10 luglio 2013

LETTERATURA E STORIA D'ITALIA





Ripropongo un breve saggio di Matteo Di Gesù, pubblicato su http://www.leparoleelecose.it/,  che mette a fuoco un tema su cui tanto è stato scritto: il contributo della letteratura alla comprensione della storia nazionale. Anche se vengono ignorati scrittori fondamentali l’articolo è stimolante:

Matteo Di Gesù – Scrittori sull’Italia

È tutt’ora difficile ponderare con sicurezza se il sovradosaggio di autonarrazione, la cospicua dotazione (anche inconsapevole) di immaginario letterario di cui una nazione come l’Italia dispone, abbia accresciuto la coscienza di sé della comunità nazionale e agevolato i processi di trasmissione e condivisione di istanze comuni; ovvero se, al contrario, questa topica dell’Italia letteraria, la peculiarità di una nazione che non si stanca di raccontarsi e allegorizzarsi, di discettare sul proprio carattere e sulla propria presunta identità abbia mistificato e occultato questa consapevolezza sotto una spessa coltre retorica. Se non altro, la persistenza di alcuni generi canonici sopravvissuti al moderno, e il loro recupero postmoderno consentono quantomeno un supplemento di indagine.
«I romanzi, a saperli leggere, sono testimonianze più serie che non si creda», scriveva Pietro Pancrazi. La citazione (ma non è l’unica riflessione dell’autore dell’Elogio di Pinocchio riproposta nel saggio) si legge in chiusura della Premessa che Enza del Tedesco appone al suo Il romanzo della nazione. Da Pirandello a Nievo: cinquant’anni di disincanto.[1] Il sottotitolo, segnalando un andamento inverso rispetto a quello, scontato, che prevederebbe l’ordine diacronico (da Nievo a Pirandello) è per una volta rivelatore: il saggio attraversa nella stessa direzione il tempo storico compreso tra due faglie cruciali della storia italiana moderna (la prima esiziale crisi dello stato liberale e l’unificazione nazionale), procedendo a ritroso nello spazio letterario che intercorre tra due romanzi irrinunciabili della nostra narrativa moderna (Le confessioni di un italiano, pubblicato nel 1867 ma scritto dieci anni prima e I vecchi e i giovani, apparso nel 1913, passando per De Roberto, De Amicis, Dossi, gli Scapigliati, Fogazzaro, Verga, e altri). Lo studio di Del Tedesco risale dunque, appunto per via letteraria – anzi, più precisamente, romanzesca – dal conclamato tralignamento degli ideali risorgimentali, già preconizzato da De Sanctis («Diresti che proprio appunto, quando s’è formata l’Italia, si sia sformato il mondo intellettuale e politico da cui è nata», scriveva il critico nella sua Storia della letteratura), alla genesi di quell’immaginario, dove per via letteraria si allude evidentemente a una prassi che preveda anche una verifica assidua delle forme delle narrazioni prese in esame e delle loro trasformazioni, nonché della fittissima rete di relazioni che queste opere intessono con il contesto culturale e politico della loro ricezione, oltre che con la tradizione stessa. Si tratta, pertanto, di un ulteriore efficace collaudo di una strategia interpretativa di più vasta portata: scegliere i testi letterari quali fonti primarie per documentare e analizzare la complessa vicenda dell’unificazione nazionale, e, più in generale, delle istanze ideali, culturali, politiche – spesso affatto coerenti, quando non manifestamente conflittuali– che l’hanno caratterizzata; e, conseguentemente, utilizzare la critica letteraria quale strumento di un’indagine che dalla lettura delle opere pervenga a un più complesso quadro storico–culturale.
