13 ottobre 2021

L' INCHIESTA SUGLI IMMIGRATI A MILANO DI D. MONTALDI

 




Quando gli immigrati clandestini erano i “terroni”: la Milano,Corea di Danilo Montaldi

Alla fine degli anni Cinquanta un forte flusso migratorio investì le grandi città industriali del Nord. Era un fenomeno tutto italiano, ma questo non evitò che si manifestassero fenomeni di rifiuto, supersfruttamento e marginalizzazione del tutto simili a quelli di oggi verso l'emigrazione proveniente dall'estero. Presentiamo in anteprima qualche pagina di un lavoro di prossima pubblicazione sulla figura e l'opera di Danilo Montaldi.


Giorgio Amico

Milano, Corea (1)


All'inizio del 1959 Danilo Dolci (2) propone all'editore Feltrinelli una serie di interviste, raccolte nell'anno precedente da un suo collaboratore, Franco Alasia (3), già operaio della Breda e alunno nel 1948 dello stesso Dolci allora di insegnante presso le suole serali di Sesto S. Giovanni. Sono storie di lavoratori precari, in gran parte immigrati a Milano negli anni precedenti». In una sua lettera-prefazione alla prima edizione del 1960 del libro Dolci, dopo aver raccontato della sua ormai più che decennale amicizia con Alasia, ricostruisce la genesi della ricerca come un prolungamento a Milano della sua inchiesta Banditi a Partinico, pubblicata nel 1955 da Laterza:

«Ci era venuto il desiderio di guardare, più da vicino, sotto il concitato fervore di Milano, sotto la lucida solidità dei suoi cementi armati. Franco ha cominciato a girare guardando attentamente; un incontro, un altro incontro, un ambiente, un altro ambiente, a catena: man mano la gente del “basso” parlava e tutto veniva appuntato con scrupolo, parola per parola. Egli seguiva le strade battute dalla povera gente che lavora-non lavora e da quella che svolge le mansioni più umili, più dure e peggio pagate. Raccoglieva le loro parole conoscendoli sul luogo del loro lavoro, della loro miseria, per la strada, nelle baracche dove abitano e nelle casette che si sono costruiti. E intanto una prima constatazione si imponeva: uomini e donne che a Milano esercitano i mestieri più bassi sono per la gran parte di origine non milanese. Ciò significa che essi hanno in comune aspirazioni ed esigenze, questioni da risolvere e decisioni da prendere. Il loro insediamento, ad esempio, aveva determinato la nascita di nuovi quartieri nei paesi vicini alla città. Il problema quindi non era soltanto quello delle condizioni immediate di una massa della popolazione a Milano, ma anche quello più vasto della relazione tra la metropoli e ampi settori della popolazione delle zone sottosviluppate, che ad esse tendono. […] Individuato il problema nei suoi caratteri fisici attraverso la documentazione raccolta da Franco, si trattava di conoscere la qualità del fenomeno, di darne le misure complesse, di approfondire».(4)  

Fu solo attorno alla metà di marzo del 1959 che Gian Piero Brega all'epoca redattore alla Feltrinelli prese contatto con Montaldi a cui, come si legge nella nota dell'editore «venne affidato il reperimento e l'elaborazione dei dati, e l'interpretazione del fenomeno». (5)

Alla Feltrinelli si guardò a Montaldi come il «più "attrezzato" tra i giovani sociologi per ordinare e portare a termine la ricerca intrapresa da Alasia». (6) Come si può leggere nella Nota dell'editore premessa alla seconda edizione dell'opera, Feltrinelli aveva voluto che centrale diventasse la questione dell'emigrazione, imponendo praticamente che fra il vasto materiale raccolto da Alasia venissero selezionate «esclusivamente le storie di immigrati». E questo per evitare di «tramutare un lavoro di denuncia in un libro letterario» o in una ricerca meramente antropologica.(7) Occorreva dunque un supervisore che fosse il meno accademico possibile e Danilo Montaldi, che si era fatto conoscere con la sua Inchiesta nel Cremonese del 1956, era senza dubbio il più adatto a corrispondere alle indicazioni dell'editore.

