04 luglio 2013

IL CODICE SEGRETO DI KANDINSKY



Un quadro di una bellezza folgorante. Una metafora dell'esistenza. La vita che continua e si impone sulla solitudine e il silenzio come elementi del quotidiano.
Melania Mazzucco

Il codice segreto di Kandinsky è nascosto in quel cavallo che corre verso il futuro
Cavalli e cerchi. Anche se Kandinsky non avesse dipinto altri quadri, per me sarebbe tutto. Li metterei tutti intorno a me, come facevano i Sirieni della Vologda nelle loro izbe. Quando le vide, nel 1889, Kandinsky era ancora un ventitreenne avvocato moscovita, figlio di un commerciante di tè di origine siberiana e di una aristocratica, travestito da etnografo studioso di diritto rurale, ignaro di quanto avrebbe cambiato l’arte moderna e se stesso: ma le pareti sgargianti di quella baita, tappezzate di pitture, gli rivelarono la bellezza pura dei colori. Dei Sirieni non sapeva niente. Né io di lui, quando ho scoperto i suoi cavalli, che mi chiamavano alla libertà, e i suoi cerchi, capaci di provocarmi una vertigine.

La stessa dei mosaici delle moschee islamiche. I calligrammi sinuosi si arrampicano sulle piastrelle della cupola, attirandoti irresistibilmente verso l’alto. E tu vieni rapito, anche se sei consapevole che quei segni non sono ghirigori di colore, ma lettere di un alfabeto ignoto, portatrici di un messaggio sacro. Non puoi comprendere ciò che significano davvero. E tuttavia in qualche modo il loro senso ulteriore non ti è precluso — ma anzi ti si svela. L’esperienza della visione di un quadro astratto di Kandinsky — la contemplazione di una forma pura — è analoga. E così deve essere.

Ce lo spiega lui stesso, nei suoi testi teorici. Kandinsky infatti è uno scrittore non meno che un pittore, e un filosofo oltre che un colorista. Non ha mai smesso di interrogarsi sul significato dell’arte — anche della sua. Ha detto che negli anni Venti e Trenta si interessava ai cerchi come un tempo ai cavalli. È stato come se mi avesse svelato il codice del linguaggio segreto. E perché il cavallo di Rotterdam suona esattamente come i suoi cerchi rossi, rosa o neri — pianeti ardenti o spenti su cieli di pittura — degli anni del Bauhaus.

Il cavallo di Rotterdam, intitolato Lirica, è una delle sue opere “di transizione”. Perché, pur avendo nel 1910 già dipinto il suo primo olio interamente astratto, ancora per qualche tempo Kandinsky lasciò che gli oggetti del mondo esterno affiorassero — parzialmente riconoscibili — sulle sue tele. Forse a beneficio dei futuri spettatori — che voleva educare a comprendere, giacché in lui bruciava un’irresistibile vocazione profetica. Ma anche perché già sapeva che il vero contenuto di un quadro non è ciò che rappresenta, ma l’emozione che comunica. E il 1911 di Lirica può essere definito il suo “anno del cavallo”.

Il tema del cavallo e del cavaliere era antico e universale come la pittura stessa. Legato alle fiabe, al folclore, al cristianesimo (a cavallo San Giorgio combatte col drago, e San Martino divide col povero il suo mantello). Era privato e autobiografico, dal momento che un cavallo (di latta) abitava i suoi più remoti ricordi d’infanzia. Era simbolico e magico (la lotta contro il Male e il Caos). Era anche un tema caro alla pittura moderna: basti pensare ai fantini di Degas. Kandinsky aveva seminato cavalli e cavalieri ovunque, anche nelle Improvvisazioni e nelle Composizioni. Ma quella figura, come un ideogramma del transitorio, era già soltanto sinonimo di slancio in avanti, cambiamento. “Il cavaliere azzurro” (Der Blaue Reiter) era il nome che aveva appena scelto, insieme al giovane amico Franz Marc, per l’almanacco artistico che preparò nel corso dell’estate per farne il manifesto dell’arte nuova. A quel tempo viveva a Monaco e d’estate soggiornava a Murnau, sulle Alpi bavaresi. Era già convinto che la pittura non deve essere pittura del visibile — replica, riproduzione, imitazione di oggetti esistenti nel mondo. L’arte non può che essere astratta e dipingere l’Interno, l’invisibile — cioè la vita stessa.

E la vita è l’oggetto di Lirica. Non c’è profondità né paesaggio: solo una superficie solcata da una linea nera ruggente. Quella linea è il cavallo. Il cavaliere è ormai solo un cerchio giallo e un semicerchio verde. Gli alberi, tratti grafici che sembrano dipinti a inchiostro di china; la terra un globo viola-blu, il cielo una striscia. L’economia delle forme non deve ingannare. Kandinsky aveva già scritto in russo e stava traducendo in tedesco Lo spirituale nell’arte, che avrebbe pubblicato in dicembre — attirando subito l’attenzione di tutti i pittori che non potevano non dirsi moderni. Già conosceva il potere quasi magico dei colori, e a quale vibrazione interiore corrispondono, e li distillò dalla tavolozza di conseguenza. Il bianco è silenzio. È sprovvisto di forza attiva, ma è la possibilità che precede ogni nascita e ogni inizio: ed è nel silenzio che si leva il grido della corsa. Il verde ha una potenzialità intrinseca di dinamismo. Il blu placa, calma, richiama l’uomo verso l’infinito, suscitando in lui la nostalgia della purezza e del trascendente. Un cerchio blu fa l’effetto di allontanarsi dallo spettatore: dunque quella tonda massa nell’angolo destro del quadro aumenta l’effetto di velocità che trascina il cavallo nella direzione opposta.

Ma perché il titolo, Lirica? Kandinsky sostiene che il lirismo è il pathos di una forza la cui espansione non conosce ostacoli. La lirica si realizza quando la linea retta procede senza incontrare una forza che vi si oppone. Quando sono presenti forze contrarie, che generano perciò conflitto (come una curva o una linea spezzata), ci troviamo in un dramma. Sulla superficie di un quadro, una forma che sale acquista leggerezza. Una linea che si sposta verso sinistra va verso la lontananza, l’avventura, l’infinito. Una linea che si sposta verso destra viene letta invece come ritorno — a casa, all’origine. Qui d’un balzo viene scavalcata la perpendicolare che intralcia la fuga del cavallo, e nulla ostacola più la sua ascesa. Lo scatto e il movimento ignorano tragitto, mèta e distanza, e comunicano solo la travolgente energia della vita.

Kandinsky direbbe che Lirica ha un suono squillante, che nulla vela. Quando non si conosce lo scopo pratico di un movimento (dove sta andando il cavallo?), esso agisce su di noi come qualcosa di misterioso, spirituale. Cos’altro è la vita se non movimento — esperienza, conoscenza e accrescimento di sé? Ha ragione. Questo quadro trasmette benessere: mi rende felice.


(Da: La Repubblica del 2 giugno 2013)

Nessun commento:

Posta un commento