21 maggio 2023

LA GRANDE OPERA DI G. VERGA E LA DIDATTICA LETTERARIA CORRENTE AL DI LA' DELLE POLEMICHE

 


Riprendo da https://www.leparoleelecose.it/?p=46950 questo bel pezzo:

DALLA PARTE DI VERGA O DELLA TAMARRO?

di Isotta Piazza

Vogliamo fare un discorso sulla didattica letteraria universitaria? Allora sto senz’altro dalla parte di Verga: non riesco a concepire un avviamento alla lettura della modernità letteraria che possa prescindere dal “tassello” Verga, senza il quale si capirebbe poco o nulla della modernizzazione delle strutture narrative dei romanzi e dei racconti novecenteschi (Verga è ovunque), e si perderebbe uno dei momenti più alti della produzione letteraria nazionale.

Vogliamo occuparci della didattica letteraria nella scuola secondaria superiore? Allora di nuovo sto dalla parte di Verga, perché, se ben accompagnati nella lettura, i ragazzi dell’ultimo anno devono essere in grado di capirne l’importanza storica e di goderne appieno il valore estetico ed etico.

 

Ma la domanda che occorre porre sul tavolo del dibattito, secondo me, è un’altra: come si fa ad essere sicuri che, nell’odierna scuola di massa, uno studente diciamo medio, alla fine del suo percorso di scuola secondaria, sia in grado di accogliere il testo verghiano (senza rifiutarlo a priori, cercando su Internet la sintesi della novella o del romanzo assegnato), di comprenderlo e di apprezzarlo?

Io credo e temo che la condizione perché questa ipotesi si realizzi su larga scala (non solo cioè all’interno di classi che hanno la fortuna di imbattersi in docenti “illuminati”, oppure in gruppi sparuti di studenti con una loro propensione innata per la lettura), sia rivedere alcune idee e modelli di apprendimento della letteratura a scuola.

 

Ad esempio, qual è il senso di un avviamento alla studio della letteratura italiana nella scuola secondaria di primo grado? Cosa pensiamo/vogliamo ottenere dal confronto (esperienziale, ma ancora prima linguistico) tra un ragazzino/a di dodici anni con la Divina Commedia? Oppure con Alla sera di Ugo Foscolo o con La roba di Giovanni Verga? Io non nego che sia possibile che docenti particolarmente bravi riescano nell’arduo obiettivo di superare la distanza lessicale, sintattica, concettuale, religiosa, filosofica, storica che separa un capolavoro del passato dalla vita reale e dalle competenze linguistiche di uno studente di dodici anni. Nego che sia possibile realizzare questo su larga scala.

 

E ancora: perché la storia letteraria novecentesca è quella più trascurata nel percorso della scuola secondaria superiore? Perché può accadere che intere classi, cioè generazioni di studenti, concludano il ciclo scolastico senza essersi neppure affacciati al Novecento (accade davvero!), oppure leggendo frettolosamente Pirandello e Montale (degli Ossi di seppia) a maggio inoltrato?  Fortunatamente, anche in questo caso, ci sono docenti che trovano il modo di anticipare autori imprescindibili del Novecento, sfruttando le letture estive, oppure progetti trasversali di educazione civica ed altro ancora.

Ma allora da che parte stare?

 

Io credo abbiano ragione tanti colleghi ad essere insorti contro l’affermazione della Tamaro al Salone Internazionale del libro di Torino: se vogliamo scrivere una petizione a titolo “Verga non ha scritto brutte opere, ma capolavori”, io sono pronta: sottoscrivo!

Eppure (pur mandando avanti la petizione), che qualcosa non funzioni più nell’insegnamento della letteratura a scuola ce lo dicono i dati sugli indici di lettura degli italiani (siamo tra i lettori più scarsi d’Europa!) e ce lo confermano le indagini sociologiche (secondo le quali, i lettori forti lo sono e lo diventano in Italia per tradizione familiare). A ciò vorrei aggiungere l’esperienza empirica di chi, come me, ha osservato (a malincuore) come nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado gran parte dei bambini (che pure sono stati lettori) smettono di leggere. Di solito questo coincide con il possesso di uno smartphone o di un analogo dispositivo elettronico che li catapulta nella dimensione della Rete, dei Social Network, dove la lettura dei testi è segmentata, discontinua, costantemente intervallata da immagini, se non direttamente sostituita da contenuti audiovisivi. L’ingresso dello smartphone li rende lettori più svogliati, più distratti, più confusi. Una delle cose che cominciano a chiedere insistentemente è: a cosa mi serve leggere? Perché devo farlo?

