27 luglio 2012

VINCENZO CONSOLO SU NUOVA BUSAMBRA
















Sul  Quaderno Nuova Busambra, fresco di stampa, di cui abbiamo già parlato, viene recuperato un testo importante e poco noto di Vincenzo Consolo, pubblicato nel 1997 dalla rivista La nuova ecologia.  Lo riproponiamo anche in queste pagine:


 
Vincenzo Consolo,Conversazione in Sicilia

Questa è una serata nobile. Nobile perché è assolutamente gratuita, fatta non tanto in omaggio a me, quanto in omaggio della memoria. Lo scrittore infatti è un custode di memoria.
Molte volte, ad esempio, ci si è chiesti che cosa significhi la parola Omero. La parola "omeros", nel greco antico, si traduce in italiano con la parola "ostaggio". E ci si è chiesti il perché di questo significato. Ostaggio di chi? Ebbene il poeta, quello che noi chiamiamo Omero, naturalmente è ostaggio della memoria, della tradizione (...)

Italia, terra privilegiata

Noi Italiani, da sempre siamo fortu­nati, perché siamo nati in una terra estremamente ricca e bella, dal punto di vista storico e da quello naturale.
Però, vivendo tra tanta bellezza, abbiamo finito per non vederla più, e sono stati quei viaggiatori, a partire da Montaigne nel '500, per arrivare sino agli ultimi viaggiatori dell' '800 (i nomi sono tantissimi), che ci hanno fatto scoprire il nostro Paese. Ci hanno fatto vedere quale preziosa ere­dità noi avevamo ricevuto dai nostri antenati.
Ci sono pagine di viaggiatori stranieri straordinarie, notazioni interessanti su questa bellissima Italia.
E’stato Moravia, grande conoscitore di Paesi ad avere tracciato una sorta di classifica dei Paesi più belli del mondo. Lui diceva che i Paesi sono belli quando alla natura uniscono anche la cultura.
Allora al primo posto, naturalmente, metteva l'Italia, al secondo, se non vado errato, il Messico, al terzo la Spagna, al quarto la Grecia, e così via. Quindi il nostro Paese era straordinariamente "donato", "munificato". (...)

Le cause del degrado odierno

Questa terra hanno finito per distruggerla. Benché noi abbiamo imparato dai viaggiatori stranieri a vedere l'invisibile e ad apprezzare questo luogo, questa dimora vitale, tuttavia ci siamo comportati anche come altri stranieri, che non erano più intellettuali, ma conquistatori che depredavano e portavano via. Se si pensa alle depredazioni che hanno fatto i Tedeschi, gli Inglesi, i Francesi in Egitto o in Grecia. Tutto quello che hanno portato nelle loro nazioni, depauperando queste terre di testimonianze della loro civiltà e di grandi monumenti.
Ecco, noi ci siamo trasformati nella nostra terra in predatori. La ricchezza che avevamo abbiamo finito per rapinarla, a volte anche per trasferirla altrove, come certi quadri, o certe colonne, e a volte perfino semplicemente per distruggerla sconsideratamente.
Hanno distrutto l'ambiente, hanno distrutto i monumenti. Tutto questo è avvenuto durante la guerra, con i bombardamenti, ed è continuato nel dopoguerra, ma io credo che la distruzione principale è avvenuta negli anni '50-'60, con il cosiddetto miracolo economico, quando si comincio a ricostruire e si costruì nel modo più anarchico e più insensato, senza alcun rispetto per l'ambiente in cui le nuove costruzioni nascevano.
Giustissima la ricostruzione, però è stata fatta nel modo più avvilente e di conseguenza è stato distrutto quello che costituiva la "bellezza".