Com’è del resto risaputo, già all’indomani dell’unificazione nazionale, il romanzo italiano moderno avviava un’inchiesta letteraria sulle vicende risorgimentali, sul trasformismo ambiguo delle classi egemoni che lo indirizzarono e sulle contraddizioni che, all’interno di quel processo, si determinarono, specie nel Meridione d’Italia. Un «romanzo antistorico» collettivo, per così dire, una «contro-storia d’Italia letteraria e civile» – volendo usare le formule fortunate e antesignane di Vittorio Spinazzola e Massimo Onofri – (e dunque una riscrittura romanzesca della storia ufficiale, deliberatamente volta a demistificarne i presupposti ideologici e le retoriche su cui si fondava) attestata soprattutto nelle opere di autori siciliani quali Verga, De Roberto, Pirandello. Storici come Paolo Viola[2] o come Alberto Mario Banti[3] hanno per tempo ragionato sull’utilizzazione del romanzo come fonte storica e hanno fatto fruttare con successo questa annessione del campo letterario a quello storiografico; ma finalmente, anche grazie alle risultanze in sede di ricerca dei lavori avviati in occasione del centocinquantenario dell’unificazione italiana, la critica letteraria sembra aver recuperato parte di quel terreno perduto, come, insieme al lavoro di Del Tedesco, attesta ad esempio il volume collettaneo curato da Claudio Gigante e Dirk Vanden Berghe, Il romanzo del Risorgimento. [4] Il libro accoglie una copia di studi che abbraccia un settantennio di narrativa ottocentesca, con interessanti incursioni oltralpe sulle tracce del mito del risorgimento italiano, e si chiude con un saggio di Daniele Comberiati (a sua volta curatore, insieme a Rosaria Iounes–Vona di un’altra raccolta di studi sul tema: Il discorso della nazione nella letteratura italiana)[5] sul Risorgimento nella letteratura italiana degli ultimi vent’anni , che può funzionare come viatico per un ulteriore supplemento di indagine.
Il cronotopo del Risorgimento, infatti, ha continuato a funzionare, fino ai nostri giorni, quasi come un inesauribile dispositivo narrativo funzionale a progetti letterari anche assai diversi tra loro. E il romanzo storico risorgimentale è finito col diventare un archigenere che ha attraversato, pressoché senza interruzioni, tutta la storia della letteratura postunitaria. A quella linea moderna “antistorica” – o “controstorica” che dir si voglia – aperta dalla narrativa dei grandi siciliani di cui sopra potrebbero essere ascritti, tra i tanti, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Noi credevamo di Anna Banti, molte narrazioni storiche di Sciascia (e di contro vi andrebbero derubricate le straordinarie riletture antimimetiche e ‘tendenziose’ di Luciano Bianciardi), mentre Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo merita di essere indicato come il più rappresentativo testimone di quel processo di decostruzione sperimentale delle forme statutarie del romanzo storico avviatosi a partire dagli anni Settanta del Novecento. Una assidua riscrittura, quella dell’epopea dell’indipendenza nazionale, nel corso della quale si è fatto via via più nitido e marcato l’elemento politico e meno ambigua la denuncia del tradimento delle istanze democratiche, egualitarie e repubblicane nel corso del processo di unificazione. Ma se l’allegorismo di questa lunga tradizione moderna, anche nelle sue propaggini più tardive e ripetitive, si sforzava di mantenere il respiro vasto della storia, la ripresa postmoderna della vicenda risorgimentale quasi sempre prevede il fiato corto dei romanzi a chiave ossigenati a stento da un ideologismo piuttosto bislacco, nei quali, grattata la crosticina storica, ecco emergere l’allusione manifesta all’attualità (o, peggio, la sussunzione dell’attualità a una sorta di oltranza della storia italiana quasi visionaria, con gli stessi cattivi che tramano e usurpano viaggiando nel tempo). Così, dalla cernita dei romanzi risorgimentali contemporanei più noti (quelli di Evangelisti–Moresco, Scurati, De Cataldo) capita che vengano fuori, bene che vada, le trame nere della storia repubblicana, qualche variante attualizzata e degradata del meridionalismo, ma perfino la repressione del movimento antiglobalizzazione al G8 di Genova, Bin Laden, il terrorismo islamico e l’attentato alle Torri gemelle; nonché, più in generale, una sorta di involontario teleologismo negativo della storia patria piuttosto vittimistico e tutto sommato consolatorio.
