29 ottobre 2021

Un recente commento a "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" di CESARE PAVESE

 


In questi giorni, è stato ripubblicato dalla casa editrice “La vita felice” un classico del Novecento: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese. Riprendiamo dal sito http://www.leparoleelecose.it/?p=42677 un estratto della nuova prefazione di Tommaso Di Dio, seguito da alcune poesie di Pavese


Con la notte, il gesto

di Tommaso Di Dio


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi: questo il verso con cui si apre una delle opere più celebri del Novecento, un’opera senza eredi, di cui – come per tutti i veri capolavori – è possibile solo la parodia. Con la prepotenza di un doppio futuro, questo titolo sembra nondimeno l’affermazione di una certezza indubitabile. Qualcosa si dà, apodittico, senza possibilità di replica, e fonda la propria evidenza su di una logica non conseguenziale, ma metonimica, di prossimità in prossimità animata da una forza altra, oscura, che presiede alle cose prime e alle cose ultime: lo sguardo, la morte. Le poesie di cui si compone questo libro sono state scritte alla metà del Novecento: vengono dal centro di un secolo i cui spettri non riusciamo ancora a dimenticare e che qui, in questo esilissimo libro di soli ventuno testi, si mostrano in un’epitome astratta, assoluta. Ancora, a distanza di più settant’anni dalla loro prima, postuma edizione, queste poesie, calibrate rigorosamente sulla misura breve di un verso ipnotico, litanico, ci costringono al confronto con qualcosa che ancora oggi ci pare ineludibile. A guardarle per un momento, così stagliate sulla pagina bianca, così esili, sembrano un monito; come se chi le scrisse non abbia mai potuto staccarsi dall’idea che dall’essere, dall’essere pienamente se stessi, non potrà mai essere disgiunta un’esperienza terribile, abbacinante: «Sarai tu – ferma e chiara.»

 

A chi incontrasse per la prima volta questi versi, vorrei dire: siate cauti; e leggeteli come se riceveste in dono un segreto. E il segreto non è il nome proprio che si dischiude, di volta in volta, dietro il pronome di seconda persona. Queste poesie – lo sappiamo – nascono dall’incontro con alcune donne (La terra e la morte del 1947 raccoglie i testi per la scrittrice e analista Bianca Garufi, le restanti del 1950 sono per l’attrice americana Constance Dowling), ma tutte sembrano la stessa poesia, un infinito reiterato tentativo di scrivere la sola poesia che valga la pena di scrivere. Dietro a ciascuna e a tutte, si avverte la medesima insistenza: come se al di là del paravento, dell’occasione apparentemente struggente e patetica – poesie d’amore per amori infelici –, premesse una dimensione vibrante, ctonia, che solo l’energia di un amore sbagliato ha avuto la capacità di risvegliare e di condurre alla superficie della parola. E così dietro a questo «tu» che torna e ritorna, che batte e ribatte ossessivamente in quasi ogni poesia, si nasconde qualcosa che non ha e non può avere un nome proprio, che può soltanto essere invocato da quella parte del discorso che, per eccellenza, ‘sta al posto di’ e che rimanda al di là del linguaggio, nel mondo delle cose e dei fatti, dei gesti. Se c’è un segreto in queste poesie, sta tutto qui: nell’uso di questo pronome di seconda persona.

 

