06 maggio 2024

INTERVISTA A MARIA GRAZIA INSINGA

 


Ho avuto il piacere di conoscere ed ascoltare dal vivo MARIA GRAZIA INSINGA. Si rimane incantati dal timbro della sua voce e dalla bellezza e profondità delle sue parole. 

Oggi mi piace riproporre in questo spazio una intervista rilasciata a  L'Estroverso


#1Libroin5WPOESIA.: Maria Grazia Insinga, “A sciame”, Arcipelago itaca, 2023.

CHI? Noi, la nuova colonia

Una parte dello sciame si dissocia dalla colonia guasta e rifonda altrove l’alveare. Ogni migrazione implica ibridazione linguistica e umana: è necessario mescolarsi solo / ibridi e serenelle sopravvivranno (p.33). Il potere dissociativo dalla vecchia colonia è pari alla volontà di condivisione di una alterità e di uno spazio plurale rinnovato. La nuova colonia è una forma e, in quanto tale, il favo è l’interruttore che interrompe l’abitudine mentale a un linguaggio e a una disumanità che mostrano tutta la loro scelleratezza. Farsi forma e luogo insieme è l’utopia-interruttore di chi è avvezzo a “spararle grosse”, è vero; ma “utopia” è, in fondo, il nome dato al primo giorno del sogno. Qui, il pensiero poetico e politico si fa luogo e vuole spazio. L’essere comunità spinge fuori dalla vecchia colonia (examen è derivazione di exigĕre). È una sciamatura correlata all’idea di traduzione; i beni trasportati da questa tradotta sono le lingue e una oralità della scrittura intesa come espressione viva, fluida e porosa di identità, capace di codificare nuove forme di riappropriazione identitaria, appunto, e ricreazione territoriale, secondo le stesse modalità di trasmissione del sapere attraverso cui i popoli, sempre, hanno fondato e rifondano la storia del mondo: ecco il processo traduttivo e l’unica possibile vicinanza: / approssimarsi (p.34), approssimarsi all’altrove; ecco noi, la sciamatura.

COSA? La sbocciatura

La scrittura è un palinsesto identitario sopra altri palinsesti dell’io dove il testo originario è abraso, e parola e cosa rischiano di non coincidere più.  La poesia è il reagente chimico che tenta di recuperare l’informazione perduta, il senso depotenziato nel processo di civilizzazione. Lo sciame di voci spinge fuori, spinge a metterne a fuoco solo una, a bruciare tutto il resto e salvare solo il fuoco.

Il libro inizia con una sbocciatura, uno sciame di fiori: la sbocciatura tra pachino e peloro / non contempla ipotesi evolutive (p.17). Sbocciare in gran numero è uno dei sinonimi di sciamatura (Govoni: “appena sciameranno le viole”). La fioritura inaspettata avviene tra i capi estremi del versante siculo, Pachino e Peloro, a imitazione di quella, straordinaria, che segna il deserto di Atacama per via delle oscillazioni climatiche causate da El Niño.

Nello stesso testo puoi ripetere? è il primo passo / falso verso l’eternità (p.17) accenna al concetto di ripetizione, un’altra sbocciatura che nella mia scrittura non è mai ripetizione di una stessa parola ma di essa nelle sue varianti di significato. Non si tratta dell’hook della musica pop, né della ripetizione kierkegardiana capace di rinnovare il piacere attraverso la reiterazione dell’ascolto del Don Giovanni: espedienti, questi, che riportano, in un certo senso, a casa facendoci sentire a nostro agio. La mia scrittura non conduce a casa, non accoglie come un “gancio” musicale che aggancia, appunto, la nostra memoria uditiva e nel quale è possibile riconoscersi ma spinge altrove, a sciamare noi stessi.

