09 marzo 2023

L' EREDITA' DI SEBASTIANO TIMPANARO

 


L’eredità di Sebastiano Timpanaro

  • Massimo Raffaeli

In vista del centenario della nascita, una monografia rende omaggio a uno dei grandi filologi del XX secolo. Guardava a Leopardi per interrogare ciò che nella condizione umana – fragilità, malattia, dolore – rende impossibile la felicità che lui affiancava al marxismo

Presentando una sua raccolta di studi, Sebastiano Timpanaro (Parma 1923 – Firenze 2000)

disse che quelli erano gli scritti minori di un filologo che non aveva al suo attivo scritti

maggiori. Un simile understatement riflette la profonda umiltà di uno dei più grandi filologi

classici del secolo ventesimo, rubricabile tra le figure eminenti della cultura

contemporanea, «una delle menti più luminose e originali» scrisse Perry Anderson. Figlio di

un fisico (Sebastiano senior, colui che bollò Croce quale «analfabeta della scienza») e di

Maria Cardini, grecista di valore, Timpanaro è stato una figura di grande complessità

intellettuale in cui convivevano e si integravano interessi e attitudini d’ordine non solo

filologico-letterario ma anche, e costantemente, teorico-politico.

UNA FISIONOMIA di uomo schivo, la sua, sofferente sia per un impedimento a parlare in

pubblico sia per una grave agorafobia, cui aggiungeva ulteriore particolarità – nel suo caso

sinonimo di altrettanta dignità – il fatto di non essere mai salito su una cattedra

universitaria e di avere insegnato fra il dopoguerra e il ’59 nelle scuole di avviamento

professionale prima di impiegarsi, lui che era stato tra gli allievi prediletti di Giorgio

Pasquali, nella casa editrice La Nuova Italia di Firenze come redattore addetto alla

correzione delle bozze dei testi greci e latini.

Ora, in vista del centenario della nascita, da una piccola e benemerita collana pistoiese

esce la monografia che gli dedica Luca Bufarale, Sebastiano Timpanaro. L’inquietudine

della ricerca (Prefazione di Mario Bencivenni, Postfazione di Romano Luperini, Centro di

documentazione Pistoia Editrice, «I Quaderni dell’Italia antimoderata, pp. 112, euro 10), un

profilo nitido, equilibrato nei giudizi e diviso in quattro capitoli di struttura concentrica.

A partire ovviamente dalla formazione di Timpanaro che mai volle seguire il consiglio dei

maestri all’Università di Firenze (perché Pasquali voleva editasse l’arcaico Ennio,

argomento della sua tesi di laurea, mentre Eduard Fraenkel gli consigliava addirittura

l’integrale di Virgilio) viceversa applicandosi ad una quantità di minutissimi problemi

filologici e linguistici che gli altri studiosi puntualmente ricevevano alla stregua di soluzioni

cartesiane, come testimoniano i titoli di una sterminata bibliografia (Contributi di filologia e

di storia della lingua latina, 1978; Per la storia della filologia virgiliana antica, 1986;

Virgilianisti antichi e tradizione indiretta, postumo 2001) e a partire da una monografia

presto divenuta di fama internazionale, La genesi del metodo del Lachmann (1963), in cui

lo studioso torna ai fondamenti disciplinari della filologia quale scienza dell’edizione di testi

antichi, ne analizza la storia e i condizionamenti paventando una eccessiva

meccanizzazione delle procedure e optando invece per una disamina interpretativa più

consona alla entità materiale e storica dei testi medesimi.

E CHE PER TIMPANARO la filologia non fosse una pratica separata ma un vero e proprio

habitus lo dice d’altronde un altro suo libro fuoriclasse, Il lapsus freudiano (1974), dove lo

studioso demolisce un celebre passo della Psicopatologia della vita quotidiana muovendo

dalla interpretazione lambiccata, da parte di Freud, di un verso virgiliano riferitogli da un

paziente. Agli occhi di Timpanaro, Freud è un narratore epico, un complice della borghesia

prima che uno scienziato perché «vede una conferma della validità del suo metodo nella

grande molteplicità di spiegazioni tutte concorrenti ad un’unica meta, senza chiedersi se

questa sovrabbondanza, anzi inesauribilità, non sia piuttosto un indizio della debolezza

della sua costruzione».