Montaldi accettò l'incarico con entusiasmo, anche se il metodo usato da Alasia, l'intervista, differiva dal suo totalmente incentrato su materiali autobiografici elaborati dagli stessi interlocutori. In realtà , proprio confrontandosi  con Alasia sulle modalità impiegate nella ricerca gli fu chiaro che le differenze non erano poi così forti. «Il materiale gli era piaciuto; in particolare lo aveva conquistato il modo in cui Alasia aveva raccolto le interviste, straordinariamente affine al suo. Niente magnetofono, ma la trascrizione minuziosa delle parole dell'intervistato, comprese inflessioni, anacoluti e incertezze. Niente questionari rigidi e vincolanti ma incontri ripetuti con lo stesso interlocutore per approfondire, sciogliere, integrare [...]. Dell'approccio di Alasia Montaldi condivideva tutto: la qualità letteraria, la finezza delle osservazioni, il gusto dei particolari, l'empatia. Gli unici problemi erano da un lato l'abbondanza di materiali, tant'è che proponeva di ridurre e usare solo in parte le biografie di marginali, e dall'altro la necessità di completare il disegno aprendo i confini geografici delle provenienze». (8)

«Da questo materiale – scrive nella lettera a Gian Piero Brega del 9 aprile 1959 - viene straordinariamente in avanti una serie di questioni: le conseguenze della guerra, la trasformazione sociale, la crisi agraria, la struttura economica, la città». Una ricchezza di materiali che andava articolata attorno ad alcuni punti fondamentali: «le condizioni economiche e culturali d'origine [...] le risorse e i limiti che queste ponevano alle strategie messe in campo dall'immigrato per fronteggiare il mercato del lavoro nella grande città, così come le questioni relative all'abitare [...], la stratificazione urbana e la sopravvivenza di atteggiamenti e costumi del mondo contadino, le relazioni con gli autoctoni («rapporto città/campagna-comportamento a Milano fedeltà alle tradizioni». (9).

Di conseguenza Montaldi non si limitò ad una semplice supervisione del materiale già raccolto, ma con lo scrupolosità che gli era propria, decise di ripercorrere passo per passo l'indagine di Alasia per osservare con i suoi occhi quanto descritto nelle interviste. È quanto mette in luce Quiligotti nella sua Postfazione alla riedizione del libro del 2010:

«Inchiesta sul campo e studio delle biografie appaiono strettamente intrecciati. Sono le storie degli immigrati - i luoghi e le abitazioni in cui si ritrovano, mangiano, dormono, i mezzi con cui si spostano, le realtà istituzionali in cui si imbattono o a cui ricorrono, le fonti da cui traggono le informazioni necessarie per orientarsi - che guidano l'inchiesta di Montaldi; gli suggeriscono ulteriori domande, a volte le parole. così come intrecciati appaiono lo studio delle rappresentazioni e i punti di vista istituzionali con l'osservazione partecipante delle realtà di base. Non è un caso che, durante i primi tre mesi di lavoro, Montaldi torni sui luoghi già battuti da Alasia, incontri i suoi stessi personaggi e altri sottoccupati e immigrati; s'immerga negli spazi da loro quotidianamente frequentati, abitati o anche solo sfiorati: coree, mense, dormitori» (...)«nel frattempo continuava a lavorare al blocco delle biografie raccolte da Alasia. Leggeva, rileggeva, ordinava e riordinava la sequenza, ipotizzando qua e là tagli e integrazioni con altre interviste che andava conducendo». (10)

In base a quanto fin qui affermato si comprende la differenza fra Milano,Corea e le due opere successive di Montaldi, Autobiografie della leggera e Militanti politici di base. Milano,Corea è un libro scritto a quattro mani, composto di due sezioni: la prima, curata da Montaldi, consistente in una estesa analisi e commento dei dati relativi all'immigrazione nell'Italia degli anni Cinquanta e di quanto messo in luce dalle biografie; la seconda composta dalle 32 biografie raccolte originariamente da Alasia integrate da altre tre raccolte da Montaldi. Come espressamente richiesto da Feltrinelli, gli immigrati non diventano un soggetto letterario, né sono mitizzati per rimpiangere una cultura e un mondo contadino ormai in via di sparizione. Alla base della ricerca c'è il riconoscimento pieno « della marginalità sociale come figura interna e non residuale dello stesso processo capitalistico di valorizzazione». (11)  

    Copertina della seconda edizione (1975)


In polemica con le tesi sottosviluppiste del Pci, gli immigrati non sono il frutto né di una politica sbagliata della DC e dei governi centristi, né dell'arretratezza dell'economia italiana, ma un segno dello sviluppo economico, un frutto della modernità, un sottoprodotto di quel “neocapitalismo” sulle cui caratteristiche si inizia a dibattere. Montaldi dimostra di aver assimilato a fondo la lezione di metodo marxista offerta da Lenin in Lo sviluppo del capitalismo in Russia, opera giovanile ma fondamentale perché proprio su questa analisi della ormai raggiunta maturità capitalistica del paese il rivoluzionario russo fonderà per intero la sua strategia futura a partire dal Che fare del 1903 per arrivare alle Lettere da lontano del 1917. Una visione dialettica, quella di Montaldi, capace di cogliere la vera natura delle contraddizioni sociali dell'Italia del miracolo economico. Nelle storie di vita di Milano, Corea, avverte Montaldi, «sono riassunte tutte le situazioni diverse che abbiamo finora avvicinato, dove esse si fanno carne e sangue e acquistano volti d'uomo e donna […] Perché queste situazioni determinano dei comportamenti, delle condotte individuali, dei modi di essere. […] L'iniziativa di "toccare terra" attraverso la ricerca per storie di vita offre, infine, il vantaggio di riscattare dal particolare, di mettere in relazione con il resto sociale, tutto un campo di rapporti interumani sul quale batte il pregiudizio e l'organizzata chiusura delle maggioranze». (12)