La bellezza come categoria etica

La bellezza non è una categoria estetica, bensì morale. Non è bello cioè quello che appaga soltanto il nostro senso estetico, ma è bello quello che soprattutto appaga anche la nostra anima.
Pirandello diceva che noi siamo quello che vediamo nei primi anni della nostra vita. Se abbiamo avuto la fortuna di vedere luoghi belli, io credo che la nostra crescita, il nostro sviluppo morale ed intellettuale sarà diverso da quello di un bambino che nasce in un luogo con un orizzonte devastato, orrendo e brutto.
Questi segni esterni fatalmente si proiettano nel nostro interno e uccidono la nostra memoria. (...)


L'utopia di Vittorini

Vittorini, nel libro postumo che si intitola «Le città del mondo», fa equivalere la bellezza all'armonia sociale, intesa come base della democrazia, dove ognuno ha rispetto dell'altro. Nel libro parla del viaggio che fanno alcune coppie di una Sicilia in movimento, quando sembrava che l'isola dovesse togliersi di dosso quella condanna del fato, di memoria verghiana. Vittorini, che era un «antiverghiano» e che pensava che la Sicilia dovesse scuotersi da questa condanna del destino e che dovesse prendere un atteggiamento attivo nei confronti della storia, scrive questo libro alla fine degli anni '50 (senza riuscire a finirlo), dove c'è una Sicilia che parte per diversi itinerari di vita (...) in attesa di un evento straordinario.
In quegli anni era stato scoperto il petrolio e s'erano accese tante speranze. Vittorini aveva visto da vicino l'esperienza olivettiana, di quel grande industriale e insieme sociologo, Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, che aveva creato un'industria a misura d'uomo. Vittorini s’era entusiasmato di questa idea, che sembrava realizzare un sogno straordinario e quindi aveva pensato che in Sicilia potesse avvenire qualcosa di simile. Che cioè (...) l'industrializzazione potesse far diventare il Siciliano protagonista della storia. Ma senza l'avvilimento, senza quella schiavitù che di solito l'industria comporta nei confronti dei lavoratori. Lo sfruttamento, l'alienazione, quello che aveva analizzato un signore, che Tomasi di Lampedusa chiama: «un ebreuccio di cui non ricordo il nome», e che noi invece ricordiamo benissimo e si chiama Carlo Marx.
Vittorini pensava nella sua utopia che ci potesse essere, al di là del conflitto tra capitale e lavoro, un tipo di industria illuminata, dove l'operaio, il bracciante, il lavoratore non venisse oppresso e non venisse sfruttato. Utopia che si è infranta contro gli scogli della storia.

La denuncia delle distruzioni

La storia siciliana degli ultimi cinquant'anni di distruzione dissennata ha avuto inizio con l'abbandono delle campagne e la trasformazione dei nostri paesini e delle nostre città. Allora vi sono stati uomini che hanno cominciato a denunciare queste perdite, non tanto come distruzioni materiali, quanto per i riflessi morali e sociali che determinavano sulle persone e sulle popolazioni.
Voglio ricordare Antonio Cederna, un urbanista che per anni ed anni è stato una voce clamante nel deserto, inascoltata, che ha parlato e ha scritto prima sulle pagine de "II Mondo", poi su quelle di "Repubblica", delle devastazioni, dei gravi stupri (mi si perdoni la parola forte), che avvenivano sul territorio del nostro Paese.
Voglio ricordare un poeta come Pasolini, che con le sue bellissime metafore, come "La scomparsa delle lucciole", voleva simbolicamente segnalare questo mutamento nella Società. (...)
Pensiamo ai luoghi più belli e più simbolici del cuore d'Italia, quelli che hanno subito nell'Umbria e nelle Marche un terremoto catastrofico. Pensiamo ai luoghi che abbiamo perso, alle ferite arrecate a monumenti come la Basilica di San Francesco, che sono delle ferite emblematiche che in un certo senso ci dicono del nostro continuo scadimento.
In questo caso è stata la natura a determinare la distruzione, ma in altri casi sono gli uomini ad apportare queste ferite. (...)

