31 luglio 2016

SULLA NARRAZIONE POETICA DI NINO DE VITA


Questa mattina mi piace riprendere questo un pezzo dedicato al poeta marsalese da http://www.minimaetmoralia.it/

La narrazione poetica di Nino De Vita

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Esistono delle storie che, appena le leggi, capisci subito che sono importanti; e tuttavia ti accorgi che non lo sono per i fatti che raccontano, per i dettagli che rivelano, ma per le cose che nascondono, quelle di cui non è possibile parlare. Sono, in un certo senso, narrazioni centripete, che non procedono in maniera lineare, ma in modo concentrico e in cui gli elementi che rimangono nascosti fino alla fine riflettono sulle cose un’ombra che ne manifesta l’importanza senza svelarne l’aspetto.
A ccanciuri Maria, di Nino De Vita, è uno di questi libri. De Vita racconta – nel suo bel dialetto siciliano con testo italiano a fronte – la storia di un matrimonio sbagliato. Lo sposo, dopo essere stato rifiutato dalla famiglia di Maria, la sua innamorata, decide di rapire la ragazza e organizza la classica fuitina. Ma la sera in cui insieme al cognato si presenta a casa sua per portarsela via, al posto suo trova la sorella Margherita, e rapisce lei. Il rapimento, ovvero l’episodio centrale del poemetto, viene narrato solo alla fine del libro.
L’alterazione cronologica non è casuale ma dichiaratamente intenzionale. Il poeta non riesce a narrare immediatamente la scena del sequestro. Qualcosa glielo impedisce, anche se non è ben chiaro cosa; si direbbe una specie di senso del pudore. Fatto sta che, come lui stesso dichiara, ha bisogno di raccontare prima la fine della vicenda e solo in seguito tornare a questo fatto: «Erunna stanzia, nchiusu – aviacalatu / ’a sira – chi ddicisi / annuncaricuntari / ’a lungaria chi chiuri / ’a storia. E poi turnari / nnarrè. / Eu ficicomu / un sàvutu» («Ero nella stanza, chiuso – era scesa / la sera – quando decisi / allora di raccontare / i fatti che concludono / la storia. E poi tornare / indietro. / Io feci come / un salto»).
Il motivo, probabilmente, risiede in una specie di qualità del tempo che vige in questa narrazione. Le vicende di Maria non sono soggette al tempo della storia, bensì a quello del mito. Il tempo della storia – in cui le conseguenze hanno una relazione diretta con le cause – ha un andamento, per così dire, metonimico, in cui tra due eventi si stabilisce necessariamente una relazione di causa-effetto.
Il tempo del mito, al contrario, ha un andamento metaforico, in cui a un evento può sostituirsene un altro per il semplice fatto di assomigliargli; è un tempo che non scorre in modo lineare, con un prima e un dopo ben delineati, bensì in modo circolare, come le stagioni, e in cui è arduo stabilire cosa venga prima e che cosa dopo.
Il movimento circolare si configura come un’ossessione nel momento in cui anche il paesaggio appare soggetto a un fiorire divortici e mulinelli: «Ccisu’ mazzapaneddi / tra ’u puzzue ’u paramentu, / nnadd’agnuni. E firrìanu. / Sunnufogghimmiscatiô purvirazzu, / fila ripagghia, pinni, pizzuddicchi / ri carta. / Firrìanu, firrìanu / p’attornuô ’n munzidduzzu / firrìanu, quarcosa / svulazzia, si nni va» («Ci sono mulinelli / tra il pozzo e il palmento, / in quell’angolo. E girano. / Sono foglie mischiate alla polvere, / fili di paglia, penne, pezzettini / di carta. / Girano, girano / attorno ad un mucchietto / girano, qualche cosa / vola, se ne va»).
La realtà perde la propria compattezza e si diluisce in una sostanza liquida e fuggevole. Le immagini si frangono come in un riflesso, di cui è arduo percepire la consistenza. Nella narrazione mitica il racconto non traccia linee demarcate. Al disegno preferisce il colore: ma si tratta di una tinta acquerellata, diluita, che tende a sbiadire subito dopo aver acquistato consistenza: «Eu scrìvilavulia / sta storia. E ammeci ’i cosi / ch’avia a cuntari ’un si / facìanu. / Un zzurfareddu ch’esti / umidiusu, piddiri, / un culuri chi si / sdillava, bbattisteriu / siccu» («Io scriverla volevo / questa storia. E invece / i fatti non si / compivano. / Uno zolfanello che si è /
inumidito, per dire, / un colore che / sbiadisce, fonte battesimale / asciutta»).
Anche il volto del poeta, alla stregua di quello di Narciso che si specchia nella fonte, si scompone fino a perdere la propria identità: «Mi spuìa / nnall’acquae ’a facci stava / a camurria, jia / p’arricògghisi e si / rumpia» («Mi sporgevo / sull’acqua e la faccia / che sempre tentava / di ricomporsi e si / spezzava»).
Quando tuttavia riesce a fissare gli eventi nella scrittura, ecco che la bellezza si impone nella narrazione in modo potente e immotivato, con la forza travolgente di un cataclisma inatteso: «Era bedda, affinata. / I capiddipurtava / tagghiati, èranonìvuri, / tanticchiarirrussettu, / l’abituchiaru, ’a scialla / nnespaddi» («Era bella, fine. / I capelli portava / corti, erano neri, / un poco di rossetto, / l’abito chiaro, la sciarpa / sulle spalle»); o ancora: «’Un cc’èstinenti, / nnérrasta, nnécummogghiu, / chi po’ fari carara: / sulu una stanzia, nica, / unni specciarivitra / ’u suli e tu si’ddà» («Non c’è niente, / braciere, vestimento, / che possa scaldare: / solo una stanza, piccola, / dove batte dai vetri / il sole e tu stai lì»).
Come unica nota negativa, occorre dire che alcune volte – poche in realtà – la traduzione italiana pecca un po’ di approssimazione, come se l’autore rinunciasse intenzionalmente a degli effetti poetici: «’U mussu cci ammicciava / siddurriria, ‘u curaddu / ri labbra si parlava», che viene reso con «La bocca le fissava / se rideva, l’incarnato / delle labbra se parlava», in cui viene meno la metafora del «corallo» per un più generico «incarnato». O subito dopo: «’u sanguannunca cci / bbuttiava», che diviene, più banalmente, «allora la desiderava».
Ma a parte questa pecca – certamente veniale – si tratta di un libro prezioso e inusuale nel panorama della poesia italiana.

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