17 settembre 2012

Sulla presunta inutilità di F. Kafka




Devo ad Adorno, tra le altre cose, l’amore per le cose apparentemente inutili. E in un tempo in cui l’unico dio (o idolo) venerato sembra essere il denaro, mi piace ricordare un suo “inutile” avvertimento: IL PENSIERO DISTURBA IL GUADAGNO. Se non ho visto male il pezzo di Michele Sisto che ripropongo - tratto da una vecchia rivista trentina Il funambolo, n. 8, dicembre 2008 – si muove su  questa  stessa lunghezza d’onde.
Michele Sisto, Dell’inutilità di Kafka

Kafka non serve, non aiuta. È questa la sentenza pronunciata dal filosofo Günther Anders a conclusione del suo saggio-processo del 1951, Kafka: pro e contro. A noi, che oggi riconosciamo l’opera di Kafka come uno dei culmini della letteratura universale, il verdetto di Anders appare spropositato, sconcertante; ma quando fu pronunciato non appariva tale, era anzi condiviso da molti, e non solo nell’ambito della critica di ispirazione marxista. Vediamo i principali capi d’accusa.
Pur avendo il merito straordinario di averci dato, insieme a Marx, la più compiuta rappresentazione di un mondo totalmente alienato – argomenta Anders – Kafka è «un autore filosoficamente e moralmente inutilizzabile», perché dà per scontato che quel mondo abbia sempre ragione e chi ne è escluso sia sempre nel torto. Il suo messaggio morale è, in ultima istanza, «sacrificium intellectus» e il suo messaggio politico «mortificazione di se stessi». Anche il linguaggio di Kafka, un «tedesco burocratico trasfigurato», non è altro che «la lingua di chi non si sente legittimato a parlare in modo diverso dal postulante davanti allo sportello dell’autorità». In estrema sintesi: l’imputato, Franz Kafka, è accusato di non criticare mai lo stato di cose esistente; anzi, di più, di contribuire a legittimarlo, con il suo ostinato desiderio di essere ammesso in un mondo che pur presenta come assurdo.
Sono accuse pesanti, quelle di Anders, che appaiono sproporzionate per le spalle di quello che in fondo è solo uno scrittore, e che per di più un’oleografia ormai consolidata presenta come un ometto pallido e macilento, un «amico fragile» incapace della più timida ribellione. Ma nel dopoguerra il paesaggio di un’Europa messa a ferro e fuoco dalla furia nazionalsocialista dava agli argomenti del filosofo la persuasività dell’evidenza, e ancora nel 1983 Primo Levi confermava indirettamente quel verdetto, definendo La metamorfosi, che stava traducendo in italiano, un libro «patogeno».
E tuttavia Anders non propone, come aveva fatto provocatoriamente nel 1946 la rivista del Partito comunista francese «Action», di «bruciare Kafka». Concludendo il suo processo-saggio invita invece a leggere Kafka in negativo, a farsene un monito: «Il disegno, da lui eseguito, del mondo come non dovrebbe essere; il disegno degli atteggiamenti che non possono essere i nostri – questi abbozzi, posti nelle nostre anime come segnali di pericolo, saranno utili». Non serve a nulla bruciare Kafka, scrive Anders, occorre invece imparare a «comprenderlo a morte».
Sembra raccogliere questo invito, a distanza di decenni, il sociologo francese Pierre Bourdieu, nelle sue Meditazioni pascaliane. Il primo passo per «comprendere» fino in fondo Kafka, osserva Bourdieu, sta nel riconoscere il realismo delle sue opere: «Dietro il suo apparente carattere di stra-ordinarietà, il mondo sociale evocato dal Processo potrebbe rappresentare solo il limite di molti stati ordinari del mondo sociale ordinario». Il punto è capire perché gli individui non si sottraggano a questa condizione di arbitrio assoluto, come K. non si sottrae al processo né l’agrimensore alla burocrazia del castello.
In questo sta l’utilità di Kafka: egli ha capito e descritto come nessun altro il «terribile gioco di società in cui si elabora il verdetto del mondo sociale, questo inesorabile prodotto del giudizio innumerevole degli altri». K. e l’agrimensore stanno al gioco, noi tutti stiamo al gioco, perché attraverso «l’investimento in esso e il riconoscimento che può dare la competizione cooperativa con gli altri, il mondo sociale offre agli umani ciò di cui sono più completamente sprovvisti: una giustificazione per esistere». La ricompensa, quale che sia l’esito del processo, consiste nell’uscire dall’indifferenza: «essere attesi, sollecitati, oppressi da obblighi e impegni non significa soltanto essere strappati alla solitudine o all’insignificanza, bensì anche provare, nel modo più continuo e concreto, il sentimento di contare per gli altri, di essere importanti per loro, quindi in sé, e trovare in quella sorta di plebiscito permanente che sono le testimonianze incessanti di interesse – richieste, attese, inviti – una sorta di giustificazione continuata di esistere».
Kafka è terribilmente utile, perché ci svela una volta per tutte che a dare senso e significato alla vita dell’uomo non è Dio, o qualche istanza metafisica, ma la società. Quando però sembra suggerirci che le regole del gioco sociale sono immutabili e vanno accettate così come sono, allora rischia di diventare «inutilizzabile», come sentenzia Anders, o «patogeno», come testimonia Levi. Sta a noi dunque fare un passo ulteriore, integrando la verità che l’opera kafkiana ci consegna. Non soltanto, infatti, è vero che il singolo ha bisogno del riconoscimento del mondo, ma è vero anche il reciproco: che il mondo ha bisogno del riconoscimento del singolo. Il castello esiste anche perché l’agrimensore, scegliendo di rispondere alla chiamata, ha accettato di entrarvi; se mai decidesse tornare sui suoi passi, di andarsene, l’intera rocca crollerebbe alle sue spalle. Ciascuno di noi – questa è la lezione di Bourdieu – è un componente del mondo sociale e può dunque, in una certa misura, deciderne le regole. Chi partecipa a legittimare il mondo, ha anche il potere di trasformarlo.
Michele Sisto

Nessun commento:

Posta un commento