12 maggio 2015

UN LIBRO PUO' CAMBIARE LA VITA







George Steiner
ELOGIO DELLA LETTURA

Ci saranno sempre dei lettori. Nel medioevo, durante le cosiddette invasioni «barbariche», ci si rifugiava nei monasteri, dove si sapeva ancora leggere. Non sappiamo quanti monaci fossero in grado di farlo ma, in ogni caso, ce n'erano alcuni: molto pochi erano, in compenso, quelli che sapevano scrivere, quasi nessuno. Anche essere colto è una condizione fragile. Una condizione di cui il rinascimento, l'illuminismo e il XIX secolo rappresentano i momenti più alti, les très riches heures [ il riferimento è al titolo dell'opera del duca de Berry, n. d. t.]. La biblioteca privata — se pensiamo a Montaigne, a Erasmo, a Montesquieu — diventa un lusso molto raro. L'appartamento moderno non permette di avere grandi biblioteche. È un'anomalia.

Oggigiorno, in Inghilterra, le piccole librerie chiudono, una dopo l'altra, un incubo. In Italia, paese che adoro, le librerie sono sempre meno, e il numero dei lettori è in costante diminuzione. In Italia non si legge. Nella Spagna e nel Portogallo rurali si legge assai poco. Là dove ha regnato il cattolicesimo, la lettura non è mai stata la benvenuta.

La lettura, come forma — rischio il termine — alto borghese, l'idea di lettura, l'educazione alla lettura, si sono rapidamente sviluppate e in certi periodi si sono visti miracoli. Nel XIX secolo, per esempio, alcuni classici (Victor Hugo, Dickens) erano dei bestseller. In Russia, leggere voleva dire sopravvivere umanamente e politicamente: nei paesi del dispotismo e dell'«arretramento» politico, la relazione tra censura e grande letteratura è complessa e creatrice.
Di questi tempi, mi si dice: «I giovani non leggono più» oppure leggono riassunti, o fumetti. Gli esami, persino quelli universitari, sempre più spesso si basano su testi selezionati, raccolte antologiche. La parola stessa reader's digest , diffusa in tutto il mondo, evoca qualcosa di terribile. Ecco per lei il «meglio predigerito». Qualcun altro mastica del cibo e lo digerisce. In genere si è troppo educati per dire poi da dove esce. Io invece lo dico, e anche volgarmente.

La lettura richiede alcuni prerequisiti alquanto speciali. Non ci si fa abbastanza attenzione. Innanzitutto, presuppone una gran quiete. Il silenzio è diventato una tra le cose più care, più lussuose al mondo. Nelle nostre città la tranquillità si paga a peso d'oro.
 
 

Non biasimo l'America — figli e nipotini vivono lì — , solo il futuro dell'uomo, ahimè. Non faccio accuse. Le loro statistiche, rispetto alle nostre, sono più oneste, e cosa ci rivelano le cifre recenti? L'85 per cento degli adolescenti non riesce a leggere senza che ci sia della musica di sottofondo, che genera quello che gli psicologi chiamano il «Flicker Effect», l'effetto sfarfallio della luce: la televisione è lì accesa, si vede con la coda dell'occhio, e si ha la pretesa di leggere. Nessuno può leggere un testo che sia minimamente serio in tali condizioni. È solo nel silenzio che si può leggere una pagina di Pascal, di Baudelaire, di Proust o di chiunque si voglia.

Seconda condizione: un minimo di spazio privato. In casa, un locale, anche piccolo, dove poter stare con il libro e dialogare con esso senza che nessun altro sia nella stanza. Qui si tocca un argomento poco compreso. La cosa meravigliosa della musica è che si può condividere in tanti. La musica è la lingua della partecipazione, la lettura no. Certo, si può leggere ad alta voce, e bisognerebbe farlo più di quanto non si faccia. La morte della lettura fatta ad alta voce per i bambini, ma anche tra gli adulti, è uno scandalo! I grandi testi del XIX secolo sono spesso fatti per essere letti ad alta voce, lo potrei dimostrare: ci sono intere pagine di Balzac, di Hugo, di Sand, la cui cadenza, la struttura ritmica sono quelle di un'oralità sviluppata, da ascoltare, da cogliere. Ho una fortuna pazzesca: mio padre mi faceva letture ad alta voce ancor prima che le comprendessi (ecco il segreto), ancor prima che le cogliessi appieno.

Dunque: silenzio, spazio personale. Come terza istanza, una nota terribilmente elitaria (amo la parola élite: sta a significare che certe cose sono meglio di altre, non significa altro): avere dei libri. Le grandi biblioteche pubbliche sono state la base dell'istruzione e della cultura del XIX secolo e per molte menti del Novecento. Avere, tuttavia, una collezione di libri propri, da possedere e non da prendere in prestito, è cruciale. Perché? Perché bisogna assolutamente tenere una matita in mano. [...] Bisogna prender nota, sottolineare, sfidare il testo, scrivere ai margini: «Che idiozie! Belle idee!». Non c'è nulla di più affascinante delle note a margine di grandi scrittori. È un dialogo vivo.

Erasmo ha affermato: «Chi non ha libri strappati, non li ha letti». È un po' estremo ma contiene una grande verità. Possedere un'opera completa è come avere un ospite gradito in casa a cui si perdonano persino alcune debolezze, talvolta anche apprezzandole. E diversi anni dopo, si cerca, per snobismo e arroganza baronale, di nascondere le tracce di cattive letture e di false interpretazioni. Che sciocchezze!

È stato quando mio padre mi ha regalato, lungo i quais della Senna, I Trofei di José Maria de Héredia, che le porte della poesia mi si sono aperte. Mi sento, ancora oggi, in gran debito nei confronti di questo signore alquanto compassato, assai pomposo e accademico, ma cionondimeno grande poeta. Scoprire un libro può cambiare la vita. Ho raccontato spesso quest'aneddoto: sono alla stazione di Francoforte per prendere una coincidenza quando — questa è la Germania: i chioschi vendevano diversi bei libri — vedo un volume. Non conoscevo il nome dell'autore: Celan.

M'incuriosisce. Apro il libro nel chiosco e mi imbatto in questo incipit: «Nei fiumi, a nord del futuro...». C'è mancato poco che non perdessi il treno. Da allora la mia vita è cambiata. Ho capito che là dentro c'era un'immensità che avrebbe fatto parte della mia esistenza.

L'esperienza del libro è la più pericolosa e avvincente che ci sia. Certo, il libro può corrompere, sarebbe un'idiozia non dirlo apertamente. Nei libri ci sono lezioni di sadismo, di crudeltà politica, di razzismo. E poiché penso che Dio sia lo zio di Kafka (ne sono persuaso), non sta lì a renderci la vita facile. Poco prima della morte, Sartre — che non era prodigo di complimenti, anzi — avrebbe detto: «Tra noi, ce n'è uno solo che rimarrà: Céline».

È Sartre a dirlo. Di sicuro la lingua moderna francese appartiene a Proust e Céline, non c'è un terzo. E che Dio abbia permesso a quest'omicida antisemita, a questo teppista, a questo gangster dell'anima che fu il Céline scrittore (non lo era nel privato, e questo non fa che complicare le cose) di creare una nuova lingua e di scrivere Da un castello all'altro e poi Nord ( a mio avviso, due capolavori shakespeariani), mi rende terribilmente infelice. E altamente grato e arrabbiato nello stesso tempo.

Traduzione di Giuseppe Allegri

George Steiner
La passione per l'assoluto
Garzanti, 2015
euro 17

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