07 maggio 2022

GRAMSCI e la MUSICA

 


GRAMSCI E LA MUSICA

Gramsci non smette mai di sorprendere. Dopo 85 anni della sua prematura morte (aveva soltanto 46 anni!), dovuta alle sofferenze patite nelle carceri fasciste, vengono alla luce nuovi suoi scritti mentre è ancora in corso la stampa della prima edizione nazionale di tutte le sue opere. (fv)

È come se al ben noto laboratorio di Gramsci si fosse aggiunta una nuova stanza, la stanza della musica. Nel volume sono raccolti 83 articoli di argomento musicale. Quelli noti prima che si avviasse la pubblicazione delle Opere complete (Edizione nazionale), erano 16 in tutto e ricompaiono qui. 34 riguardano l’operetta, 34 l’opera, 2 la musica lirica, 13 la musica classica strumentale. Anche quando si occupa di musica, Gramsci rimane un grande intellettuale. Intanto colpisce la vasta gamma dei settori da lui considerati. Anche in letteratura Gramsci si è occupato di Dante come di Carolina Invernizio. E qui c’è don Giocondo Fino accanto a Beethoven. Poi è nuova e originale l’attenzione per la sociologia dello spettacolo, come nota nella postfazione Fabio Francione. Infine quando si trova di fronte alla grande musica, Gramsci si mostra capace di formulare opinioni significative. Non è un critico musicale, e lo sa, si muove da ascoltatore sensibile e attento. Su questo aspetto sono assai utili le indicazioni di Maria Luisa Righi nella prefazione. Fu Italo Calvino a suggerire per primo il titolo di Cronache musicali, nel 1950. Già Gramsci stesso aveva scritto: “Non siamo critici, ma cronisti” (p. 68). Aveva una sua cultura da esperto in materia, conosceva bene la Storia universale della musica di Hugo Riemann, aveva letto Jean-Christophe di Romain Rolland e ne era stato segnato: ”Il nostro amore per Beethoven è l’aspirazione profonda alla fraternità umana, alla giustizia, alla bellezza, al socialismo” (p. 69).
Gli mancavano per sua stessa ammissione i ferri del mestiere, eppure dai suoi scritti si può ugualmente ricavare un inquadramento teorico della materia considerata. Al centro si trova l’emozione sincera: “la musica – Franck o Beethoven o Wagner - esprime appunto quello che costituisce la comunione delle anime: l’emozione. L’emozione pura e indeterminata, come dice Nietzsche, la possanza emozionale dell’anima. Ah! Ci dicono ingenui nel nostro linguaggio: certo, lo siamo: e vogliamo rimanerlo, sempre” (p. 65). César Franck, sia detto per inciso, era visto come “unico erede di Beethoven” (p. 63). C’era, bisogna riconoscerlo, qualcosa di ingenuo in una tale assolutezza di principio. A farne le spese fu Puccini in particolare. Ampiamente riconosciuto come il successore di Verdi, per Gramsci era invece un musicista mediocre. Non vengono citati i critici autorevoli che si erano espressi in tal senso, Ildebrando Pizzetti soprattutto e Fausto Torrefranca. Nel giudizio l’ideologia prevaleva su ogni altra considerazione. Puccini era un modesto piccolo borghese come i protagonisti delle sue opere. Il successo teatrale veniva attribuito alla bravura degli interpreti. Se Stravinskij viene definito “indubbiamente un musicista di valore” (p. 66), Puccini è regolarmente demolito senza nessun riguardo. Sull’operetta grava una generale svalutazione: il libretto e la trama scenica contano poco, la musica nei casi migliori appare improntata a grazia e vaporosità leggera. Quanto all’opera, il repertorio classico incontra un generale apprezzamento.
In un tempo successivo alla stesura delle cronache musicali, Gramsci sposò una violinista. “Nello stentato rapporto tra i coniugi – scrive Maria Luisa Righi – si percepisce come nella musica si riverberassero tutti gli elementi del loro difficile rapporto” (p. 15). Una passione per la vita. 

 Giovanni Carpinelli 

Recensione del libro:

Concerti e sconcerti. Cronache musicali
a cura di Fabio Francione Maria Luisa Righi
pp. 168, 16
Mimesis edizioni, Milano, 2022

Recensione ripresa da: https://palomarblog.wordpress.com/2017/04/18/gramsci-e-la-musica/

 



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