27 maggio 2012

LA VIA DI EDGAR MORIN













Dal sito http://www.venezia2012.it  riprendo la recensione di Paolo Cacciari dell’ultimo libro di Edgar Morin.



 
Ci sono dei libri che dopo averli letti ti danno la sensazione che sia inutile aggiungere altre parole. Uno di questi è La via di Edgar Morin (Raffaello Cortina Editore, pp 297, Euro 26). Con questo ultimo lavoro Morin lancia un messaggio politico puntiglioso, opera una trasposizione del suo pensiero filosofico in un articolato programma di riforme. Il vantaggio del libro per il lettore è duplice: avere a disposizione un indice ragionato dell’enciclopedica opera del grande pensatore francese, lo “scopritore” del pensiero complesso e molteplice, (tra cui, ricordo: Il metodo, in sei volumi editi sempre da Raffaello Cortina) e una sintesi dei numerosi interventi politici di cui è indissolubilmente cosparsa la sua lunga attività scientifica (da ultimo: La mia sinistra. Rigenerare la speranza del XXI secolo, Centro Studi Erickson, Trento 2011).
Morin, che ha visto l’occupazione nazista della Francia e che è abbastanza vecchio da aver preso parte alla Resistenza, pensa di trovarsi di fronte per la seconda volta nella sua vita alla apocalisse della politica, ma non è affatto rassegnato. Salvare l’umanità dai più che prevedibili disastri che la minacciano è un’impresa “improbabile ma possibile”, afferma. Il bersaglio del suo pensiero è stato sempre il determinismo e il riduzionismo, storico e scientifico. Sia nelle visioni ideologiche del bene che in quelle ciniche e passivizzanti del male. L’oggetto del suo pensiero critico è stata la dicotomia manichea (l’opposizione bene/male), il binarismo (vero/falso) a favore invece di una visione dialogica, integrata, unitaria tra  Homo sapiens/demens, globale/locale, prosa/poesia… vita/morte.  Morin pensa che sia possibile – anzi, necessario – attingere il meglio da ogni tradizione e da ogni cultura, far emergere le alternative possibili e meticciarle.
Quindi, nonostante i pericoli inauditi che l’umanità s’è procurata con le proprie mani, Morin intravede che “una primavera aspira a nascere”. “Su tutti i continenti, in tutte le nazioni, esistono già fermenti creativi, una moltitudine di iniziative locali propizie a una rigenerazione economica o sociale o politica o cognitiva o educativa o etica o esistenziale. Ma tutto ciò che dovrebbe essere legato è disperso, separato, compartimentato” (p.20). Perché questo grande cambiamento avvenga  serve “cambiare via”, invertire la rotta. La parola chiave che viene usata mi pare sia “rigenerare”, superare il deterioramento, la sclerosi della relazionalità individuo/società/specie.
La diagnosi è lucida e spietata. L’“età della globalizzazione” nasce lontano, con la mondializzazione fra il Quattrocento e il Cinquecento, ma è dopo l’89 del secolo scorso che la “tecnoeconomia” dispiega tutta la sua potenza e il mondo occidentale realizza “l’illusione di possedere l’universale”. Il capitalismo straripa, omogeneizza, standardizza. Fino a raggiungere gli odierni “eccessi del capitalismo finanziario”. Ed entra in crisi. Una gigantesca “poli-multi-mega-crisi”, un insieme di “molteplici crisi aggrovigliate interdipendenti e interferenti” che sono destinate a provocare “catastrofi a catena”. Crisi economica, ecologica, demografica, alimentare, urbana, cognitiva (cioè politica), di civiltà. Una “crisi planetaria” dell’umanesimo universalista, dell’identità individuale, del calcolo razionale, del “grande mito provvidenziale dell’Occidente”, cioè del Progresso.
E qui vengono in mente affinità strette con il pensiero di Franco Cassano (L’umiltà del male, Laterza, 2011) quando descrive “il nucleo mitologico costitutivo della modernità contemporanea” nel dominio assoluto del denaro, nel primato del profitto, nell’espansione incessante della tecnica.
Il Progresso indica prosperità e benessere e ha come motore lo “sviluppo” e la “crescita”. Due termini usati come sinonimi, nel contempo, “fine e mezzo l’uno dell’altro”. Gli individui sono così finiti per essere dominati da una logica puramente economica, dall’“idea fissa della crescita”.
Ma la crisi planetaria in cui siamo entrati e la rimozione delle sue cause dal discorso politico ci dicono che:  “Lo sviluppo ignora che le società occidentali sono in crisi per il fatto stesso del loro sviluppo. Questo sviluppo ha secreto un sottosviluppo intellettuale, psichico e morale”.
Una analisi che sembra non lasciare scampo, ma Morin la affronta con la forza della sua teoria della speranza che si fonda sulle virtù creative profonde dell’umanità generatrici di creatività, aspiranti all’armonia, capaci di grandi trasformazioni, di una “riforma del pensiero e della mente”, di una “Metamorfosi” generale.
Quasi per fugare il sospetto di astrattezza e fuga nel filosofico,che queste parole possono suscitare nel lettore, Morin si impegna in una elencazione puntuale e motivata delle riforme necessarie e possibili da attuate in tutti i campi e a tutti i livelli dell’agire sociale: economici e del lavoro, demografici e delle città, ecologici e  della medicina, delle istituzioni democratiche e della giustizia, della famiglia, dei giovani e degli anziani, dell’alimentazione e del consumo. Tante “vie” che potrebbero convergere verso “la Via” del miglioramento delle relazioni tra individui , fra gruppi, fra popoli.
Un libro che dovrebbe essere tenuto ben in vista sulla scrivania di quanti credono e sperano che la politica possa avere ancora un senso. La politica – ha scritto Morin – “priva di pensiero si è messa al rimorchio dell’economia” e “basta poco perche si degradi in carneficina”.

 Paolo Cacciari


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