decadenza della civiltà e della cultura con i suoi volgari media di massa, con l’allargamento del pubblico, con la diffusione dei consumi culturali, colpevoli di offendere il buon gusto delle élite… Maledetti filosofi e letterati! Non capiscono il progresso scientifico e i vantaggi della tecnica e in più si vantano di essere eredi o custodi di una tradizione umanistica e critica di cui non sono degni perché non fanno che difendere i loro privilegi sociali e correre ansiosamente dovunque il potere si concentri. Di una cosa sola si dolgono e si lamentano: di perdere autorità e prestigio, di essere assediati dall’incultura delle masse barbare prodotte dall’industria culturale, dal mercato della comunicazione e dalla società dello spettacolo…
Ricavo questo dalla lettura, sul Corriere della Sera di domenica scorsa, dell’ampio editoriale che Pierluigi Battista ha scritto per il supplemento la Lettura. Lo spunto gli veniva dal pamphlet di Mario Vargas Llosa “La civiltà dello spettacolo” (Einaudi) ma si è trattato solo di un’ottima occasione che Battista ha colto per riaprire e sviluppare, questa volta contro lo scrittore peruviano, la sua polemica contro gli intellettuali. Ecco: Battista non accetta volentieri che la cultura giudichi la società, non ama gli intellettuali, non ama la loro casta o categoria, la loro supponenza, i loro dogmi e pregiudizi mascherati da severità e radicalità di pensiero.
Mi pare di capirlo. Neppure io li amo. Non ho mai creduto che gli intellettuali abbiano il monopolio dell’intelligenza, né che la “classe dei colti” sappia sempre che cosa vale e non vale culturalmente. Esiste (lo si sa da secoli o millenni) una stupidità caratteristica degli intelligenti, dei filosofi, degli studiosi: esiste un’incultura che distingue i professionisti della cultura (questo lo ha spiegato quel supponente di Adorno). Oggi lo sappiamo ancora meglio di ieri: le università sono più luoghi di incultura o di cultura banalizzata che di “alta cultura”.
Mi trovo così poco d’accordo con chi esalta la lettura (come valore in sé) dei libri (quali che siano) da ritenere invece che molto spesso è meglio vedere l’ultimo telefilm americano piuttosto che leggere l’ultimo romanzo italiano. Meglio il Montalbano televisivo che il Montalbano letterario di Camilleri. Meglio osservare la vita dei gatti giù in cortile e il volo dei gabbiani, o sentire una discussione al bar, che passare delle ore nel tentativo di capire la politica italiana con trasmissioni come “Ballarò” o “Servizio pubblico”.
In materia di belle arti sono così “moderno” da ritenere che dopo il 1960 nessun artista, in nessuna delle arti tradizionali (letteratura, musica classica o d’avanguardia, pittura e scultura) abbia superato un regista come Stanley Kubrick. Ma non riesco a considerare graffiti e tatuaggi come una novità artistica e di costume paragonabile alle avanguardie di primo Novecento, per quanto potessero scivolare ogni tanto in una geniale imbecillità. Né mi sembra che rock, rap e pop siano novità nello stesso modo in cui furono novità Beethoven, Chopin e Stravinskij.
Insomma mi sembra di notare che Battista abbia un suo schema discutibile. Cito le sue parole: “Persino l’’invenzione ‘gutenberghiana’ dei caratteri a stampa incitò i conservatori ai soliti sospiri malmostosi sull’imminente ‘fine della civiltà’. C’è sempre la fine di qualcosa ogni volta che si allarga la platea dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori. C’è sempre la fine di qualcosa quando una barriera si infrange, un privilegio santificato dalla Tradizione viene meno. Con l’invenzione della fotografia si gridò alla fine dell’arte. Con l’invenzione del cinema si pianse sulla fine del teatro. Con l’irrompere del romanzo, tra l’altro contaminato con il giornalismo popolare, si lamentò la fine delle Lettere”.
Lo schema di Battista (mutuato da Donald Sassoon) prevede che i critici della cultura moderna e di massa e i teorici della crisi della civiltà abbiano “sempre” avuto torto poiché le novità (tutte?) che ai loro tempi disprezzarono noi oggi le consideriamo valori classici.
Ma vedere tutti i critici del progresso moderno come dei poveri o deplorevoli “malmostosi” mi sembra troppo. Non riesco a giudicare pura e perversa “malmostosità” le resistenze, le critiche al progresso moderno che troviamo in Goethe, Leopardi, Kierkegaard, Marx, Baudelaire, Nietzsche, Kraus, Musil, Eliot, Horkheimer, Orwell, Montale ecc. Materialisti eroici, cristiani radicali, rivoluzionari sociali, antimoralisti, liberali anarchici o scettici, tradizionalisti cristiani, socialisti libertari: tutti malati dello stesso male? Tutti da liquidare come snob isterici e socialmente irresponsabili? Volendo colpire “sempre” i pessimisti “di sempre”, Battista si schiera, mi sembra, con gli ottimisti a tutti i costi. Abbasso il progresso! urlano i tradizionalisti, i conservatori e i rivoluzionari. Evviva il progresso! controurlano i progressisti e i democratici.
Anche nella polemica culturale si dovrebbero evitare le appartenenze pregiudiziali e definitive a un partito ideologico. Essere di sinistra non significa certo essere più intelligenti, né mi pare che essere di destra sia un vaccino contro la stupidità. Gli snob culturali abbondano in tutti e due i settori. Eppure non tutta la critica è solo snobismo (un po’ sì, inevitabilmente).
Di una cosa sono quasi certo: non possiamo più contrapporre alta cultura e cultura di massa non solo perché sono mescolate (vedi l’eminente caso di Umberto Eco professore popolare e il successo di massa delle edizioni Adelphi) ma soprattutto perché l’alta cultura, almeno negli studi umanistici, si sta estinguendo, abita tutt’al più in alcuni individui, non abita certo nelle istituzioni. Credo che sia il caso di dedicarsi perciò a studiare fenomeni e sintomi di decadimento culturale nei “generi nobili”: nel romanzo, nella poesia, nella storiografia, nella filosofia, nella critica (e qui si parla di noi) piuttosto che accusare di incultura la cultura di massa. Non mi meraviglia, non mi scandalizza che la maggioranza della popolazione sia indifferente all’esistenza dei libri. Mi interessa di più il fatto che molti libri che pretendono di essere letti siano illeggibili, inutili e che gli editori li abbiano pubblicati.
Non sappiamo qual è la legge che governa la storia e il destino del genere umano. Decadenza o progresso? Meglio procedere caso per caso. Mi pare per esempio che una serie televisiva come “I Simpson” sia superiore al novanta per cento dell’arte (suppostamente di élite) offerta al pubblico nelle Biennali di Venezia. Ma non credo che lo sterminio attuale o prossimo venturo dei giochi e dei giocattoli da parte dei videogiochi prepari una società più civile e consapevole.

Il Foglio 18 luglio 2013

1 commento:

  1. Pierluigi Battista per me è semplicemente un odioso pennivendolo. Uno di quei giornalisti di cui parlava con tanto disprezzo Antonio Gramsci. Per chi ne volesse sapere di più rimando al mio: LINGUA E POTERE IN PIER PAOLO PASOLINI

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