È questa ostinata volontà di combattere il pregiudizio e il rifiuto ad integrare gli immigrati, visti come una massa indifferenziata aliena e pericolosa, a dare al libro il suo carattere politico, ad evitare, proprio come voleva Feltrinelli, che diventasse mera letteratura o folklore. Montaldi non si limita a una analisi sociologica di tipo accademico, né a una denuncia di tipo giornalistico di una Italia del Nord in pieno boom economico dove “non si affittano case ai meridionali”. L'obiettivo di Montaldi e di Alasia è di valorizzare le esperienze di vita, le aspettative e le concezioni proprie dei soggetti intervistati. Insomma, dare voce a chi voce non ha: «immigrati, sottoccupati, “randa”, “barba”, prostitute e assistiti» (13) che per i milanesi sono solo “terroni” anche se poi, come la ricerca dimostra, molti di essi arrivano dalle campagne ormai in crisi della pianura padana. Dare visibilità agli invisibili, a un proletariato che lavora e produce, ma che formalmente non esiste, perché lavora spesso in nero e dunque non può richiedere la residenza che viene concessa, in base a una normativa risalente all'epoca fascista, solo a chi risulta occupato. Ma senza certificato di residenza non ci si può iscrivere alle liste degli uffici di collocamento. Da qui la precarietà dell'esistenza e la condanna a non poter uscire dal lavoro nero e da una condizione di supersfruttamento. "Clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria", li definisce Montaldi. Una condizione molto simile a quella degli attuali migranti extracomunitari, condannati alla clandestinità e a una vita perennemente in bilico tra supersfruttamento, marginalità sociale e piccola criminalità.

Il libro fece scandalo, ma ebbe anche un notevole successo di critica e di pubblico. Montaldi, come sempre disinteressato al denaro, chiese un compenso molto modesto, 300.000 lire, per un lavoro durato più di sei mesi - da maggio, mese in cui comincia a recarsi quasi quotidianamente a Milano, sino a novembre – e continuato fino alla fine di gennaio 1960 con la correzione delle bozze del libro che uscirà poi nelle librerie a marzo. Una paga operaia, considerato che proprio dalla ricerca emerge come il salario di un manovale comune nell'edilizia non superasse allora a Milano le 50.000 lire al mese.


   Copertina della nuova edizione Donzelli (2010)


(1) Il termine "Corea", indica i quartieri di baracche e case abusive costruite dagli immigrati nelle periferie dei grandi centri industriali del Nord. L'espressione nasce negli anni (1950-53) della guerra di Corea che fece conoscere all'Occidente le miserevoli condizioni di vita del proletariato coreano.
(2) Danilo Dolci (1924-1997) sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza.
(3) Giovanni (Gianni) Alasia (1927–2015), operaio, partigiano. Poi esponente di punta della CGIL torinese. Militanti del Psi, poi del Psiup e infine del Pci. Deputato dal 1983 al 1987, fu dopo lo scioglimento del Pci tra i fondatori di Rifondazione Comunista.
(4) Danilo Dolci, Prefazione a: Franco Alasia-Danilo Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Milano, Feltrinelli 1960, pp. 8-9.
(5) G. G. Feltrinelli, Nota dell'editore, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, cit., p. 5.
(6) J. Quiligotti, Postfazione, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, (nuova edizione) Donzelli, Roma 2010, p. 318.
(7) G. P. Brega, Nota dell'editore, a F. Alasia-D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, 2ª ed., Feltrinelli, Milano, 1975, p. 9.
(8) J. Quiligotti, cit., p. 318.
(9) Ivi, p. 319.
(10) Ivi, p. 321.
(11) Attilio Mangano, L'altra Linea. Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Pullano Editori, Catanzaro, 1992, p. 62.
(12) D. Montaldi, Inchiesta sugli immigrati, in F. Alasia, D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, Milano 1960, p. 135.
(13) Ibidem.

ARTICOLO RIPRESO  DA VENTO LARGO 


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