 

La risposta che dà loro la scuola secondaria (quella di massa, intendo, non quella dei docenti illuminati o degli studenti superdotati) è che “devono” farlo. Punto.

Mi si potrà obiettare che l’insegnamento della letteratura a scuola ha sempre funzionato così, e che questo per decenni è riuscito a fidelizzare generazioni intere di studenti che avevano alla spalle famiglie di non lettori (a volte addirittura famiglie con genitori scarsamente alfabetizzati). Insomma questo modello austero, certo, ma altamente formativo è riuscito nel compito di democratizzare insieme all’accesso scolastico anche la fidelizzazione al libro e alla lettura. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento (come ben chiarisce Giovanni Solimine, in L’Italia che legge, Roma-Bari, Laterza, 2010) questo non è più accaduto: l’incremento negli indici di fidelizzazione alla lettura non è più cresciuto in modo proporzionale ai processi di scolarizzazione. Quel meccanismo virtuoso si è inceppato, più precisamente, alla fine degli anni Ottanta, il che significa che Internet non ha tutte le colpe, anche se, indubbiamente, la democratizzazione del suo utilizzo ha aggravato la situazione.

 

Ma torniamo, allora, alla domanda da cui siamo partiti:  come si fa ad essere sicuri che, nell’odierna scuola di massa, uno studente diciamo medio, alla fine del suo percorso di scuola secondaria, non rifiuti a priori la lettura del testo verghiano, abbia competenze linguistiche sufficienti per capirlo, e una capacità di lettura consolidata al punto da riuscire ad apprezzarlo?

Io credo che potremmo anzitutto raccogliere la sollecitazione di Calvino, secondo cui quando un lettore «si deve sorbire tutte queste pagine, bisogna che si diverta, bisogna che abbia anche una gratificazione. Questa è la mia morale». Insomma, quella lettura avvincente, divertente, apparentemente futile di cui ancora (fortunatamente) i bambini fanno esperienza negli anni della scuola primaria, bisogna che persista, come modello, nei percorsi di scuola successivi (magari rubando qualche ora ogni mese alla letteratura istituzionalizzata), che “legittimi” l’ingresso a scuola di generi come il giallo, il fantasy e il graphic novel, che sproni i ragazzi a riconoscere buoni o ottimi prodotti di intrattenimenti (all’interno del mare magnum di un intrattenimento dozzinale ci sono anche trame e personaggi ben strutturati!), che sfrutti il campo sterminato della letteratura novecentesca per individuare opere di buona qualità e leggibilità, capaci di garantire un’affinità emotiva con il lettore di oggi, pur nella ricchezza esperienziale di una Storia oramai lontana dalla loro.

 

Insomma, per consentire a Verga di continuare a parlare alle nuove generazioni di studenti giunti all’ultimo anno della scuola secondaria, io credo che si debba aprire il canone scolastico a percorsi più spuri e duttili, e integrare l’educazione alla storia della letteratura con percorsi che abbiamo come scopo prioritario la fidelizzazione alla lettura.

Eppure, sia ben chiaro, neppure questo viaggio attraverso variegati modelli e generi della letteratura può darci la certezza che ogni studente sia alla fine pronto per accogliere ed apprezzare il testo verghiano. Lo scopo (vero) di questo viaggio attraverso le città invisibili del mondo scritto è altro ancora: consentire a ciascuno studente di capire cosa significhi (per lui/lei) leggere, cosa possa aggiungere al senso della vita che anche i giovani di oggi vanno cercando, cosa possa riservargli in termini di intrattenimento, ma anche di appropriazione del mondo non scritto, di conoscenza del sé e degli altri. Che senso abbia oggi essere lettori, al di fuori delle costrizioni scolastiche, e perché valga la pena rimanere lettori (per tutta la vita) nonostante il possesso, ormai imprescindibile, di uno smartphone.

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