16 novembre 2016

Benedetto Croce di fronte alla seconda guerra mondiale.







Luciano Canfora

La guerra civile europea e l'amarezza di Croce
I Taccuini di Benedetto Croce relativi agli anni 1943-1945 furono editi, anni addietro, da Adelphi ("Taccuini di guerra", 2004). Memorabile, tra le molte altre, la pagina di diario datata 17 aprile '44, scritta sotto l'impressione della notizia dell'uccisione, a Firenze, di Giovanni Gentile. Scrive Croce: «La mattina a prima ora, è venuto da Capri il buon Brindisi a discorrere con me di quanto sta operando colà come sindaco molto zelante, e nel mezzo del discorso mi ha detto di aver udito sul battello che il Gentile è stato ammazzato a Firenze!La notizia, purtroppo, è stata poco dopo confermata dalla Radio di Londra».

(…) Vi è comunque un'altra nota diaristica, questa volta del genero di Croce, Raimondo Craveri, che aggiunge un altro dettaglio: «A metà aprile 1944, Giovanni Gentile era stato ammazzato a Firenze. Croce mi domandò da chi. Risposi dai partigiani. Il commento fu: Ammazzano anche i filosofi». (…) Significativo è il commento di Craveri: «Con quelle parole Croce prendeva coscienza, di una guerra civile ormai in corso e non soltanto di una animosa resistenza militare contro i Tedeschi ».
L'osservazione di Craveri non è esatta. In Croce, infatti, la consapevolezza, del carattere di "guerra civile" del grande conflitto in corso si era venuta formando da tempo. Lo attestano le parole dolenti e meditate da lui pronunciate nel memorabile discorso di apertura del Congresso nazionale dei CLN tenutosi a Bari, nonostante il boicottaggio alleato, il 28 gennaio 1944: «(…) A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli ma una guerra civile; e più esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi politici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana, di una vittoria che sarebbe stata non solo la rovina del restante mondo ma quella dell'Italia resa schiava della Germania e, direi, della stessa Germania resa a sua volta indefinitivamente schiava di una frazione di prepotenti, schiavi essi stessi della propria sfrenata ed ebbra animalità, giacché solo le idee legano gli uomini, serbandoli liberali, e la Germania oggi non ha idee ma cupidità ed istinti brutali».

In questa pagina si coglie il travaglio di un uomo del secolo XIX alle prese con una lacerazione che già nel precedente conflitto mondiale si era prodotta in lui al bivio: da un lato il rammarico profondo per la irreparabile frattura nella res publica litterarum e l'adesione alla grande cultura filosofica e letteraria tedesca, e dall'altro il doversi allineare per "patriottismo" alle scelte senza ritorno compiute dal governo del proprio Paese.

Ora, con la guerra in cui l'Italia si era, non senza complicità della Corona, inabissata, la lacerazione era ancora più forte e alla lunga insostenibile: perché quella era la guerra, non dell'Italia, ma del fascismo e inoltre perché, per un tempo non breve, e decisivo, la guerra – facendosi, da europea, mondiale – era diventata sempre più chiaramente una "guerra civile", una guerra tra i fascismi, tra loro saldamente coalizzati, e gli avversarî, ciascuno mosso da sue proprie motivazioni, del fascismo; e dunque una guerra che di necessità attraversava e dilaniava ogni singolo Paese, e l'Italia e la Francia più che altri. Croce intuisce e formula ben prima di altri il concetto di «guerra civile europea». (…)

Ma Croce è anche, mentre svolge questo ragionamento, abile politico. Egli sa bene, perché l'esperienza storica dei destini d'Italia tra Bonaparte e Restaurazione glielo documenta, che l'intreccio tra «guerra civile», o «di religioni» o «di valori » contrapposti, e politica di potenza è inestricabile. E perciò, mentre si spinge a dire con estrema chiarezza: «Noi ricercammo ansiosi la formazione dell'avvenire migliore dell'Italia non già nei successi militari del cosiddetto Asse ma nei progressi lenti e faticosi dell'Inghilterra, e poi della Russia e della America», ammonisce subito dopo gli Alleati a non tradire le aspettative italiane alla maniera in cui nel 1814/15 le potenze coalizzate contro Bonaparte avevano illuso, e poi tradito, i popoli il cui appoggio avevano sollecitato onde sconfiggere Bonaparte.
E lo dice – in un lembo d'Italia sotto stretto controllo anglo- americano – in una forma di auspicio ammantato di certezza, che però suona soprattutto come ammonimento: «Un legame, dunque, si è stretto tra noi e le potenze alleate, un legame diverso e superiore a quello dei trattati politici, degli armistizi e delle rese, perché è in una promessa di carattere morale e religioso, da noi religiosamente accolta. E noi sappiamo bene che questa volta non accadrà quello che altra volta accadde nella storia d'Italia, quando, dopo aver eccitato le popolazioni italiane a scuotere il dominio napoleonico, e a rivendicarsi a indipendenza e libertà, le potenze vincitrici le riconsegnarono ai vecchi aborriti regimi, e un nostro poeta, il più temperato e meditativo dei nostri poeti (ho detto Alessandro Manzoni), dové amaramente rimproverarli: "O stranieri, sul vostro stendardo – sta l'obbrobrio di un giuro tradito" (…)».

Quando poi la dura realtà effettuale si manifestò e gli Alleati operarono vieppiù da grandi potenze e sempre meno da «collaboratori ad un'opera comune», la reazione di Croce fu netta e non scevra da amarezza. In un articolo del settembre '45 scrive, rivolgendosi ai vincitori: «Noi accettiamo da parte nostra le responsabilità di aver lasciato impiantare il regime fascista e di non aver avuto la possibilità di buttarlo via con una scossa quando dichiarò la stolta guerra, perché i debiti, in qualsiasi modo contratti, si debbono pagare; ma che di fronte ai debitori ci sono i creditori onesti e ragionevoli, e ci sono gli spietati e odiosi usurai; e agli Alleati non gioverà farsi annoverare tra questi ultimi». (…)

Ultimo atto di questa vicenda può considerarsi il discorso alla Costituente contro la bozza di trattato di pace. (…) In quel discorso Croce prende le distanze dallo schematico ragionamento in cui aveva creduto appena tre anni prima, nel gennaio del '44, che cioè la natura di «guerra civile», inerente al conflitto allora ancora in atto ma ormai volgente al termine, avrebbe per automatico riflesso affratellati e posti dalla stessa parte i vincitori e gli italiani che combattevano il fascismo (ancora in piedi) e che sempre più s'impegnavano a dar vita, prima ancora che la guerra fosse terminata, ad una nuova e diversa Italia assertrice degli stessi valori e propositi che i vincitori (e in primis gli anglo-americani). Ora invece egli è costretto a prendere atto che i vincitori – unendo alla necessaria richiesta di risarcimento un giudizio morale sui vinti – ammantano, ancora una volta, «la ricerca dell'utile sotto la maschera del giudice imparziale». (…)

Non è questa la sede per riaprire la vexata quaestio. Ciò che qui importa osservare è la dolorosa presa d'atto, da parte di Croce ormai più che ottuagenario e leader indiscusso della parte liberale della Costituente, della impraticabilità di quell'automatismo non necessariamente implicito nella pur pertinente nozione di «guerra civile » europea (o meglio planetaria): e soprattutto il riconoscimento, ancora una volta, di quella «durezza della politica» da lui lucidamente intesa ma ostinatamente avversata sul piano morale.


La Repubblica – 24 ottobre 2016

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