Difficile rifondare una nuova colonia, forse non esiste salvazione; ma se esistesse, di sicuro avrebbe a che fare con la lingua. A sciame contiene un manifesto in un amen, tomasiana (p.62), in cui ricorro alla paronomàsia per giocare con ‘flutto’ e ‘flûte’. Dove ‘flutto’ sta per onda e questa, per sineddoche, è ondina, sirena e il mare stesso; ‘flûte’ (femminile in francese) sta per flauto, lo strumento musicale, e per calice (il flut o la flut, maschile e femminile in italiano, ma comunemente maschile) specificamente il calice a tromba. Nel mio testo, richiamo il calice e concedo l’assoluzione nel nome della datura / del padre e del giglio (p.67) proprio perché la datura (dal sanscrito dhatūrā, mela spinosa) – fiore caro a Lucio Piccolo – in Cina è detta “Tromba del Diavolo” a causa della sua tossicità e da noi comunemente “Tromba d’angelo”: un palinsesto di significati, una sbocciatura, uno sciame.

QUANDO? Quando tutto era madre

… quando all’orizzonte dell’arcipelago eoliano, il mare calmo  (di cui la nereide Galene è patrona) evocato in Omero con il suo colore celeste, si confonde con il cielo e abbiamo la “iancura”: un’illusoria unità visiva, quasi un ritorno “sciroccato” all’informe sinestetico tempo primo delle origini. Come se fossimo immersi di nuovo e per grazia nella bonaccia della dimensione neonatale quando tutto era madre, un intero, tutto era la voce della madre:  sulle arcudari acque rotte basta / un mare rosa rosa una iancura / una datura gravida di rosa rosa / un calice colmo da cima a fondo (p.36). Quando, dove, termina la voce e inizia il mondo?

DOVE? Altrove, sul santuario sospeso

A sciame è la cartina geo-poetica di un viaggio, interiore e materiale, che segna il paesaggio nel tempo e nello spazio. Nel tempo: si va dal cambiamento climatico dell’episodio pluviale carnico di 230 milioni di anni fa alla mandibola di cervo ritrovata nella Grotta del tuono (Egadi) che testimonia le navigazioni umane in cerca di cibo sin dal Mesolitico; dalla estinzione per grazia stromboliana / che rifà la scala temporale geologica (p.18) alle “Donne di fora”, vittime a fine Cinquecento dell’Inquisizione a Patti, tra capo Milazzo e capo Calavà; dai dinosauri agli alieni fino a noi, alla nostra resurrezione vocale (p.20). Nello spazio: sono molti i luoghi evocati (Pachino e Peloro, torre Nubia a Paceco, punta Fram a Pantelleria, Torre Isulidda a San Vito Lo Capo). Sono presenti, soprattutto, i Nebrodi: Val Dèmone, il santuario orlandino sospeso all’altezza delle isole, la trazzera regia di Mistretta in basole di pietra dorata e ciottoli, la tassita di Capizzi con l’imponente Tasso Grande di 700 anni, Torre Ciaula a vedetta del Tirreno progettata nel 1584 dall’architetto fiorentino Camillo Camilliani su incarico del viceré Marcantonio II Colonna.

Dal continente sommerso della mia Tirrenide (Anterem, 2020) alla emersione, in A sciame, «della specie umana dal mare alla terra e al cielo» (p.5), sottolinea così Giuseppe Martella nella splendida prefazione, il viaggio, tramite un percorso ascensionale verso il luogo di culto, è materiale e interiore come quelli dei pellegrini: legge prima della cosa legge / tutto in relazione mai in assoluto: / in salita il giardino verticale (p.28). A Capo d’Orlando “il luogo” è il santuario, tra Capo Calavà e Cefalù e di fronte l’arcipelago eoliano; quel santuario per il quale Lucio Piccolo ha scritto i versi di Guida per salire al monte. In A sciame troverete guida per non salire al monte e anche guida per non discendere (p.28): uno stare lì, immobili e ostinati altrove, sul santuario sospeso, punto di osservazione e di dissociazione dal mondo guasto.