Il «tu» è un pronome strano: è il segno di un’alterità che però, a differenza della terza persona, porta con sé anche il presentimento e il desiderio di una massima intimità. Ci si rivolge con questa parola a chi ci è prossimo, così prossimo da essere oggetto di rabbia, di affetto o dell’amore più carnale; eppure, per la medesima ragione, è un pronome allucinatorio, spettro dell’assente e di chi è invocato. «Tu» è un pronome paradossale: sta alla logica della metafisica quanto sta a quella dell’incarnazione. È il pronome di un’attesa e di una speranza che non abita le distanze astratte delle speculazioni teologiche, ma le viscere e il sangue, perché nel «tu» è sempre in causa il volto di un’appartenenza, la tremenda speranza che chi manca possa comparire davanti a noi, sia già accanto a noi, sia già spazio dentro di noi. Pavese – che ironicamente scriveva di sé «Tu sei celibe – non credi in Dio»[1] – sapeva bene che, per lui, l’uso di questo pronome poteva solo aprire le porte di un abisso senza fine. Lo sapeva ed è stata la scoperta della sua vita, deposta in questi testi durante i suoi anni estremi. Il segreto della poesia, aveva scritto, sta tutto in questa capacità di rievocare la vita «una seconda volta»[2]: conoscere è ricordare; e favole, miti, profezie e preghiere si intrecciano alla poesia, che infine non vuole altro che far accadere nuovamente ciò che si nomina. Scrive ne Il mestiere di vivere: «Ecco la poesia, che è magia e rito – religione»[3]. Si scrive la poesia come componendo un’azione nello spazio sacrificale della pagina; e si scrive «tu» perché il «tu» arrivi, perché il «tu» avvenga e ricompaia, certo non in una presupposta realtà, là fuori da qualche parte, ma perché diventi invece presenza ripetuta nel linguaggio e così, assente, prenda vita in noi, sia sangue nel nostro sangue: «tu dura e dolcissima/ parola, antica per sangue/ raccolto negli occhi». Pavese era convinto che fra rito, mito e dogma intercorresse la stessa tensione che c’è fra vita, poesia e filosofia[4]. La vita muta dei gesti sta allora al rito come il mito alle parole della poesia e il momento di «commozione estatica», di cui la poesia è testimonianza bruciante, non è mai contatto alogico e primigenio con l’aorgico, ma ricordo di un segno che si trovò «trasfigurato», terribile «favola». Per Pavese l’infanzia non è solo il nome che diamo all’area immemore della nostra vita senza linguaggio, ma quel terribile «vivaio» di «gesti e parole irreparabili» in cui specchiare «l’orrore adulto»[5]; lì abbiamo imparato «a conoscere il mondo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni delle cose»; e se «si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commuoviamo perché ci siamo già commossi»[6]. E allora dietro questo «tu» non c’è niente? Il nulla di un rinvio cieco, vuoto? Un dio assente? Solo linguaggio che rumoreggia, ricordando se stesso?

 

No, certo che no. Per Pavese la poesia era un’altra cosa: slancio rischioso, rapporto, profonda ricerca formale, «dolore operoso»[7]. Una volta, anni prima, nel 1936, il giovane autore di Lavorare stanca[8], rispondendo ad una recensione negativa di un erudito piemontese[9], dopo aver dichiarato di essere completamente concorde sul fallimento del suo tribolato primo libro, aveva sostenuto che l’obiettivo estetico di quelle poesie fosse «rappresentare un mondo», «un mondo di giovani che vivono contenti e meravigliati delle cose reali»; Pavese precisa, fra parentesi, che l’autore in quel mondo dovesse entrare «come un semplice personaggio e non con la prepotente sicumera del lirico che si canta». Cosa ne è di quella pretesa, dieci anni dopo? Per descrivere «un mondo», è bastato fare di sé un personaggio fra i tanti? In Verrà la morte e avrà i tuoi occhi la pretesa giovanile di ‘realismo’ sarà perseguita con altrettanta forza, ma ben oltre l’ingenua equivalenza fra mondo e «cose reali». Pavese, da questo punto di vista, va decisamente al di là dell’assunto neorealista, a tal punto che il suo – come per i Dialoghi con Leucò[10], vero testo a fronte di queste poesie – è stato un tentativo quasi incomprensibile per l’epoca e finanche sospetto di essere reazionario. Il realismo di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è, infatti, tutto risolto nella rappresentazione di un sentimento e, per paradosso, non c’è niente di meno soggettivo del sentimento. Il sentimento, che una vulgata pseudoromantica vorrebbe legato indissolubilmente all’espressione di una claustrale soggettività, è invece sempre effetto di ciò che si impone dall’esterno, è il segno del ‘fuori’ dentro di noi; il sentimento è ciò che apre e spazia il mostro monologico dell’io e lo dischiude alla verità del dialogo di cui è costituito, abitato com’è dal «noi» sociale e dal «tu» di un’appartenenza. In questa opera estrema, il tradizionale soggetto della poesia lirica, l’io, cessa di essere un personaggio fra gli altri, come era accaduto in Lavorare stanca, e scompare quasi del tutto; ciò che lascia sulla pagina è una scena: di poesia in poesia, assistiamo alla composizione strutturale di un paesaggio oggettivo di simboli. Lo ritroviamo ad ogni verso: «Anche tu sei collina e sentiero di sassi/ e gioco nei canneti,/ e conosci la vigna/ che di notte tace». Pavese già anni prima lo aveva scritto, avvicinando il termine ‘descrizione’ a quello di ‘sentimento’: «mi pare comunque esatto che sentimento sia il descrivere propriamente»; e aggiunge che «adoperare le commozioni per scoprirvi rapporti è infatti già elaborare razionalmente queste esperienze»[11]. Se dunque il sentimento è una dimensione oggettiva come quella propria di una descrizione accurata, altrettanto lo è il simbolo, che per Pavese non è altro che «l’attimo estatico», momento di fuoriuscita dal sé, in una dimensione che è sì «supertemporale», ma che si arricchisce della trafila storica dei nostri gesti, accumulatasi nella memoria[12]. Di ciò parlano queste poesie, che sono interamente costruite sul rapporto reciprocamente evocativo fra sentimento e paesaggio. Quello che Pavese chiama «il puro pezzo mimetico», il sentimento, non è che l’accordo fra un «tu» che, perdendo definitivamente il nome proprio, diviene simbolo, che si dà nel linguaggio mediante metafora e metonimia; l’io è ciò che resta, ovvero lo spazio di questo avvenimento. Ecco perché tanta parte di queste poesie sono costruite sulla reiterazione di una medesima struttura che vede il pronome di seconda persona, implicito o esplicito, affiancarsi ossessivamente ad un verbo copulativo a cui si lega, nella posizione predicativa, un elemento simbolico del paesaggio. È la reiterazione perfetta di questa macchina retorica che fa di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi un libro così suggestivo, così potente, così inquietante. Da un lato, è capace di dare voce al senso di spossessamento che provoca il sentimento amoroso; dall’altro, a questa espropriazione dà un nome preciso: e il suo nome è morte