Tuttavia un giudizio diverso andrebbe formulato per il libro antesignano di questa tendenza che sommariamente abbiamo definito del romanzo risorgimentale postmoderno: Piazza d’Italia di Antonio Tabucchi, pubblicato per la prima volta nel 1975 e riedito con una nuova prefazione d’autore nel 1993; e forse per l’ultimo di questa serie, il recente Pro patria di Ascanio Celestini: romanzo che, restituendo il racconto del Risorgimento a una dimensione affabulatoria e ancorando questa fabulazione a un presente di emarginazione ed esclusione sociale (il narratore è un detenuto), ne fa risuonare, finalmente con un timbro rabbioso e sincero, le istanze rivoluzionarie e libertarie. E che in effetti, più che suggellarlo, da questo novero definitivamente si distacca.
Una durata ancora più lunga ha conosciuto un genere spurio come lo scritto sui costumi e sul carattere nazionale. Dopo la sua fondazione settecentesca (Baretti, Bettinelli, Denina, Calepio…) e la grande sintesi leopardiana, il saggio sull’identità nazionale sembrava essersi cristallizzato nelle versioni stucchevoli dell’anti/arci – italianità dei Prezzolini e dei Longanesi, presto elette a lavacro letterario della falsa coscienza nazionale e delle responsabilità civili e politiche di almeno un paio di classi dirigenti. Ovvero pareva essersi contaminato, fino a confondervisi, nella prosa civile degli scrittori polemisti e moralisti del secondo Novecento (Flaiano, Pasolini, Sciascia), fatta eccezione per il caso unico dell’Alberto Arbasino di Un paese senza e di Paesaggi italiani con zombi, unico diretto discendente superstite di quella tradizione. Ma le sorti infauste patite dalla nazione nel tempo presente hanno indotto molti scrittori contemporanei a riprendere quel modello, con risultati disuguali. Probabilmente l’esito più interessante di questa tendenza è stato Italia de profundis di Giuseppe Genna (ancorché sulla copertina, bellissima come da tradizione della collana Nichel di Minimum fax, compaia la dicitura ‘romanzo’), proprio per il suo andamento debordante e liminare, tra l’autobiografismo e l’invettiva. Il genere, infatti, è assai insidioso, devolvendo di fatto alla voce autoriale tutta la responsabilità del dettato: per quanto ci si sforzi di mantenere credibilità ed equilibrio, di sorvegliare la scrittura, il rischio di scivolare nell’autoreferenzialità e nel narcisismo è incombente: caso in cui è incorso il pur ottimo Antonio Pascale, nel suo Questo è il paese che non amo.
