Sulla rivista DIALOGHI MEDITERRANEI oggi è stato pubblicato un mio articolo: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gramsci-nel-tempo-della-frattura-tra-elites-e-popolo/#more-23086 .
Di seguito potete leggerne un brano:
Gramsci nel tempo della frattura tra élites e popolo
di
Francesco
Virga
«In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo
e sono legati a una tradizione di casta» (Gramsci)
[...]
Elites e popolo, Intellettuali e semplici,
dirigenti e diretti
In un articolo dell’agosto 1918, pubblicato su Il Grido del Popolo, Gramsci anticipa concetti che riprenderà negli anni successivi:
« L’educazione, la cultura,
l’organizzazione diffusa del sapere e dell’esperienza, è l’indipendenza delle
masse dagli intellettuali. La fase più intelligente della lotta contro il dispotismo degli intellettuali di
carriera e delle competenze per diritto divino, è costituita dall’opera per
intensificare la cultura, per approfondire la consapevolezza. E quest’opera non
si può rimandare a domani, a quando saremo liberi politicamente. E’ essa stessa
libertà , è essa stessa stimolo all’azione e condizione dell’azione. [1]
La
rivista creata l’anno successivo a Torino, L’ ORDINE NUOVO. Rassegna settimanale di
cultura socialista [2],
doveva servire proprio a questo: educare, fornire agli operai torinesi un mezzo
per liberarsi dal «dispotismo degli intellettuali di carriera». Ecco perché nel
gennaio del 1920 si difende con passione dall’accusa di avere pubblicato
articoli ‘difficili’:
«Purtroppo gli operai e i contadini sono stati
considerati a lungo come dei bambini che hanno bisogno di essere guidati
dappertutto, in fabbrica e sul campo, dal pugno di ferro del padrone che li
stringe alla nuca, nella vita politica dalla parola roboante e melliflua dei
demagoghi incantatori. Nel campo della
cultura poi, operai e contadini sono stati e sono ancora considerati dai più
come una massa di negri che si può facilmente accontentare con della
paccottiglia, con delle perle false e con dei fondi di bicchiere, riserbando
agli eletti i diamanti e le altre merci di valore. Non v’è nulla di più inumano
e antisocialista di questa concezione. Se vi è nel mondo qualcosa che ha un
valore per sé, tutti sono degni e capaci di goderne. Non vi sono né due verità, né due diversi modi di discutere. Non vi
è nessun motivo per cui un lavoratore debba essere incapace di giungere a
gustare un canto di Leopardi più di una chitarrata, supponiamo, di Felice
Cavallotti o di un altro poeta “popolare”, una sinfonia di Beethoven più di una
canzone di Piedigrotta. E non vi è nessun motivo per cui, rivolgendosi a operai
e contadini, trattando i problemi che li riguardano così da vicino come quelli
dell’organizzazione della loro comunità, si debba usare un tono minore, diverso
da quello che a siffatti problemi si conviene. Volete che chi è stato fino a ieri uno schiavo diventi un uomo?
Incominciate a trattarlo, sempre, come un uomo, e il più grande passo in avanti
sarà già fatto». [3]
Nei
brani sopra citati si trovano in nuce, insieme alla sua idea di partito come intellettuale
collettivo, l’analisi critica compiuta in carcere, tra il 1929 e il
1935, sul ruolo svolto dagli intellettuali nella storia nazionale. Ad una
società che ha fatto degli intellettuali una ‘casta’, Gramsci contrappone il
progetto di una società, senza caste e senza classi, in cui tutti possano
diventare intellettuali. In una pagina dei Quaderni
Gramsci è particolarmente chiaro al riguardo:
«Bisogna proprio dire che i primi ad essere
dimenticati sono proprio i primi elementi, le cose più elementari […] Primo
elemento è che esistono davvero governati e governanti, dirigenti e diretti.
Tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto […] Nel formare i
dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e
governanti, oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità
dell’esistenza di questa divisione sparisca? Cioè si parte dalla premessa della
perpetua divisione del genere umano o si crede che essa sia solo un fatto
storico rispondente a certe condizioni? […] per certi partiti è vero il
paradosso che essi sono compiuti e formati quando non esistono più, cioè quando
la loro esistenza è diventata storicamente inutile. Così, poiché ogni partito
non è che una nomenclatura di classe, è evidente che per il partito che si
propone di annullare le divisioni in classi, la sua perfezione e compiutezza
consiste nel non esistere più.” (Q. pp.1752-3)
E’ un brano questo in cui Gramsci utilizza
magistralmente la coppia dialettica realtà/possibilità per spiegare dove vuole
arrivare: da un lato riconosce la realtà effettuale delle cose – il genere
umano è diviso, esistono realmente dirigenti e diretti – ma insieme mostra la
possibilità di cambiare questo stato di cose. Non a caso, in un’altra nota dei Quaderni scrive: ‘Occorre violentemente
attirare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo’
Il
realismo rivoluzionario di Gramsci è sostenuto anche da un altro principio
della sua ‘filosofia della praxis’. Questo si trova chiaramente espresso in una
famosa nota dei Quaderni in cui si
afferma che tutti gli uomini sono potenzialmente filosofi:
« Occorre
distruggere il pregiudizio che la filosofia sia alcunché di molto difficile per
il fatto che essa è una attività propria di una determinata categoria di
scienziati, dei filosofi professionali o sistematici. Occorrerà pertanto
dimostrare che tutti gli uomini sono filosofi, definendo i limiti e i caratteri
di questa filosofia [«spontanea»] di «tutto il mondo», cioè il senso comune e
la religione. Dimostrato che tutti sono filosofi, a loro modo, che non esiste
uomo normale e sano intellettualmente, il quale non partecipi di una
determinata concezione del mondo, sia pure inconsapevolmente, perché ogni
«linguaggio» è una filosofia, si passa al secondo momento, al momento della
critica e della consapevolezza. È preferibile «pensare» senza averne
consapevolezza, in modo disgregato e occasionale, è preferibile «partecipare» a
una concezione del mondo «imposta» dal di fuori, da un gruppo sociale (che può
andare dal proprio villaggio alla propria provincia, che può avere l’origine
nel proprio curato o nel vecchione patriarcale la cui «saggezza» detta legge,
nella donnetta che costruisce delle stregonerie o nel piccolo intellettuale
inacidito dalla propria stupidaggine e impotenza a operare) o è preferibile
elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e in
connessione con tale lavorio del proprio intelletto scegliere il proprio mondo
di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia universale? »[4]
Ma
torniamo a parlare della casta degli intellettuali. Gramsci è stato spietato
con loro.[5] La
storia nazionale mostra che sono stati sempre lontani dal popolo, «più legati
ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano»
(Q, p.2116). Questo perché la cultura in Italia, come aveva già notato
Francesco De Sanctis, ha avuto una tradizione libresca ed astratta:
«E’ da notare come in Italia il concetto di cultura sia
prettamente libresco: i giornali letterari si occupano di libri e di chi scrive
libri. Articoli di impressioni sulla vita collettiva, sui modi di pensare, sui
segni del tempo, sulle modificazioni che avvengono nei costumi, ecc. non se ne
leggono mai. […]. Manca l’interesse per l’uomo vivente e per la vita vissuta.
[…] . E’ un altro segno del distacco degli intellettuali italiani dalla realtà popolare-nazionale» [6]
La
casta degli intellettuali, naturalmente, non ha gradito il trattamento ricevuto
ed ha reagito di conseguenza. Le accuse contraddittorie di “idealismo”, di
“populismo”, di “utopismo” e di “totalitarismo”, rivolte a Gramsci, prive di
qualsiasi fondamento, sono in gran parte frutto del risentimento della casta. Come
ha ben visto Eric Hobsbawm nell’opera del sardo non c’è posto per alcun “ismo”.
Per Gramsci la cultura, se vuole essere autentica e vitale, deve “rimanere a
contatto coi ‘semplici’ e anzi in questo contatto trova la sorgente dei
problemi da studiare e risolvere” (Q, p.1382). Credo che abbia visto giusto
Tullio De Mauro quando ha scritto che nell’usare la parola cultura Gramsci si
distacca consapevolmente dall’uso dominante in Italia. [7]
Conclusione
Nei suoi
Quaderni Gramsci, oltre a prendere
nettamente le distanze dal materialismo volgare e dall’interpretazione
economicistica e deterministica del pensiero di Marx, afferma decisamente la
necessità di liberarsi dalla «prigione delle ideologie» nel senso deteriore di
«cieco fanatismo ideologico» ricordando un principio elementare del metodo
scientifico che tanti hanno dimenticato:
« Non
bisogna concepire la discussione scientifica come un processo giudiziario, in
cui c’è un imputato e un procuratore che, per obbligo d’ufficio deve dimostrare
che l’imputato è colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella
discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca
della verità[…], si dimostra più avanzato chi si pone dal punto di vista che
l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata nella
propria costruzione. Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le
ragioni dell’avversari significa appunto essersi liberato dalla prigione delle
ideologie ( nel senso deteriore di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da
un punto di vista critico».[8]
Giorgio
Baratta è stato uno dei primi a cogliere il
carattere socratico e dialogico del pensiero di Gramsci. In uno dei suoi
ultimi libri ha utilizzato una metafora musicale per riassumere quello che ha appreso
dal suo attento studio: «“Tutti gli uomini sono
filosofi” è la linea di base, il basso continuo nella polifonia dei Quaderni. Ma allora , tutti gli umani
sono in contrappunto con gli altri, le altre, perché la filosofia è un abito
logico-dialogico, relazionale, uno strumento di unificazione attraverso le
differenze di lingue e linguaggi in cui gli uomini parlano, anche quando si ignorano,
o sono ignoranti, com’era Socrate, che la città ha messo a morte».[9]
Una
delle ragioni che spiega la straordinaria capacità mostrata da Gramsci di
resistere al logorio del tempo e di riuscire ancora a illuminare il presente è
dovuto alla sua grande apertura mentale e al suo approccio storico e non
dogmatico ai problemi. Quando nei suoi Quaderni
scrive della necessità di liberarsi dalla
‘prigione delle ideologie’ , Gramsci sa di cosa parla. Infatti mostra di avere
ben compreso il senso della critica marxiana ad ogni forma di sapere ideologico,
inteso esattamente come forma di falsa
coscienza, malgrado ai suoi tempi non fosse ancora nota L’ideologia tedesca di K. Marx .