È una critica che lo studioso allarga alle dominanti della cultura contemporanea in nome del

materialismo (la sua raccolta maggiore si intitola appunto Sul materialismo, 1970) che egli

rivendica recuperandone le prime tracce nell’antichità (Democrito, Epicuro, Lucrezio) per

collegarle agli illuministi e su tutti d’Holbach, di cui traduce per Garzanti nel 1985 Il buon

senso, e poi naturalmente Karl Marx che però non separa dal sempre sottovalutato Engels e

da quanto per lui non è affatto materialismo «volgare» bensì materialismo tout court: cioè il

solo mezzo per affrontare nudamente l’esistenza, con dignità e spirito di verità.

Ma un altro e ancora più essenziale suo riferimento, che un tempo sbigottiva taluni lettori

dei Quaderni Piacentini, è Giacomo Leopardi di cui Timpanaro avvalora finalmente il

pensiero (la sua filosofia «amara e trista, disperata ma vera») di contro all’immagine

bianca, reclusa e avulsa che era stata dei crociani. Ai suoi occhi, se il marxismo non è una

antropologia ma una critica in atto dell’economia politica, allora è necessario interrogare le

altre invarianti materiali della condizione umana (la fisica fragilità, la malattia, il dolore, la

morte) fino alle «conseguenze pessimistiche che, con maggiore coerenza e lucidità di

chiunque altro, ne ha tratto il Leopardi», come afferma in un saggio di Classicismo e

illuminismo nell’Ottocento italiano (1965) cui segue, dal titolo eloquente, Antileopardiani e

neomoderati nella sinistra italiana (1982) a chiudere il cerchio aperto nel ’55 con La

filologia di Giacomo Leopardi.

E I NOMI DI MARX, di Leopardi e del medesimo Freud costellano le carte dello studioso

ora ordinate presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, specialmente le scritture epistolari

di cui Timpanaro fu prodigo e maestro nella pregnanza di uno stile cristallino anche nella

vivacità polemica: e lo dicono i carteggi con alcuni suoi pari, quello con Francesco Orlando

(Carteggio su Freud, 2001) e, strepitoso, con il germanista Cesare Cases (Un lapsus di

Marx. Carteggio 1956-1990, a cura di Luca Baranelli, Edizioni della Normale 2015).

Autentico fil rouge della sua bibliografia e della sua esistenza stessa, scrive Bufarale, «è la

difesa appassionata del legame tra aspirazione umana alla felicità e la lotta per il

socialismo» senza la quale non è pensabile nemmeno la sua più minuta attività di filologo

classico. Da sempre antifascista, iscritto al Psi nel dopoguerra e vicino alle posizioni di Lelio

Basso, entra nel Psiup per disaccordo con il neonato centrosinistra e infine, fra il ’74 e il ’76,

nel Pdup. Rimane un militante di base, assiduo, partecipe e alcuni compagni ancora lo

ricordano presente alle riunioni insieme con sua madre, anziana socialista. Antistalinista,

Bufarale ne sottolinea la «valorizzazione del Lenin ‘libertario’ di Stato e Rivoluzione e delle

battaglie condotte negli ultimi anni contro il burocratismo e contro l’eccessivo potere

assunto da Stalin» mentre lo avvicina al pensiero di Trockij che per lui «dovrebbe diventare

patrimonio comune di tutto il movimento operaio».

LUCIDO, leopardianamente smagato senza essere scettico, il suo testamento politico è in

una raccolta terminale, Il Verde e il Rosso. Scritti militanti 1966-2000 (a cura di Luigi

Cortesi, Odradek, 2001), che contiene testi sul presente politico, sul ritorno della guerra,

sulle forme del neocolonialismo e la ormai dirompente questione ecologica. Nel ’99, quasi

in punto di morte, indirizzandosi a coloro che protestano nel vertice di Seattle, Sebastiano

Timpanaro detta questa diagnosi dello stato di cose presenti: «Sempre più si capisce e si

dice chiaro che cosa significa la globalizzazione capitalistica: un aumento del gap tra paesi

ricchi e paesi poveri e, all’interno degli stessi paesi ricchi, un sempre maggiore

sprofondamento nella miseria del proletariato e di una larga fascia di ceto medio».


IL MANIFESTO, 09.03.2023© 2023 il manifesto – copia esclusivamente per uso personale




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