Meglio allora rivisitare un altro modello frequentatissimo per raccontare gli italiani: l’odeporica, magari ibridandola con il reportage d’autore, dato che l’Italia non è più (o si suppone non sia più) quel paese sconosciuto ai propri connazionali qual era, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, quello esplorato da Piovene, da Arpino o da Rossellini (e finanche dal Pasolini della Lunga strada di sabbia). A ben vedere proprio uno dei libri più felici di Pascale, La città distratta, il suo primo, mutua gli statuti del racconto di viaggio: in fondo si tratta di dislocare sapientemente il proprio punto di vista rispetto alla realtà che si osserva, per quanto prossima possa essere (come nel caso della Caserta di Pascale, dove lo scrittore è nato e ha vissuto). Strategia adottata con successo anche da Giorgio Vasta nel suo Spaesamento, nel quale l’Italia contemporanea è sintetizzata in una Palermo che l’autore, palermitano, descrive con lo stupore di un ‘persiano’ (mentre la collana laterziana Contromano, nella quale è stato pubblicato, è diventata negli anni una sorta di grande viaggio collettivo nell’Italia odierna). Pur con qualche altro azzardo, del genere in questione è perfino contemplabile una variante futuribile (l’Italia tra vent’anni), come ha attestato qualche anno fa il volume collettaneo Anteprima nazionale, curato dallo stesso Vasta.[6] Sempre per Minimum fax era uscito, poco tempo prima, uno dei più originali reportage narrativi sull’Italia contemporanea, Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato, di Cristiano De Maio e Fabio Viola.[7] Da questo repertorio ancor meno che essenziale, infine, non può mancare il Sandro Veronesi di Cronache italiane (1992) e di Live (1996), [8] antesignano viaggiatore postmoderno: scrittore «finto giornalista che sale su una macchina (si suppone) scassata e si lascia sedurre dalle bizzarrie di un’Italia mezzo paese dei balocchi televisivo e mezzo bordello d’altri tempi», come ha scritto Gabriele Pedullà.
Del resto, insegnava Manganelli, l’italiano è uno dei modi dell’altrove, e l’Italia è estero: «è un luogo da raggiungere, un luogo lontano. È fuori».
Ma qualora l’unico viaggio in Italia che si reputi attendibile è quello fatto dagli stranieri, dopo essersi immalinconiti con la visione di Girlfriend in a coma di Bill Emmott e Annalisa Piras, è il caso di procurarsi Troppo non è mai abbastanza di Ulli Lust, un graphic novel pubblicato da Coconino press: bildungsroman in cui due ragazze punk austriache attraversano la penisola nei primi anni Ottanta: osservarci italiani, da una prospettiva così insolitamente obliqua, apparirà sorprendente.

[1] Cfr. Enza del Tedesco, Il romanzo della nazione. Da Pirandello a Nievo: cinquant’anni di disincanto, Marsilio, Venezia, 2013.
[2] Cfr. Paolo Viola, Il romanzo come fonte storica, in Il romanzo e la storia. Percorsi critici, a cura di Michela Sacco Messineo, :duepunti, Palermo 2007, pp. 11– 29.
[3] Cfr. Alberto M. Banti, La nazione del risorgimento. Parentela, sanità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2000.
[4] Cfr. Claudio Gigante, Dirk Vanden Berghe (a cura di), Il romanzo del Risorgimento, Peter Lang, Bruxelles 2011. Altri preziosi contributi recenti, come quelli di Giovanni Falaschi (La letteratura preunitaria del medio Ottocento: da Giusti a De Sanctis a Nievo (e Gustavo Modena), Quinto Marini (La funzione del romanzo storico. Dalla ‘Battaglia di Benevento’ alle ‘Confessioni d’un Italiano’), Clotilde Bertoni (Dallo Stendhal italiano alla ‘San Felice’ di Dumas: passioni e amarezze del Risorgimento nell’ottica degli stranieri), si trovano negli atti del convegno del Centro Pio Rajna sui Pre–sentimenti dell’unità d’Italia, a cura di Claudio Gigante e Emilio Russo, Salerno, Roma 2012.
[5] Cfr. Daniele Comberiati, Rosaria Iounes–Vona (a cura di), Il discorso della nazione nella letteratura italiana, Cesati, Firenze 2012. Si vedano in particolare i saggi di Ilaria De seta, Tra restauri e conversioni: storia e politica negli spazi de I Viceré e di Claudio Gigante, «Vogliamo Magenta e Solferino». Sull’eredità risorgimentale nel giovane Gadda.
[6] Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile, a cura di Giorgio Vasta, Minimum Fax, Roma, 2009.
[7] Cristiano De Maio, Fabio Viola, Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato Minimum Fax, Roma, 2008.
[8] Le due raccolte di Veronesi sono poi confluite in Superalbo. Le storie complete, Bompiani, Milano 2002.

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