[…]

 _______________________________

[1] Si veda Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 21 novembre 1947: «Sapere che qualcuno ti attende, qualcuno ti può chiedere conto dei tuoi gesti e pensieri, qualcuno ti può seguire con gli occhi e aspettarsi una parola – tutto questo ti pesa, t’impaccia, t’offende. Ecco perché il credente è sano, anche carnalmente – sa che qualcuno lo attende, il suo Dio. Tu sei celibe – non credi in Dio.»

[2] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 26 settembre 1942: «Non esiste un ‘veder le cose la prima volta’. Quella che ricordiamo, che notiamo, è sempre una seconda volta».

[3] Si veda Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, cit., 11 dicembre 1947: «… the hunting, fighting, or what not, the thing done, is never religious; the thing re-done with heightened emotion is on the way to become so. The element of action re-done, imitated, the element of μίμησις is, I think, essential… Not the attempt to deceive, but a desire to re-live, to re-present» (HARRISON. Themis. 26 p. 43). Non corrisponde al tuo vedere mitico, alla tua «seconda volta»? E in questa mimesi c’è il segreto della poesia. Ripresentare una cosa fatta, una caccia, una battaglia, non è raccontarla? Ripresentarla prima che avvenga, per farla accadere (magìa), non è profetarla? Ecco la poesia, che è magìa e rito – religione.» L’autore sta commentando una frase tratta dall’opera di Jane E. Harrison, Themis. A study of the Social Origins of Greek Religion, Cambridge University Press, Cambridge 1912.

[4] Si veda Il mestiere di vivere, cit., 20 dicembre 1947: «Che il rito preceda sempre il mito e il dogma è la grande legge delle cose spirituali. Se per rito dici vita e per mito e dogma poesia e filosofia, la cosa è chiara.»

[5] Ivi, 27 Novembre 1937: «Tutti gli uomini hanno un cancro che li rode, un escremento giornaliero, un male a scadenza: la loro insoddisfazione; il punto di scontro tra il loro essere reale, scheletrico, e l’infinita complessità della vita. E tutti prima o poi se ne accorgono. Di ciascuno bisognerà indagare, immaginare il lento accorgersi o il fulmineo intuire. Quasi tutti – pare – rintracciano nell’infanzia i segni dell’orrore adulto. Indagare questo vivaio di retrospettive scoperte, di sbigottimenti, questo loro angoscioso ritrovarsi prefigurati in gesti e parole irreparabili dell’infanzia. I Fioretti del Diavolo. Contemplare senza posa quest’orrore: ciò ch’è stato, sarà.»

[6] Si veda Il mestiere di vivere, cit., 31 agosto 1942: «Da bambino s’impara a conoscere il mondo non – come parrebbe – con immediato e originario contatto alle cose, ma attraverso i segni delle cose: parole, vignette, racconti. Se si risale un qualunque momento di commozione estatica davanti a qualcosa del mondo, si trova che ci commuoviamo perché ci siamo già commossi; e ci siamo già commossi, perché un giorno qualcosa ci apparve trasfigurato, staccato dal resto, per una parola, una favola, una fantasia che vi si riferiva. Naturalmente a quel tempo la fantasia ci giunse come realtà, come conoscenza oggettiva e non come invenzione. (Giacché che l’infanzia sia poetica è soltanto una fantasia dell’età matura.)»