Che siano sciami cosmici, sismici, sciamature di fiori o di creature alate e non, questi sciami spingono fuori, forzano all’ascolto di ogni frequenza vibratoria, inducono al cammino verso l’alto a caccia della parola esatta – il cacciatore solleva milioni di uccelli a milioni (p.55) – capace di rifondare la nuova colonia attraverso l’esercizio dell’alterità: questo è il dove della sciamatura e la caccia piccoliana dei “Canti barocchi” «non s’arrende e il cacciatore meno che prende più s’arrovella». Il mio cacciatore alla ricerca del cerbiatto nebroideo – Nebrodi viene dal greco nebros (cerbiatto) per la presenza di questi mammiferi attestata nell’antichità – giunge a metri millequattro e cinquanta / l’altitudine nel cuore la catena / del cerbiatto a un’ora sola / da portella dell’obolo (p.29) nel cuore del Bosco della Tassita. Il tasso sempreverde secerne il taxolo, efficace contro vari tipi di carcinoma; ma è detto anche “albero della morte” perché tossico per i mammiferi a causa dell’effetto paralizzante e narcotico procurato dal consumo di foglie, semi e rami. Il cervo, caro a Dioniso, invece, pare sia immune da questi effetti; per ciò, esso rappresenta principio luminoso inestinguibile: l’esistenza è un palinsesto di luce e buio.

I luoghi di tali itinerari custodiscono segreti ancestrali: spirituali come nel caso del santuario; materiali come nel caso delle trovature, tesori nascosti nell’isola. Si tratta di una conoscenza altra: il neutro / il santuario all’altezza delle isole / è quasi mare e l’ignoto all’altezza / del noto è una conoscenza altra / un neutro escluso da tutte le lingue / e scienze e visibili e canoni / neutro scandaglio e scandalo (p.20). Oppure si tratta di luoghi simbolici come il nicchio. Esso appare sin dal mio primo libro, Persica (Anterem, 2015) e percorre la mia scrittura come un vitalissimo lessema con i suoi significati: conchiglia, nido, cavità muraria, gemito della partoriente, organo genitale femminile. Probabilmente l’etimologia deriva dal lessema toscano “conchiglia”, documentato nel XIII secolo. Lo ritroviamo nella quinta giornata del Decamerone di Boccaccio nell’accezione di organo genitale femminile. E, in effetti, è un’espressione dialettale messinese. Si pensa che l’autore l’abbia appresa da una ballata durante un viaggio nell’Italia meridionale. E Dioneo canta: “Questo mio nicchio, s’io nol picchio”.

Nel testo riportato sotto, il mondo sfigura (p.42), è evidente il legame tra le api e il sesso femminile (nymphē): la fase della crisalide delle api, il momento di passaggio tra il chiuso e l’aperto, tra il nascosto e il palese; ma anche la nicchia scavata negli antri (si pensi all’architettura funeraria rupestre delle grotte di Pantalica scavate dal “popolo delle api” nella roccia a imitazione dell’alveare), la cavità sotto il labbro inferiore; e poi, l’aidoion femminile. Accenno solamente al collegamento linguistico tra ape e labirinto inteso come sacro meandro. Nella tavoletta di Cnosso in lineare B (fine XV sec. a.C.) si trova l’offerta di anfore di miele alla Signora del Labirinto. Una lingua comune, con rilievi labirintici, e cartografia sicula in pienezza di luoghi legati ai santuari mediterranei d’eredità neolitica di culti femminili. Nicchio come luogo fisico, metafisico, meta fisica.

PERCHÉ? Della stessa sostanza del giglio

L’ingresso nel linguaggio comporta una perdita – quando scriviamo di una cosa, inevitabilmente ci limitiamo a scrivere della sua assenza nella distanza temporale – e la parola è, blanchottianamente, un assassinio della cosa. Il linguaggio, però, è anche restituzione dell’assenza, è resurrezione vocale che spinge fuori, spinge a sciamare: in Giovanni 11:43, Gesù grida: «Lazare, veni foras!» e quello resuscita; in Genesi 3, 14, Dio dice al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche» una maledizione istantanea. Siamo di fronte al potere della parola priva di scollamento dalla cosa, dalla sua verità. In alcune tribù ‘primitive’, il capo diceva: «Fra tre giorni morirai!» e quello moriva davvero perché la fede nella parola era totale, così come lo è nei giochi dei bambini. Non mi aspetto un ritorno all’ingenuità dell’infanzia, l’umanità non può permettersi alcuna innocenza; ma viviamo nella tragica età della parola fake e un po’ di consapevolezza sarebbe il minimo sindacale.

