12 dicembre 2017

STRAGE DI STATO


Il 12 dicembre 1969 ci cambiò la vita. Come ha scritto qualcuno “perdemmo l'innocenza”. Capimmo che per fermare le lotte operaie e studentesche il sistema  non si sarebbe fermato davanti a niente utilizzando ogni mezzo, compresi gli apparati dello Stato “democratico”. Da quel giorno tutto sarebbe stato diverso, perché erano cambiati i nostri occhi. Come scrisse Pasolini “noi sapevamo”. E non abbiamo dimenticato.
Luciano Lanza
La strage? Di Stato
La situazione che si è creata a partire dal 1968 preoccupa larghe fasce di imprenditori e ceti medi. La contestazione studentesca prima e le agitazioni operaie poi hanno aumentato la psicosi del «pericolo rosso». I sindacati tradizionali da molti mesi non riescono a mantenere nell’ambito del consueto rivendicazionismo le lotte dei loro iscritti. Tanto che il 3 luglio 1969 lo sciopero generale per chiedere il blocco degli affitti vede gli operai della FIAT Mirafiori di Torino scandire uno slogan ironico, ma che suona minaccioso per la classe dirigente: «Che cosa vogliamo? Tutto». E quello slogan ha una fortuna immediata. Presto nei cortei operai risuonerà con sempre maggiore insistenza. E infatti il 1969 conta 300 mila ore di sciopero contro una media, in quegli anni, di 116 mila. Il costo del lavoro cresce del 15,8% (19,8% nell’industria), per cui la quota dei salari sul prodotto interno lordo sale dal 56,7% al 59%. È iniziata una sensibile redistribuzione dei redditi. Una minaccia per le classi sociali privilegiate e per quelle che solo pochi anni prima sono state beneficiate dal «miracolo economico».
Insomma una situazione apparentemente pre-rivoluzionaria. Anche se la rivoluzione sperata e sognata dalla maggioranza degli studenti e da una frangia di operai non solo è lontana: è praticamente impossibile. Ma che importa? Molti credono sinceramente che sia alle porte, e molti, molti di più, temono che sia vero.
Anche se i portatori di un progetto di trasformazione radicale della società sono un’infima minoranza rispetto alla popolazione complessiva, l’asse politico del Paese si sta spostando a sinistra. Il Partito comunista, pur criticato aspramente dalle frange estremiste, si prepara a conquistare nuovi spazi. Colti impreparati dalle manifestazioni studentesche dell’inizio 1968, i dirigenti di via Botteghe oscure cercano rapidamente di recuperare il terreno perduto. Soprattutto nel luogo della politica istituzionale: il parlamento. Tanto che il 28 aprile 1969 dovrebbe iniziare la discussione per il disarmo della polizia. L’agente italiano come un «bobby» inglese. Ci pensano le bombe a Milano del 25 aprile a mandare nella soffitta delle utopie quel progetto. È cominciata la strategia della tensione. Questa fase è il perfezionamento e la sintesi di quanto dalla metà degli anni Sessanta andavano teorizzando e praticando gli esponenti dell’estrema destra collegati a larghi settori delle forze armate. Nazisti e fascisti italiani vogliono estirpare alla radice il «morbo comunista», assecondati, seguiti e, in definitiva, diretti dai servizi segreti italiani e americani. In Italia la CIA (Central Intelligence Agency) opera con successo dal dopoguerra.(...)
La CIA ha un grande nemico: il comunismo. Così come il KGB combatte con ogni mezzo il capitalismo. Ma se nel Terzo mondo i due organismi si combattono quasi ad armi pari, con prevalenza del KGB, nell’area occidentale la CIA non tollera intrusioni. Tanto che nel 1967 risolve brillantemente la crisi in Grecia installando al potere, con un colpo di Stato, un suo uomo: Georgios Papadopoulos. E da quel momento il «partito del golpe» anche in Europa è egemone all’Agency. E lo sarà fino alla metà degli anni Settanta.