Il
nostro presente rischia di passare alla storia come l’epoca del tramonto delle
“ideologie”. Eppure, secondo me, nel corso della storia non c’è stato un tempo
più “ideologico” di questo. Dopo il 1989, a seguito del crollo del muro di
Berlino e della successiva implosione dell’URSS, la casta odierna degli
intellettuali ha trasformato il presente nel tempo più ideologico che il genere
umano abbia mai conosciuto. Le favole, tra le altre cose, insegnano che una
cosa tanto più invisibile è, tanto più reale può apparire. Ma il gioco funziona
fino ad un certo punto. Che l’imperatore ed ogni forma di potere siano nudi,
oggi possono vederlo tutti. E la storia che si dava per finita – una delle
peggiori ideologie del nostro tempo – non è finita affatto. La storia continua.
Francesco Virga
Gennaio
2019
[1]
SG, p. 301. Concetti simili li aveva già espressi negli anni precedenti;
basta ricordare l’articolo del dicembre 1916 in cui criticava la politica
culturale delle Università Popolari.
Ivi pp 61-64
[2]
La
rivista si trasformerà in Quotidiano il 1 gennaio del 1921, anticipando di
qualche settimana la nascita del PcdI. Da quel momento diventerà uno degli organi del nuovo partito e perderà gran
parte del suo carattere culturale.
[3]
A. Gramsci, L’ Ordine Nuovo.1919 – 1920, Einaudi
1955, pp.469-470. E qualche mese prima,
nella stessa rivista, aveva scritto:
« No, il comunismo non oscurerà la bellezza e
la grazia: bisogna comprendere lo slancio con cui gli operai si sentono portati
alla contemplazione dell'arte, alla creazione dell'arte, come profondamente si
sentono offesi nella loro umanità per il fatto che la schiavitú del salario e
del lavoro li taglia fuori da un mondo che integra la vita dell'uomo, che la
rende degna di essere vissuta. Lo sforzo che i comunisti russi hanno fatto per
moltiplicare le scuole e i teatri di prosa e di musica, per rendere accessibili
alle folle le gallerie; il fatto che i villaggi e le fabbriche che si
distinguono nella produzione vengono premiati con l'assegnazione di godimenti
culturali ed estetici, dimostrano come il proletariato arrivato al potere tende
a instaurare il regno della bellezza e della grazia, tende a elevare la dignità
e la libertà dei creatori di bellezza» (Ivi, p. 444)
[5]
Per ragioni di spazio non
posso qui ricordare le pagine sferzanti che Gramsci nei Quaderni dedica al lorianismo,
ai nipotini di Padre Bresciani e
alle tante mosche cocchiere di cui è
ancora pieno il mondo d’oggi.
[6] Ivi,
pp. 706-708. In questa pagina dei Quaderni
sento risuonare le parole del De Sanctis: Viviamo molto sul nostro passato e del lavoro altrui. Non ci è vita nostra e lavoro nostro.
[7]
Tullio De Mauro, Una certa concezione della cultura, in
AA.VV, Tornare a Gramsci, op. cit. p.
117.
[8]
Q, p. 1263.
[9]
G. Baratta, Gramsci in contrappunto. Dialoghi col
presente, Carocci 2007, p. 11. Dello stesso autore si raccomanda la lettura
del suo studio precedente: Le rose e i
quaderni. Il pensiero dialogico di Antonio Gramsci, Carocci 2003.
Questo è il link del sito dove potete leggere integralmente l'articolo: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gramsci-nel-tempo-della-frattura-tra-elites-e-popolo/#more-23086