[7] Così in risposta ad una lettera Torino, in risposta ad una lettera timbrata 23 novembre 1925, all’amico di studi giovanili Mario Sturani.

[8] Cesare Pavese, Lavorare stanca, Firenze, Solaria, 1936; la pubblicazione del libro – che fu per lo più ignorato – avvenne mentre Pavese stava scontando una pena triennale al confino a Brancaleone Calabro, che si concluse con il rientro a Torino nel marzo del 1936, essendo stata infine accettata la richiesta di grazia proposta dalla sorella.

[9] Si veda Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere, a cura di L. Mondo, Einaudi, Torino, 2014; la lettera del giugno del 1936 è rivolta a Giuseppe Cassano: «In poche parole, l’idea delle mie poesie, astratta di volta in volta per decantazione, non anticipata in tesi, era questa: rappresentare un mondo (in cui l’autore entrasse come un semplice personaggio e non con la prepotente sicumera del lirico che si canta), un mondo di giovani che vivono contenti e meravigliati delle cose reali, che si muovono con mattutina spensieratezza tra gli uomini, che non rifiutano di fare una risata o una nuotata o una bevuta o anche, perché no?, una chiavata, ma che soprattutto amano i gesti semplici e netti, le situazioni chiare, il riposo dopo la fatica, la fatica dopo il riposo.»

[10] I Dialoghi con Leucò furono scritti dal 1945 al 1947, anno della loro pubblicazione per Einaudi. Il libro, carissimo al loro autore, quasi ignorato alla sua uscita, è dedicato a Bianca Garufi. Pavese ne aveva una copia con sé, quando fu trovato in una camera dell’albergo Roma di Torino. Sulla prima pagina fu trovata la sua ultima nota di diario: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».

[11] Si veda Il mestiere di vivere, cit., 1 novembre 1935: «È interessante l’idea che il sentimento in arte sia il puro pezzo mimetico, l’esatta descrizione della bonaccia. Una descrizione cioè, fatta con termini propri, senza scoperte di rapporti immaginosi e senza intrusioni logiche. Ma se è concepibile una descrizione che non conti immagini (che forse la natura stessa del linguaggio nega), può darsi una descrizione al di qua del pensiero logico? Non è già espressione di giudizio osservare che l’albero è verde? O se pare ridicolo trovare un pensiero in simile banalità, dove finisce la banalità e comincia il vero giudizio logico? Rimando a miglior filosofo il secondo capoverso. Mi pare comunque esatto che sentimento sia il descrivere propriamente. Adoperare le commozioni per scoprirvi rapporti è infatti già elaborare razionalmente queste esperienze.»

[12] Si veda Il mestiere di vivere, cit., 17 settembre 1942: «La novità di quest’oggi è che l’attimo estatico corrisponda al simbolo, che sarebbe quindi la pura libertà. Viviamo nel mondo delle cose, dei fatti, dei gesti, che è il mondo del tempo. Il nostro sforzo incessante e inconsapevole è un tendere fuori del tempo, all’attimo estatico che realizza la nostra libertà. Accade che le cose i fatti i gesti – il passare del tempo – ci promettono di questi attimi, li rivestono, li incarnano. Essi divengono simboli della nostra libertà. Ognuno di noi ha una ricchezza di cose fatti e gesti che sono i simboli della sua felicità – essi non valgono per sé, per la loro naturalità, ma c’invitano ci chiamano, sono simboli. Il tempo arricchisce meravigliosamente questo mondo di segni, in quanto crea un gioco di prospettive che moltiplica il significato supertemporale di questi simboli. Che è quanto dire che non esistono simboli negativi, pessimistici, o semplicemente banali: il simbolo è sempre attimo estatico, affermazione, centro».

 

*

da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

di Cesare Pavese

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.

 

[29 ottobre 1945]

 

*

 

Sei la terra e la morte.

La tua stagione è il buio

e il silenzio. Non vive

cosa che più di te

sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti

sei soltanto dolore,

l’hai negli occhi e nel sangue

ma tu non senti. Vivi

come vive una pietra,

come la terra dura.

E ti vestono sogni

movimenti singulti

che tu ignori. Il dolore

come l’acqua di un lago

trepida e ti circonda.

Sono cerchi sull’acqua.

Tu li lasci svanire.

Sei la terra e la morte.

 

[3 dicembre 1945]

 

*

 

Verrà̀ la morte e avrà̀ i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà̀ la morte e avrà̀ i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

 

[22 marzo 1950]



  

*

 

The night you slept

 

Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia –

è un brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t’implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l’alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c’è chi come te attende l’alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l’alba. 

[4 aprile 1950]

 


 

 




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