Dopo la Grecia, è la volta dell’Italia. E nel SID, americano-dipendente, ovviamente prevale il partito golpista. Dal 1966 (cioè dall’anno dell’entrata in funzione) alla guida del SID c’è l’ammiraglio Eugenio Henke, mentre l’ufficio D viene diretto da quel Federico Gasca Queirazza che, nel 1969, riceve le informative dell’agente Guido Giannettini su quanto stanno preparando i nazisti veneti Franco Freda, Giovanni Ventura e Delfo Zorzi. Gasca Queirazza comunica quanto sa al suo superiore Henke, che riferisce al ministro dell’Interno, Franco Restivo. E Restivo non dice nulla al suo compagno di partito e presidente del consiglio, Mariano Rumor? Difficile crederlo. Anche perché le continue e incredibili amnesie di cui soffrirà Rumor al primo processo di Catanzaro suscitano ilarità, nonostante il contesto sia drammatico.
Quando nel 1970 Vito Miceli prende il posto di Henke, il partito golpista non è più solo coordinatore degli attentati fatti dall’estrema destra; scende in campo come diretto organizzatore. Il tentativo di Junio Valerio Borghese si inserisce in questa nuova dinamica. Miceli verrà anche processato per questo, ma come al solito senza alcun risultato. Quando agiscono durante la notte del 7 dicembre, gli uomini di Borghese non sono pensionati nostalgici. Hanno coperture e aiuti consistenti. Il ministro della Difesa, Tanassi, viene informato direttamente da Miceli di quanto sta accadendo. Stessa procedura con il capo di stato maggiore Enzo Marchesi. E Restivo sa tutto ancora prima che i congiurati occupino per alcune ore una parte del suo ministero. Restivo, interrogato in parlamento il 18 marzo 1971, cioè quando la notizia è ormai trapelata, nega tutto. Ovvio. La storia del golpe in Italia è una storia infinita. Come quella di piazza Fontana. Una storia che si ripete nell’aprile del 1973 con la Rosa dei venti. Che vede il coinvolgimento di personaggi ancora più seri e preparati di Borghese: cioè gente come il colonnello Amos Spiazzi (peraltro già presente anche il 7 dicembre 1970). Anche lui assolto.
Chi sovrintende a questo moltiplicarsi di attentati e di preparativi di golpe è un distinto ingegnere, Hung Fendwich, che ha la sua base a Roma in via Tiburtina. Ma non è un luogo segreto come molti potrebbero pensare. No, è l’ufficio dove lavora, cioè la Selenia, società del gruppo STET (IRI). Fendwich, che lascia l’Italia dopo il golpe Borghese, è la tipica eminenza grigia: studia, perfeziona piani, elabora analisi sulle situazioni socio-economico-politiche. Il lavoro operativo, quello che in gergo si chiama «lavoro sporco», lo compiono personaggi di levatura più modesta. Agenti di stanza alla base FTASE (il comando NATO di Verona dal 1969 al 1974). Oppure il capitano Theodore Richard della base di Vicenza. Sono questi gli uomini a cui fa capo Sergio Minetto, capostruttura degli informatori italiani della CIA. Cioè l’uomo a cui risponde Carlo Digilio, infiltrato nel gruppo di Ordine nuovo di Venezia. Un infiltrato operativo: prepara gli esplosivi e addestra Delfo Zorzi e Giovanni Ventura. Dove? Nella santabarbara del gruppo: il casolare in località Paese, vicino a Treviso.
Gli attentati che costellano l’Italia dal 1969 fino alla metà degli anni Settanta (ma continueranno ancora) sono considerati propedeutici al colpo di Stato. E se questo non viene attuato, ma sempre ventilato, ha comunque una funzione precisa: mandare segnali forti, minacciosi alle forze di opposizione, cioè al Partito comunista. Un segnale che viene recepito. Non è un caso che, dopo il golpe in Cile nel settembre 1973 (che porta a 47 i regimi militari nel mondo), il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, lanci dalle colonne della rivista «Rinascita» la proposta del «compromesso storico», cioè un accordo governativo tra DC, PCI e PSI. Ma ci vorranno ventitré anni prima che il PDS, erede del PCI, vada al governo con una coalizione di centrosinistra.