Il miracolo economico e l’origine dello sviluppo distorto

(...) Con il miracolo economico italiano si è distrutto quella che era la cultura contadina e si è puntato solo sulla industrializzazione. Questo intendo quando affermo che il Paese è stato disegnato su misura per l'industria Fiat, con tutto il processo di emigrazione interna e di spostamento, che hanno chiamato "esodo", di masse di braccianti meridionali verso il nord. Ne è scaturito un processo massiccio di inurbamento con costruzioni caotiche, veloci, repentine, per dare alloggi nelle periferie delle città industriali. Anonime, atroci, definite dormitori, che sono luoghi senza anima. (...).

Per la difesa della bellezza

Volevo ricordare un'iniziativa che, a un certo momento, ho deciso di prendere insieme ad altri tre intellettuali, come il senatore dei Verdi Luigi Manconi, la poetessa Viviane Lamarque e il giornalista Vittorio Emiliani. Ci siamo fatti promotori della difesa della bellezza, o di quello che rimane della bellezza in questo Paese, invitando altri intellettuali ad aderire. Subito hanno aderito cento altri intellettuali italiani, per cercare di salvare la bellezza residua della nostra terra.
Ho cercato di spiegare il valore della bellezza, che non è un fatto estetico, ma un fatto etico ed è anche un debito di eredità verso le generazioni che verranno. Si è incominciato a fare qualcosa, ci siamo riuniti la prima volta a Roma, si sta scrivendo un programma, si dovranno scegliere tre monumenti emblematici dell'Italia settentrionale, dell'Italia centrale e dell'Italia meridionale. Ognuno di noi dovrà perorare la causa di un monu­mento storico. Per quanto mi riguarda ho scelto Noto, che è un paese che sta crollando. Non è crollata solo la cupola della cattedrale, ma sta crollando l'intero paese, pur essendo sotto la protezione dell'Unesco. Finora non si è fatto niente, sono stati messi soltanto tubi Innocenti a puntellare i monumenti. Se Noto crollasse sparirebbe uno dei segni, non solo artistici, ma anche storici di quella che era stata la progettazione ex novo di quella insigne città.

I primi segni di ripresa di un percorso valido si sono avuti da parte del Governo italiano e da parte delle amministrazioni comunali, con la demolizione di due mostri che erano stati costruiti: uno alla periferia di Napoli che chiamano "Le Vele" e poi un albergo abusivo sulla costa amalfitana.
Dunque ci sono già i segni del ripristino. Siamo stati depauperati del paesaggio. Adesso è ora che si distruggano quei mostri, draghi che bisogna abbattere.
Spero che si possa andare avanti in questo progetto di eliminazione di orrori, per rendere più vivibile questo nostro paesaggio, questo nostro ambiente.
Cercare di far rinascere la Conca d'Oro, cercare di far rinascere la Piana di Milazzo, per quanto compatibilmente oggi si possa fare, cercare di recuperare dei beni che e erano e che abbiamo perduto.
Credo che questo sia compito di noi oggi riuniti in questo scorcio del secondo millennio, e faccio questo augurio a me stesso, di poter vedere il paesaggio in qualche modo ricompensato, e a noi stessi di essere in qualche modo ricompensati delle terribili perdite che abbiamo sofferto.

Siamo figli della cultura

Considero questa bella serata come omaggio a Omero, poeta della memoria. Ho avuto la sorte di vivere a cavallo tra la civiltà contadina e la civiltà industriale, che ho visto nascere, e poi tra due luoghi estremi come la Sicilia e Milano, sono stato testimone di una grande trasformazione e quindi ho cercato di conservare la mia memoria e di trasferirla agli altri che mi leggono o mi leggeranno. Reputo questo omaggio a me, come un omaggio alla memoria e ai suoi custodi, siano essi scrittori, musicisti, o chiunque non abbia il vuoto dietro le spalle.
Noi non siamo figli di nessuno. Noi siamo figli della Cultura e ci portiamo dentro dei segni. Cerchiamo dunque di non farci cancellare questi segni dai barbari, dagli imbecilli o dai violenti.

Vincenzo Consolo, ora in Nuova Busambra.

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