Ecco perché ho immaginato, a imitazione di quello di Nicea del 325, un concilio in data 3000: nicea 3000: questa è la lingua / complicata dalla lingua / della sostanza del giglio (p.61). Un concilio che avrà al centro la natura della lingua e in luogo dell’imperatore Costantino I, ci sarà il poeta. E ho pensato a una unità dogmatica salvata dalla consustanzialità della lingua-madre dell’umanità con la sostanza del giglio. Quest’ultimo, nell’assonanza, richiama quel figlio, «O figlio, figlio, figlio, / figlio, amoroso giglio», ripetuto 43 volte da Jacopone da Todi nel Planctus Mariae dove l’invocazione di un nome diventa unico rifugio nell’assenza del figlio: assenza che è l’essenza di questa poesia, forse di tutta la poesia perché parola e cosa coincidono perfettamente e giglio e figlio mostrano quella consustanzialità capace di rifondare davvero una nuova colonia umana neutra e consapevole. Ecco perché.

Maria Grazia Insinga, A sciame (Arcipelago itaca, 2023) prefazione di Giuseppe Martella

*
il mondo sfigura
a orari sepolcrali chiude
tombale la mora del gelso e solve
il corpo e matura verde bianchiccio rosso
fino al nero e non tiene austero se non un succhio
come di sangue un intero allevamenti di bachi sciamano

da ibla all’ape nera e fanno di nicchio un alveare volto a
mezzogiorno del tuo corpo profluvio di timo lallartu
crisalide passaggio bocciolo chiuso schiuso aperto
nascosto palese antro punta del vomere labbro
inferiore miele basso egitto a sfigurare
recesso non accessibile come sembra

*

nicea 3000: questa è la lingua
complicata dalla lingua
della sostanza del giglio
la stessa questa dell’altra
sussurrare al suo sud
sussurrare al suo est
è fuori dalla lingua
è fuori dalla madre
la sua testa un’estasi

*

tomasiana in un amen
è cambiato tutto: qui è
dove io ero non sono e
non è cambiato nulla
abbiamo sempre il fuoco
alle spalle flutto e flûte
del ventre suo e sulla fronte
la cenere la forma del calice
e ti assolvo madame
nel nome della datura
del padre e del giglio

Maria Grazia Insinga (Milazzo, 1970), dopo la laurea in Lettere moderne, il Conservatorio e l’Accademia musicale, si dedica all’attività concertistica. Docente di Pianoforte presso I’Istituto “Giovanni Paolo II” di Capo d’Orlando, crea diversi laboratori di poesia: nel 2014 dà vita a “La Balena di ghiaccio” il premio di poesia per i giovani in memoria del poeta Basilio Reale, con l’Assessorato dei Beni Culturali e il LOC, Laboratorio Orlando Contemporaneo; nel 2019 al “Premio Lighea” con l’Assessorato dei Beni Culturali e la Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella. Dal 2016 al 2019 è membro del consiglio editoriale di “Opera prima”, iniziativa diretta da Flavio Ermini. Fa parte del Comitato di Lettura di Anterem Edizioni e della giuria del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”. Sue poesie sono state tradotte in romeno, francese, inglese, spagnolo e russo. Tra le sue pubblicazioni: Persica, con le illustrazioni di Emanuela Fiorelli, raccolta vincitrice del concorso “Opera prima” (Anterem, 2015, riflessione critica di Bruno Moroncini); Ophrys, con le illustrazioni di Eunice Kim, raccolta finalista al XXX “Premio Montano” (Anterem, 2017, postfazione di Giorgio Bonacini); Etcetera, con le illustrazioni di Alessandra Varbella, in forma di leporello in versi (Fiorina, 2017); La fanciulla tartaruga, con le illustrazioni di Stefano Mura, in forma di carnet de voyage (Fiorina, 2018); Tirrenide, raccolta in versi vincitrice della XXXIII edizione del Premio Lorenzo Montano (Anterem, 2020, riflessione critica di Antonio Devicienti); A sciame (Arcipelago itaca, 2023, prefazione di Giuseppe Martella).

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