Le bombe quindi cristallizzano la situazione politica istituzionale, ma come reazione a sinistra generano il fenomeno della lotta armata. Sono i continui attentati e il pericolo del golpe che, tra l’altro, fanno scendere in clandestinità molti militanti extraparlamentari, ma anche personaggi come l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tutto creerà un circuito perverso che, in una certa misura, giustificherà, a posteriori, la teoria degli «opposti estremismi», da cui ci si può salvare solo dando fiducia a chi detiene in quel momento il potere. Cioè gli uomini che avallano e coprono quanto stanno facendo l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il SID, sotto la direzione della CIA.
I ministri danno le direttive. I servizi segreti eseguono. E ci mettono in più un po’ di loro iniziativa. Quindi non è un caso che nel 1974, quando gli uomini del SID portano a Giulio Andreotti, ministro della Difesa (nel quinto governo Rumor), le registrazioni fatte dal capitano Antonio Labruna con l’industriale Remo Orlandini, coinvolto nel golpe Borghese, Andreotti consigli di «sfrondare il malloppo». Traduzione: depurare i nastri dai nomi più importanti, cioè i vertici delle forze armate inseriti a vario titolo nel mancato golpe.
È un comportamento analogo a quello tenuto dal suo predecessore Mario Tanassi (alla Difesa nel quarto governo Rumor). Nell’estate 1974 il giudice Giovanni Tamburino chiede informazioni al SID sull’attività filogolpista del generale Ugo Ricci: lo ritiene uno dei responsabili della Rosa dei venti. Il SID, che sa perfettamente cosa fa Ricci, risponde: il generale è uomo di sicura fede democratica. Ma prima di mandare questa lettera, il capo del SID invia la richiesta del giudice a Tanassi che la restituisce con l’annotazione: «Dire sempre il meno possibile».
La pratica del silenzio e della menzogna si tramanda negli anni. È il 13 ottobre 1985 quando il settimanale «Panorama» pubblica stralci di un documento di Bettino Craxi, presidente del consiglio, che invita gli uomini dei servizi segreti a «mantenere una linea di mancata collaborazione» con i giudici che li interrogano. Craxi non negherà mai l’autenticità del rapporto. E come potrebbe? Ma farà pressioni sui giudici affinché lo ignorino. Dunque i politici sapevano tutto delle trame dei servizi segreti. Spesso ne erano gli ispiratori. Sapevano che venivano utilizzati i fascisti per creare la strategia della tensione. Erano corresponsabili o direttamente promotori come Restivo.
Un affare di Stato sta, dunque, dietro le bombe del 12 dicembre. Un affare di personaggi che scelgono il terrorismo per perpetuarsi nella gestione del potere.
«Il 12 dicembre 1969 segna una frattura, nella storia della repubblica [...] perché effettivamente, allora, insieme a sedici persone comuni, morì un pezzo significativo della prima repubblica: una parte consistente dell’apparato statale passò consapevolmente nell’illegalità. Si pose come potere criminale continuando a occupare istituzioni vitali ed essendone tollerato (sono migliaia i ‘servitori dello Stato’, poliziotti, giudici, agenti segreti, politici, cancellieri, ministri, passacarte e uomini di mano che hanno cooperato per realizzare e poi coprire, depistare, insabbiare, rendere impunibile quel delitto). È da allora che l’Italia ha cessato di essere una democrazia costituzionale in senso pieno», scrive il politologo Marco Revelli nel suo libro Le due destre.
L’analisi politica è confortata e documentata dalle indagini del giudice Guido Salvini: «La protezione dei componenti della cellula veneta [...] era un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili
con il mantenimento dello statu quo politico del Paese».
Un coinvolgimento così esteso alimenta anche un dubbio. Quanto sapeva della strage di piazza Fontana il principale partito d’opposizione: il PCI, oggi DS? Molto, certamente. Ma quanto? E fino a che punto la paura delle bombe e del colpo di Stato hanno ammorbidito le posizioni del PCI? Fino
a che punto questa paura ha portato a proporre il compromesso storico e ad accettare poi il consociativismo? La risposta è solo negli archivi dell’ex PCI, impenetrabili come quelli del Vaticano.
Una risposta è però possibile. Una risposta che, viste le responsabilità a tutti i più alti livelli, può essere una sola: piazza Fontana è una strage di Stato. Di più: la madre di tutte le stragi.

Da: Luciano Lanza, Bombe e segreti, Eleuthera,2005, pp. 127-133

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